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Passamontagna e manganelli: come la polizia serba reprime il dissenso nelle piazze
Indice «Voglio che sappiate che dietro a tutti gli attacchi agli studenti che protestano a Belgrado e a Novi Sad c’è sempre lo stesso sistema che invia lo stesso messaggio: “Obbedisci.
Non parlare. Non denunciare.
Non ribellarti, perché non avrai mai speranza o giustizia”». «Stavo aiutando la gente a rialzarsi dopo gli scontri con le forze dell’ordine. Improvvisamente, hanno iniziato a usare spray al peperoncino e a colpirmi sulla testa e al bicipite.
Sono stato arrestato e al momento ci sono quattro processi contro di me». Queste sono le parole rispettivamente di Aleksandra Nikolić (23 anni) e Arsa Stojanović (22).
Sono entrambi studenti, fra i più conosciuti delle loro facoltà, Pravni (Diritto) e Biologija (Biologia) di Belgrado. Quest’estate, le loro immagini hanno fatto il giro della Serbia.
Ma, a differenza dei loro omologhi italiani o francesi, in questo caso non è per risultati accademici. Entrambi hanno subito un pestaggio:
Aleksandra ha ricevuto manganellate che l’hanno costretta a un intervento dentistico d’urgenza; Arsa ha avuto ematomi al braccio, alla spalla e soprattutto otto punti alla testa.
Attaccati durante proteste dure, ma pacifiche, da chi avrebbe dovuto garantire la loro sicurezza: la polizia. Arresti arbitrari utilizzati come arma di intimidazione, attacchi ai giornalisti o anche mancata sorveglianza quando i sostenitori del governo organizzavano pestaggi contro gli studenti in protesta.
Queste sono alcune delle armi di cui le forze dell’ordine si sono servite negli ultimi mesi. Non si tratta di atti di negligenza, però.
Dietro, c’è una tattica ben precisa. Dove eravamo?
Ma perché dei poco più che ventenni protestano? Il primo novembre, la pensilina della stazione di Novi Sad crolla.
Quindici persone muoiono sul colpo, un’altra perde la vita dopo mesi di agonia. Montano subito le polemiche: la stazione era stata rinnovata meno di due anni prima.
Com’è stata possibile una tragedia? Le risposte del governo restano vaghe, la rabbia dei cittadini esplode: iniziano le prime proteste per commemorare i morti.
Dietro a tutti gli attacchi agli studenti che protestano a Belgrado e a Novi Sad c’è sempre lo stesso sistema che invia lo stesso messaggio: “Obbedisci.
Non parlare. Non denunciare.
Non ribellarti, perché non avrai mai speranza o giustizia”. Aleksandra Nikolić, studentessa Il primo atto di violenza arriva dopo due settimane, quando un gruppo di supporter del governo aggredisce degli studenti della facoltà di Arti drammatiche di Belgrado.
Diverse persone restano ferite, la polizia non interviene e per risposta iniziano le occupazioni delle università. Il presidente della Repubblica, Aleksandar Vučić, perdona i responsabili del pestaggio nell’estate del 2025.
Fino a marzo 2025 le manifestazioni crescono e con loro gli atti di violenza e intimidazione. Ma a marzo, quando avevamo parlato con Aleksandra e la sua collega Milica, c’era ottimismo: «La polizia ha cambiato atteggiamento.
Prima ci attaccavano, adesso si preoccupano della nostra incolumità». Secondo loro, era in corso una «rivoluzione gentile» che avrebbe cambiato il Paese.
Giovani serbi protestano contro la violenza della polizia, avvicinandosi agli agenti con le mani alzate. © Camillo Cantarano Il repulisti di Vučić nella polizia Ma Aleksandar Vučić, ex ministro dell’informazione di Slobodan Milošević, non ama le rivoluzioni. Quella dei bulldozer del 2000 ha bloccato la sua carriera fino al 2012, quando è passato da paria di estrema destra a Primo ministro (la presidenza della Repubblica è arrivata solo cinque anni dopo).
Dal 2023, il governo ha accelerato il suo repulisti ai vertici della polizia: il primo a essere rimpiazzato è il direttore dell’unità speciale della polizia Kobra, sostituto da Darko Đosić, uno dei fedelissimi di Vučić. A gennaio 2025, il ministro degli Interni Ivica Dačić prepensiona il comandante della polizia Bogoljub Zivković, dopo aver scoperto che il figlio Petar aveva partecipato alle proteste.
Secondo il settimanale Radar, più di sessanta persone sono state licenziate, costrette a ritirarsi o spostate a ruoli non operativi, per avere una polizia pronta, allineata al regime. Polizia serba schierata. © Camillo Cantarano A settembre viene costretto al prepensionamento Spasoje Vulkević, popolarissimo comandante dell’unità speciale antiterrorismo, uno dei pochi reparti non controllati dal “partito progressista” (Sns) di Vučić.
Una decisione che arriva dopo una lunghissima campagna mediatica contro di lui da parte dei media vicini al governo. Lo sostituisce Igor Zmirić, ex membro dell’Unità per le operazioni speciali (Jso), meglio nota come “berretti rossi”.
La gente li ricorda per la loro complicità in Srebrenica e per l’omicidio dell’ex premier Zoran Đindić. Zmirić è sotto processo per percosse e minacce di violenza sessuale contro la studentessa Nikolina Sinđelić.
Il prossimo fedelissimo di Vučić a guadagnarsi un alto grado sembra essere Marko Kričak, a cui, secondo il settimanale Radar, è stata promessa la direzione del Dipartimento di polizia criminale (Ukp). Anche lui ex Jso, ha legato il suo nome a quello di Nikolina: ha bloccato lei e alcuni suoi colleghi in un garage dopo una manifestazione.
Successivamente, l’ha insultata più volte, chiamandola «puttana» e minacciando di «fotterla», se avesse parlato. «Mi hanno salvato alcuni dei suoi colleghi, penso che lo avrebbe fatto davvero, se qualcuno non l’avesse calmato», ci ha detto Nikolina a ottobre. Chi c’è dietro la divisa?
C’è poi una questione di trasparenza nei vari corpi di polizia: ai reparti antisommossa è concesso di intervenire con il volto coperto, senza bodycam e matricola in situazioni di emergenza. Dopo marzo, questa circostanza eccezionale è diventata la regola.
E i reparti antisommossa sono stati impiegati per fare il “lavoro sporco” che spesso la polizia ordinaria aveva paura (o vergogna) di fare. Tutti loro hanno delle maschere, se ne fregano.
Così come gli ufficiali di polizia: fanno ciò che vogliono, a prescindere se la legge lo permetta o meno Natalija Petrović, studentessa e reporter di Blokada.Info Al punto che diversi studenti e cittadini hanno iniziato a sospettare che dietro quei passamontagna non si nascondano più agenti, ma sostenitori dell’Sns a cui vengono fornite delle divise. «Tutti loro hanno delle maschere, se ne fregano. Così come gli ufficiali di polizia: fanno ciò che vogliono, a prescindere se la legge lo permetta o meno», dice Natalija Petrović, studentessa e reporter per il media studentesco Blokada.Info.
Un’estate di sangue La spirale di violenza della primavera 2025 ha un impatto sulle proteste: gli studenti, in difficoltà a livello “fisico”, ricorrono sempre più pesantemente al sostegno dei veterani delle guerre balcaniche. Questo permette al movimento di guadagnare consensi a destra (senza snaturare la sua natura anti-ideologica), ma aumenta anche gli scontri fra studenti e polizia.
Nella sera di Vidovdan (la festa del 28 giugno che ricorda la sconfitta dei serbi contro i turchi a Kosovo Polje nel XV secolo), Arsa subisce un pestaggio mentre cerca di aiutare i suoi colleghi. Quella sera vengono arrestate 77 persone.
Malgrado le detenzioni durino pochi giorni, le accuse della polizia contro di loro sono spesso pretenziose, lacunose o semplicemente portate avanti a scopo intimidatorio. A fine giugno, inizia un’estate di sangue: non c’è un dato preciso sul numero di studenti arrestati e malmenati dopo Vidovdan, ma gli episodi sono continui.
A inizio luglio viene assaltata la Pravni, la facoltà di Aleksandra: dopo il pestaggio, lei fa un passo indietro per qualche mese. A settembre, quando rievoca l’episodio durante una manifestazione, lo ricorda così: «Malgrado la violenza, nessuno ci ha aiutato.
Il primo soccorso lo ha dato chi si trovava vicino a me. Eppure, chi per legge e per dovere morale avrebbe dovuto aiutarmi immediatamente, si è rifiutato di farlo.
Lo ha fatto in modo freddo e cinico. Non so davvero come giustificarli» Aggiunge poi: «Da tempo la polizia non protegge il popolo.
La giustizia è stata messa al guinzaglio, lo Stato e le istituzioni non funzionano: fanno solo ciò che viene loro ordinato». La dinamica dei pestaggi è sempre la stessa.
Ci si riunisce in alto numero di fronte alle facoltà la sera. La polizia arriva, ma resta a guardare.
Quando le famiglie iniziano ad andarsene, e i numeri calano (di solito intorno a mezzanotte), le forze dell’ordine caricano gli studenti rimasti e li arrestano. Loro passano 4-5 giorni in carcere, prima di venire liberati.
Chi per legge e per dovere morale avrebbe dovuto aiutarmi immediatamente, si è rifiutato di farlo. Lo ha fatto in modo freddo e cinico.
Non so davvero come giustificarli Aleksandra Nikolić, studentessa Non vengono nemmeno risparmiati i medici e i paramedici che si occupano di primo soccorso: ad agosto sono stati arrestati un dottore e una studentessa di medicina. Gli ultimi mesi Finita l’estate, il numero di aggressioni diminuisce.
Ma Arsa attribuisce questo a una ragione: «Ora protestiamo meno. Ma guarda cos’è successo a novembre a Kragujevac e Novi Sad: la polizia ha picchiato alcuni membri dei nostri collettivi.
Persino i politici sono stati malmenati, di cosa stiamo parlando?», dice. «Per non parlare delle proteste a sostegno di Dijana Hrka, la madre di una delle vittime di Novi Sad. Ci sono video di cittadini che vengono malmenati dai ćaci (i paramilitari sostenitori del governo).
La polizia sta lì davanti e fa finta di nulla». Nikolina Sinđelić durante un discorso tenutosi a una manifestazione. © Camillo Cantarano Effettivamente, in questo momento il numero di proteste è in calo (anche perché nel frattempo la didattica è tornata alla normalità).
Gli episodi di violenza sono “a strappi”, legati ai grandi eventi di protesta che hanno luogo nel Paese. Scontri violenti si sono verificati di fronte al Parlamento il 2 novembre, quando Dijana Hrka ha iniziato uno sciopero della fame.
Sono tornate le cariche della polizia e gli arresti, di solito arbitrari. Violenze contro la stampa Il 20 novembre, invece, la Federazione dei giornalisti indipendenti di Serbia (Nuns) ha lanciato una manifestazione di fronte al Parlamento per un altro tipo di violenza: quella contro i reporter.
A scatenarla è stato un attacco (l’ennesimo) a Pionerski Park, di fronte al Parlamento, contro dei reporter della Tv N1. In questo caso, c’entravano i ćaci.
Ma la polizia era presente in tutta la piazza, e quindi non poteva non sapere. Per questo, Nuns ha chiamato a raccolta i suoi iscritti, per una sorta di “passeggiata” di giornalisti di fronte al Parlamento.
Rade Đurić, rappresentante legale di Nuns, ci dà qualche dato: «Dall’inizio delle proteste, sono stati aggrediti 95 giornalisti. Di 75 attacchi era responsabile la polizia.
Purtroppo, il governo alimenta questo clima di violenza. Lo Stato deve intervenire e chi ha fatto violenza va perseguito penalmente».
Niente opposizione interna Poche sono le voci di dissenso all’interno della polizia stessa. L’unica personalità di primo piano è il sindacalista della Sloga police union, Dragan Zebeljan, che si lamenta di come il governo abbia iniziato una caccia alle streghe anche all’interno delle forze dell’ordine.
Lo scopo sarebbe rimuovere chiunque non sia perfettamente allineato con Sns e i suoi scopi politici. A ottobre, invece, ha definito la spinta al prepensionamento di centinaia di quadri intermedi e comandanti «una scelta senza precedenti», una strategia pluriennale portata avanti dal ministro degli Interni Dačić.
Ho decine di video di agenti che lavorano in modo non professionale, attaccano i cittadini e fanno violenza. Ma i ministri e il presidente si vantano di quanto gli agenti siano professionali. Arsa Stojanović, studente Arsa è però pessimista: «Se questa opposizione esiste, è molto silenziosa: ogni volta che qualcuno supporta gli studenti o si oppone alla violenza viene licenziato o ricattato per rimanere in silenzio». Aggiunge: «Ho decine di video di agenti che lavorano in modo non professionale, attaccano i cittadini e fanno violenza.
Ma i ministri e il presidente si vantano di quanto gli agenti siano professionali, è orribile». Se l’opposizione riuscirà a vincere le elezioni, qualcosa andrà fatto.
Gli stessi comunicati degli studenti insistono su questo: il problema non è Vučić, è il suo sistema di potere. Nel 2000, quello di Milošević venne depotenziato, ma non distrutto.
Adesso è il momento di fare qualcosa di diverso, come ci ha detto Nikolina: «Andrà sradicata la corruzione in ogni sua forma e in ogni luogo, inclusa la polizia, i giudici e la politica. E chiunque si sia macchiato di violenza contro gli studenti dovrà dimettersi».
Di sicuro, non sarà facile. L'articolo Passamontagna e manganelli: come la polizia serba reprime il dissenso nelle piazze proviene da Lo Spiegone.