Politica
Essere donne iraniane
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“Finalmente qualcuno è intervenuto”, sostiene una donna in piazza San Giovanni a Roma, durante un raduno spontaneo di centinaia di cittadine e cittadini iraniani per festeggiare la morte della “guida suprema” della Repubblica islamica, Ali Khamenei. Da quando la crisi economica ha riacceso le proteste, alla fine del dicembre 2025, si è allungata la lista delle vittime civili, i cui numeri sono però impossibili da confermare per via dell’isolamento della rete voluto dal governo iraniano.
Non c’è da stupirsi, perciò, che oggi molte donne iraniane abbiano accolto con favore la morte del leader. Lilli Michelle, una comica iraniana residente negli Stati Uniti, la cui famiglia ha subito torture e incarcerazioni, ha dichiarato:
“Non sono ingenua su ciò che verrà dopo. Capisco l’instabilità e i vuoti di potere.
Ma, per un momento, è sembrato che l’uomo che ha presieduto a decenni di morte, prigionia, stupri, torture e oppressione sistemica fosse finalmente sparito. Sono contraria alla guerra con l’Iran, ma essere contro la guerra non richiede di piangere un dittatore”.
Istruite, ma discriminate: la condizione della donna Oggi, in Iran, la condizione femminile è segnata da una profonda contraddizione: se è vero che lo Stato promuove l’istruzione universitaria e l’inserimento delle donne in ruoli scientifici e amministrativi di rilievo (per esempio la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, è una donna), esse restano tuttavia intrappolate in un sistema di rigide limitazioni costituzionali, che precludono loro l’accesso alle massime cariche, e subiscono un diritto di famiglia profondamente diseguale. Dopo avere partecipato attivamente alla rivoluzione del 1979, con la speranza di avere un governo paritario, le donne sono state tradite dalla dittatura degli ayatollah, che fin da subito provò a marginalizzarle ed escluderle dalla vita pubblica.
“I più fondamentalisti avrebbero anche voluto negare la possibilità di studiare alle bambine e alle ragazze, come in Afghanistan, ma per fortuna non ci sono riusciti” – spiega l’attivista iraniana Pegah Moshir Pour, nel suo contributo al dossier “InDifesa” dell’associazione Terre des Hommes. Con la presa del potere di Khomeini, nel gennaio del 1979, ebbe inizio la svolta repressiva che ha portato all’apartheid di genere: il 28 febbraio i tornei sportivi femminili vennero annullati; il 2 marzo fu vietato alle ragazze di studiare giurisprudenza; il 7 marzo arrivò l’obbligo del velo.
E con Khamenei la situazione non migliorò: nel 2002, per esempio, fu introdotto l’articolo 1041 del Codice civile, che stabilisce l’età legale per il matrimonio a 13 anni per le ragazze, consentendo tuttavia l’unione a età inferiori, previa autorizzazione del tutore legale e approvazione vincolante di un tribunale competente. Altre norme, come l’articolo 1117, permettono ai mariti di ostacolare la carriera delle mogli o di negare loro il consenso a viaggiare, trattenendo i passaporti.
I diritti come pretesto In questo contesto, la narrazione bellica vorrebbe dipingere l’intervento israelo-americano come una benedizione necessaria. I diritti, l’entità delle proteste e delle vittime confermate, rappresentano un’occasione per giustificare l’intervento armato agli occhi dell’opinione pubblica.
Ma un esempio è l’Afghanistan: gli Stati uniti l’hanno lasciato nel 2021, dopo vent’anni di occupazione militare, abbandonando tranquillamente le donne all’oblio del governo talebano fondato sull’apartheid di genere. Quando finiscono gli interessi, sparisce anche il desiderio di “salvare” le donne.
La strumentalizzazione è evidente, e questo pinkwashing è simile alle posizioni sui diritti Lgbtqia+ in Israele: all’Occidente viene venduto il Pride di Tel Aviv, mentre le bandiere arcobaleno sventolano, scortate dalle forze armate, sulle rovine di una Gaza rasa al suolo, dimostrando di fatto che ci si può far scudo con istanze legittime per commettere crimini contro l’umanità. L’Organizzazione democratica delle donne iraniane (Doiw), infatti, è stata categorica nel condannare l’attacco:
“Questo assalto comporterà la distruzione delle infrastrutture e delle risorse del Paese, oltre al brutale massacro della popolazione civile. I primi rapporti sull’esito di questo selvaggio attacco sul suolo iraniano indicano che è stata colpita una scuola femminile nella città di Minab, e più di novanta studentesse innocenti sono rimaste uccise.
Condanniamo fermamente ogni forma di intervento esterno, considerandolo una violazione della sovranità e un’aggressione alla nostra patria”. Il 28 febbraio, è stata bombardata la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nell’Iran meridionale, causando la morte di 175 persone, per la maggior parte bambine.
Un’indagine del “New York Times” – condotta su immagini satellitari, video e dichiarazioni – indica gli Stati Uniti come responsabili dell’attacco. In guerra, purtroppo, i dittatori non sono gli unici a morire, e questo è il primo terribile esempio che quella che l’Occidente chiama “liberazione” si presenta come una nuova carneficina, in cui le civili e i civili sono stretti nella morsa tra una teocrazia agonizzante e il fragore accecante delle bombe straniere.
Perché l’Iran non è l’Italia del 1945 Tra i video che girano sui social negli ultimi giorni, c’è quello di un’altra donna iraniana, ancora durante i festeggiamenti di piazza San Giovanni, che dice alla telecamera: “Anche l’Italia è stata liberata dall’esercito statunitense e le donne hanno votato solo dopo, perché non può accadere all’Iran?”.
Leggendo i commenti, si rimane stupiti vedendo quante persone accettino senza remore il paragone tra l’intervento nell’Italia occupata dai nazisti e l’attuale guerra aerea contro l’Iran, dimostrando scarsa conoscenza della storia. Tralasciando che nel 1945 ci si trovava all’interno del contesto di una guerra dai confini estesi, che durava da anni, l’Italia fascista era uno Stato aggressore, e l’intervento era finalizzato a sconfiggere una potenza dell’Asse.
Qui, invece, si tratta di un attacco avvenuto durante una trattativa diplomatica, che ha aperto un esteso conflitto regionale. Esisteva poi un coordinamento importante tra la resistenza italiana popolare e lo sbarco delle truppe alleate, mentre, nell’Iran odierno, solo una minima parte della sollevazione popolare accetta senza remore l’intervento straniero.
Senza contare l’aspetto che riguarda le risorse naturali: l’Iran, come in precedenza l’Iraq, rappresenta un importante bacino di risorse energetiche e minerarie, alimentando il sospetto che qualsiasi liberazione sia solo il paravento etico per un nuovo capitolo di controllo geopolitico sulle risorse fossili. Il nostro Paese, che da quel punto di vista aveva invece da offrire ben poco, è stato sfruttato per la sua posizione geografica strategica nel Mediterraneo, cosicché ancora oggi è punteggiato di basi militari statunitensi.
Insomma, il paragone non regge, come non c’è correlazione tra i festeggiamenti per la morte della “guida suprema” di un Paese repressivo e l’appoggio all’intervento straniero. Come ha detto Ariana Jasmine, content creator iraniano-americana, “due cose sono vere contemporaneamente:
Khamenei era un dittatore oppressivo che ha soggiogato per decenni il popolo iraniano (specialmente le donne) e gli Stati Uniti e Israele non sono e non saranno mai i liberatori di alcuna nazione”. Il femminismo intersezionale contro l’imperialismo Affinché si verifichi un reale mutamento strutturale per la popolazione femminile iraniana, è imprescindibile riconoscere e interpellare quella resistenza interna che, dalla fine degli anni Settanta a oggi, non ha mai smesso di sfidare il potere.
Il controllo sistematico esercitato dalla Repubblica islamica ha alimentato una cronologia del dissenso decennale: dalle prime mobilitazioni del 1979, contro l’imposizione del velo, all’ondata del “movimento verde” nel 2009, fino alle drammatiche rivolte del “novembre di sangue”, tra il 2017 e il 2019. Un percorso culminato, nel 2022, con il movimento globale Donna, vita, libertà: un punto di rottura senza precedenti, che ha portato in piazza migliaia di persone, nonostante una repressione costata centinaia di vittime, esecuzioni e arresti.
Chi combatte per questo cambiamento paga un prezzo altissimo, come dimostra il caso dell’avvocata Nasrin Sotoudeh, condannata a lunghe pene detentive e a 148 frustate, con l’accusa di “incitamento alla corruzione e alla prostituzione” per avere difeso il diritto delle donne a non indossare il velo. In questo scenario, sono le femministe iraniane a dovere guidare le istanze di democrazia e giustizia, promuovendo un modello che rifiuti tanto la teocrazia quanto il neoimperialismo.
Emblematico è l’impegno di Narges Mohammadi, premio Nobel per la pace 2023, che, nonostante tredici arresti e una condanna a trentuno anni di carcere e 154 frustate, continua a denunciare l’attuale apartheid di genere attraverso appelli alle Nazioni Unite e l’analisi di diciannove leggi liberticide, volte a segregare le donne e a emarginarle dalla vita pubblica. Il coraggio e la testimonianza di queste donne evidenziano come quella iraniana non sia una rivolta monolitica, bensì una lotta profondamente intersezionale: è il coraggio delle donne curde che, come accaduto a Mahsa Amini, subiscono una doppia discriminazione etnica e di genere (vedi qui); è la tenacia di sindacaliste, studentesse e avvocate che rivendicano diritti civili, ma anche dignità lavorativa.
Questa resistenza rifiuta sia la gabbia della teocrazia sia le catene del neoimperialismo, poiché la libertà dell’Iran non può essere esportata con i droni né barattata con il sangue delle studentesse di Minab. Appartiene unicamente a chi, da decenni, costruisce dal basso un modello di giustizia che non accetta padroni, né divini né stranieri.
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