Cultura
Incoraggiare i ragazzi di oggi, non giudicarli. Julio Velasco e la cultura giovanile
"La musica che ascoltano i ragazzi oggi fa schifo", dicono gli adulti quando prestano attenzione alle canzoni della Generazione Z. "Eppure, all'epoca in cui noi ascoltavamo i Beatles, in Inghilterra all'inizio addirittura li censurarono.
Per tanti, quella non era neanche musica. Poi divennero quello che noi sappiamo.
Tuttavia, ogni generazione ha i propri miti musicali che non devono essere apprezzati né approvati dai più grandi", risponde Julio Velasco a Corrado Augias nell'ultima puntata del suo "La torre di Babele", andato in onda lunedì scorso su La7. Parole semplici e complesse Sacrosanta verità, almeno a mio giudizio.
Ma averlo sentito in prima serata in un programma di intrattenimento culturale ha rincuorato il mio animo. Perché le parole di Julio Velasco sono parole "semplici e complesse", come le ha definite lo scrittore ed ex segretario del Partito Democratico, Walter Veltroni.
Parole che rivelano d’altro canto una verità che appare sempre più difficile da decifrare. Eppure, sono parole semplici perché non hanno bisogno di decorazioni o stucchi per raccontare quanto voglio esprimere.
Complesse, perché dietro le parole di Velasco si nascondono tutte le contraddizioni con cui noi oggi giudichiamo ed etichettiamo i nostri giovani. Quante volte abbiamo sentito o letto espressioni, commenti o giudizi sui ragazzi nati nel nuovo millennio?
Gli studenti sono pigri, svogliati, indifferenti a tutto e soltanto inchiodati agli schermi dei propri telefoni. Questo si dice comunemente.
Affermazioni che, come tutti i luoghi comuni, spesso nascondono falsità che fa comodo ai più intendere come reali. A una domanda di Augias su cosa pensassero i giovani del termine “nazione”, che nella società attuale viene impiegato da tanti politici per riferirsi a una nuova forma di patriottismo e di difesa strenua dei valori e delle tradizioni di ciascun popolo, Julio Velasco ha risposto semplicemente così:
“Ai ragazzi di oggi il termine 'nazione' non dice nulla perché non rientra nel loro orizzonte mentale. I ragazzi vivono su un altro pianeta”.
Verissimo. Il pianeta di cui parla Velasco non dev’essere però inteso in accezione negativa, nel senso che i giovani di oggi non conoscono il mondo reale.
Non è questo il significato. "Che cosa vogliamo dire ai giovani del nuovo millennio?
Che noi eravamo meglio?" chiede provocatoriamente Velasco. Il punto è che i giovani di oggi, così come tutte le generazioni che sono state tali nel passato, esprimono una loro “cultura” che non coincide con quella gerontocratica o prevalente a livello sociale.
I giovani sono anticonformisti per natura, - per fortuna, aggiungo io - sono inquieti ma sodali tra loro attraverso tutti quei canali comunicativi, artistici e culturali che noi oggi giudichiamo come “distanti”, solo perché manca lo sforzo diegetico di avvicinarci a loro e comprenderli. Il che non significa non guidare i ragazzi nel percorso di crescita o nel rispetto reciproco e delle regole del vivere civile.
“Un vero maestro o leader, quale si richiede di essere a un adulto oggi, non è il capo che comanda né il tiranno che minaccia. È invece la guida che orienta e ispira gli allievi”.
Nondimeno, i ragazzi di oggi non sono apatici né indifferenti, assolutamente. Io lo vedo a scuola tutti i giorni.
Lo vedo quando si organizzano in forme di sciopero o di autogestione per protestare contro ciò che non va nei loro istituti. Quando manifestano per la Palestina.
Quando manifestano nei Friday for future contro l’indifferenza - questa sì - delle classi politiche mondiali al tema dei cambiamenti climatici. Se, poi, da un lato hanno sempre il telefono in mano, “noi adulti d’altro canto cosa facciamo?
Non siamo sempre anche noi inchiodati agli schermi dei nostri smartphone?”, ribatte con sarcasmo Velasco. Julio Velasco e il valore della sconfitta E proprio in conclusione, io voglio ricordare le parole di un giovane Velasco quando fu ospite a metà anni novanta di un programma televisivo, intitolato "Il laureato" e condotto da Piero Chiambretti e Paolo Rossi.
In quell'occasione Velasco era ospite dell'università di Bologna e tenne un discorso ai ragazzi che rimase memorabile. Un discorso, meglio una lezione, sul valore della sconfitta.
Perché se c'è una cosa che lo sport insegna a chi lo pratica, non è la cultura della vittoria. La vittoria, invece, è un fatto naturale che si alterna in modo altrettanto naturale con il suo opposto, la sconfitta, in qualsiasi agone sportivo.
Ma il vero sportivo non è solo colui che vince ma anche quello che perde e sa perdere. Perde e basta.
Perde e riconosce il valore dell'avversario. Perde perché sa che dentro di sé ha comunque vinto, perché ha dato il massimo, cercando di superare i propri limiti.
Perde e vince, ma non si appella alla cultura dell'alibi, cioè quella che imputa la propria sconfitta ad altri fattori insormontabili e non dipendenti da noi. La cultura dell'alibi, appunto un approccio che è molto invocato in Italia.
Ebbene, il vero sportivo rifiuta la cultura dell'alibi. Così come Velasco aveva vinto il titolo mondiale con la nazionale italiana (maschile) di pallavolo, allo stesso modo aveva perso alle olimpiadi di Barcellona ai playoff per la medaglia d’oro, all'ultimo punto dell'ultimo set.
Eppure, Velasco ricordava agli studenti bolognesi che lui era fiero di quella nazionale perdente così come lo era stato di quella vincente ai Mondiali. Perché quel gruppo di atleti aveva saputo perdere e non aveva cercato alcun alibi.
"Aver fallito un obiettivo non significa essere nella 'mierda de la historia'. Questo è altrettanto valido per tutti i giovani.
Voi dovete cercare di vincere il più possibile ma non crediate che il mondo si divida tra vincenti e perdenti. Il mondo si divide tra brave persone e cattive persone". "Poi, tra le cattive persone, ci sono anche dei vincenti. E tra le brave persone ci sono anche dei perdenti, purtroppo".
E Velasco, cresciuto nell'Argentina della dittatura militare e della tragica vicenda dei desaparecidos (gli oppositori politici argentini fatti scomparire dalle autorità militari senza lasciare traccia), lo sa bene. Lo sa bene perché lui stesso è stato costretto a lasciare l'università di La Plata e anche il fratello venne rapito e torturato con la sola fortuna, rispetto a tanti altri, di poter tornare vivo da quella terribile e disumana esperienza (un reaparecido).
Per questo le sue parole (quelle di trent'anni fa e quelle dell'altra sera) sono valide, anzi validissime proprio nel momento in cui analizzano la cultura giovanile. Meglio ancora, complesse ma semplici.
E sagge. The post Incoraggiare i ragazzi di oggi, non giudicarli.
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