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Politica

L’Estonia, i russi e l’apartheid 

Venerdì 10 aprile 2026 ore 15:00 Fonte: Terzogiornale
L’Estonia, i russi e l’apartheid 
Terzogiornale

Come la storia insegna, le contaminazioni culturali e linguistiche, tra due Paesi confinanti ci sono sempre state: frutto di diversi fattori, come guerre, migrazioni dovute a eventi diversi, e via dicendo. Non sfugge a questa regola la questione russa nei Paesi baltici – Lituania, Lettonia ed Estonia, tutti facenti parte dell’ex Unione sovietica –, i quali con Mosca hanno sempre avuto rapporti conflittuali, divenuti ancora più problematici all’indomani dell’invasione russa dell’Ucraina, nel febbraio del 2022, che ha fatto scattare l’allarme in tutti i Paesi confinanti con il gigante euroasiatico.

Tanto per rendere più facili le cose, e accrescere la tensione con il più grande Paese del mondo, Tallinn ha deciso, lo scorso anno, di mettere al bando, entro il 2030, la lingua russa, parlata da poco meno di quattrocentomila cittadini estoni – presenti in gran parte nella capitale e nel Nord-est del Paese, dove i russofoni arrivano fino al 90% dei residenti – su poco più di un milione. Fra quattro anni, il russo sarà considerato alla stregua di una lingua straniera.

Dunque non più insegnata nelle scuole, a meno che non intervenga, nel frattempo, un minimo di buon senso. È come se noi eliminassimo ogni traccia di tedesco o francese, per fare gli esempi più evidenti, in Alto Adige o in Valle d’Aosta.

Più avanti, torneremo sul perché quasi metà della popolazione di questa piccola repubblica – poco più di 45.000km² con circa 1.300.00 abitanti – parli il russo. Rimanendo all’oggi, la misura presa dal governo centrista – già presieduto da Kaja Kallas, ora Alta rappresentante dell’Unione europea per gli Affari esteri, intransigente oppositrice a ogni dialogo con Mosca – certamente minerà ogni residua possibilità di convivenza tra le due comunità, dove invece servirebbe lanciare messaggi almeno interlocutori nei confronti dei russi e di Mosca, di fatto invece inesistenti in tutto il vecchio continente, se si escludono le forze politiche di estrema destra, il cui ruolo in questo scenario può solo assumere ancora più importanza.

I russofoni presenti in Estonia – come del resto in Lituania e Lettonia – non sono necessariamente di etnia “russa”; sono anche provenienti dalla Bielorussia e dall’Ucraina, o da famiglie miste che considerano il russo come lingua madre. In realtà, tutti vengono considerati dal nazionalismo estone come “occupanti”, con riferimento all’era sovietica.

Ne deriva una vera e propria discriminazione, confermata appunto dalla legge citata approvata dal parlamento a larga maggioranza – 93 su 101 parlamentari – e successivamente dal presidente, Alar Karis. Si tratta di una modifica costituzionale che vieta, ai cittadini extracomunitari, di votare alle elezioni locali, diritto garantito fin dal 1991.

Tra questi, circa novantamila russi e bielorussi, che hanno mantenuto la loro cittadinanza. A essere esclusi dal diritto di voto, anche sessantamila apolidi, ovvero privi di cittadinanza e dotati di un “passaporto di straniero”, divenuti tali dopo la fine dell’impero sovietico.

Decine di migliaia di persone che, nello scorso ottobre, hanno goduto per l’ultima volta del diritto di voto. Naturalmente, gli apolidi non possono far parte di alcun partito politico né lavorare nelle istituzioni estoni.

Il provvedimento ha suscitato critiche sia all’interno della stessa maggioranza di governo, in quanto considerata una legge sbagliata e antidemocratica, sia ovviamente da parte della popolazione interessata, in particolare quella residente a ridosso del confine e nella città di Narva, situata ad appena centocinquanta chilometri da San Pietroburgo. Rendere più marcata questa discriminazione ha reso ancora più tangibile il regime di apartheid esistente in Estonia, come molti osservatori, e ovviamente gli stessi interessati, definiscono questa organizzazione della società estone.

Da tempo, l’odio contro quello che viene definito “Paese occupante” si è plasticamente manifestato anche con l’abbattimento di monumenti di epoca sovietica e di tutto ciò che ricorda quel lungo e complicato periodo storico. Questo clima di fortissima tensione, che ricorda pericolosamente la questione russa nel Donetsk e nel Donbass in Ucraina, non nasce dal nulla.

Andando molto indietro nel tempo, alla fine del XVII secolo, nel territorio corrispondente all’attuale Estonia arrivarono migliaia di “vecchi credenti”, un movimento russo che si opponeva alla Chiesa ortodossa ufficiale, e per questo perseguitato. Nel secolo successivo, questi territori entrarono a far parte dell’impero russo.

Un’altra ondata migratoria russa va fatta risalire alla fine del XIX secolo, quando in molti si recarono in Estonia in un momento d’importante sviluppo industriale. All’indomani della Prima guerra mondiale, i russi in Estonia, ormai uno Stato indipendente, ammontavano a circa il 7% della popolazione.

Con la rivoluzione d’ottobre del 1917, i russi, approfittando di una legge a tutela delle minoranze etniche e religiose, si rifugiarono in Estonia. Per gli abitanti di questo Paese, gli anni Trenta e Quaranta furono invece un incubo.

Dopo il patto di non belligeranza tra Mosca e Berlino (il Ribbentrop-Molotov del 1939), i sovietici occuparono i tre Stati baltici, con persecuzioni e repressioni nei confronti della popolazione e delle organizzazioni politiche e culturali locali. Per questa ragione, quando la Germania nazista violò l’intesa, occupando nel 1941 quell’area geografica, i tedeschi vennero accolti come liberatori dagli estoni, salvo poi questi drammaticamente doversi ricredere, perché fino al 1944, anno della ritirata della croce uncinata, furono sottoposti a un sanguinario regime di occupazione: essi vennero incorporati nel Reichskommissanat Ostland, un’entità amministrativa istituita nel 1941, nel corso dell’operazione Barbarossa, che, lungi dal concedere loro l’agognata indipendenza, garantiva all’occupante l’uso delle risorse locali, oltre al coinvolgimento del Paese nelle operazioni che portarono all’Olocausto, con le persecuzioni degli ebrei.

L’arrivo dei tedeschi, inoltre, provocò l’arresto e l’uccisione di molti russi, quasi tutti esponenti del Partito comunista sovietico. Dopo la guerra, l’Estonia divenne parte dell’Urss – come Repubblica socialista sovietica estone –, sottoposta, nel corso del tempo, a una vera e propria politica di sostituzione etnica, messa in atto fino al 1953, che conobbe il suo culmine con l’Operazione Priboi, nel 1949.

Questa politica era finalizzata a favorire l’arrivo dei russi nelle repubbliche baltiche – nel caso dell’Estonia, nelle contee di Ida-Viru e Harju, e in città come Paldiski, Sillamäe e Narva – con la conseguente deportazione degli estoni verso i gulag della Siberia, anche perché nelle loro file erano presenti gruppi di dissidenti reali o potenziali. Per conseguenza, la popolazione russa passò dalle 23.000 unità del 1945 ai 475.000 del 1991, una cifra di poco superiore a quella attuale.

Con questa storia alle spalle, si può dare non tanto una giustificazione, quanto almeno una spiegazione, alla politica russofoba del governo estone. Ricordiamo che i nonni e i genitori della stessa Kallas sono stati vittime della repressione da parte dei russi.

E il clima non ha fatto altro che peggiorare dopo l’invasione dell’Ucraina, sebbene sia del tutto evidente che, al di là di questa storia, creare nel Paese cittadini di serie A e di serie B non contribuisce a un clima adatto alla pace interna e all’avvio di un dialogo tra Mosca, da un lato, e Kiev e Bruxelles, dall’altro. Ma nel contesto che ormai conosciamo, d’inazione dell’Unione nei confronti della guerra e con la storia che l’Estonia ha alle spalle, diventa quasi normale assistere all’approvazione di leggi discriminatorie nei confronti dei russi, che finiscono col gettare altra benzina su un fuoco che sembra non volersi proprio spegnere.

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