Politica
Repubblica, il giornale di Scalfari che voleva “addomesticare” il Pci e ha creato una sinistra senz’anima
Il sei aprile di quest’anno Eugenio Scalfari avrebbe compiuto 102 anni. Sempre quest’anno la Repubblica, il suo giornale, ne compirà 50: il 14 gennaio del 1976 nasceva infatti il quotidiano destinato a innovare tutti i format della carta stampata nazionale e a incidere in modo decisivo nella nostra storia politica e culturale.
È un compleanno tondo, che avviene alla vigilia di una cessione ad un editore greco che rischia di disperdere l’eredità di un grande imprenditore editoriale, divenuto via via dopo la fondazione dell’Espresso – sua altra creatura – una sorta di “papa laico” del nostro giornalismo. Appunto, Scalfari.
Figlio dell’amministratore del Casinò di San Remo e nativo di Civitavecchia, bravo giocatore sul tavolo dei grandi progetti senza badare troppo a chi lo finanziava ma con in testa una idea semplice: fare del liberalismo di sinistra radicale la cifra vincente della sinistra italiana. Laddove invece il partito d’Azione aveva fallito, insieme con il socialista Pietro Nenni, nel contendere l’egemonia al Pci.
Insomma, Scalfari e Repubblica, furono un binomio inscindibile. E con una idea ben precisa al suo centro, al di là della freschezza mediatica della formula: quella di conquistare, oltre al consenso della imprenditoria, il cuore dei comunisti italiani.
Ponendosi come garante della sua “mutazione” democratica agli occhi della borghesia illuminata di cui, grazie alla Fiat e a Caracciolo, il fondatore aveva ottenuto la fiducia. E grazie anche ad una violenta campagna liberale contro l’industria di Stato: la razza padrona.
Della quale pure Scalfari aveva cercato l’aiuto, tra la vicenda del Mondo e quella dell’Espresso, quando chiese sostegno all’ Eni di Cefis senza fortuna. Ebbene, fu senza dubbio un grande innovatore Scalfari.
Un’avventura la sua cominciata con l’Espresso settimanale radical progressista che lanciò contro il Sifar (il servizio segreto militare), usò per denunciare il sacco di Roma e le stragi di Stato e interpretando il consumo culturale e le avanguardie come gioco di società. In più quel giornale ebbe l’intonazione laica e azionista di “Nord e Sud” di Compagna, condita anche di snobismi e frivolezze.
Tutte cose, da Arbasino all’”adelphismo”, trasferite infine nel suo capolavoro: la Repubblica del 1976. Format di giornalismo grintoso e sfrontato che portava dentro di sé il meglio di Paese Sera e dell’Unità.
Macchina e firme. Con due anime:
Scalfari e Mario Pirani. La seconda anima era socialista, post Pci.
Ma soprattutto però contava la prima, la vera anima, quella di Scalfari. Quella azionista e liberale di sinistra, sconfitta al tempo in cui “Barbapapà” – come veniva chiamato Scalfari – tentò di togliere il Pli a Malagodi.
Ma riproposta poi sul piano trasversale e giornalistico d’assalto, allorché Scalfari vince alla grande la sua scommessa politica, sul piano dell’opinione. Nasce così il “partito di Repubblica“.
Filosocialista con brio, fino al secondo Craxi – il tristo Ghino di Tacco – ma anche “demitiana” per un po’, in senso modernista e alternativa a Craxi. Del quale veniva stroncata ogni volontà di primato sui comunisti.
Repubblica dunque filo Pci, ma critica della sua natura di classe, e inglobatrice della sua diversità. Fu istituzionale la Repubblica, amendoliana sulle questioni del debito e dell’inflazione, con Bruno Visentini, finanche presidenzialista sui generis con la cuspide del Colle a garanzia dell’emergenza finanziaria e democratica.
Come col governo Monti. Anti berlusconiana fin dal tempo dell’assalto a Mondadori e alla SME.
Civilmente progressista. Il primo numero di Repubblica del 14 gennaio 1976 Il rischio che vada completamente dispersa l’eredità del fondatore E tuttavia, come già detto, l’anima del progetto restava molto più ambiziosa: trasformare il Pci e il post Pci in un partito democratico interclassista e progressista, fino ai fasti del De Benedetti tessera n.1 del Pd.
E divenuto proprietario per 93 milardi della testata vendutagli dal fondatore, tra le polemiche delle firme storiche come Giorgio Bocca. Storica fu la plus valenza dello Scalfari imprenditore.
Che però non interruppe la lunga marcia de la Repubblica alla conquista per vie interne del Pci tramite il suo gruppo dirigente, proteso alla legittimazione di governo, e malgrado la refrattarietà di Berlinguer pur in lotta contro la conventio ad excludendum. Una lunga vicenda coronata da successo dopo il 1989 e dopo la nascita del Pd.
Fino al celebre aforisma Scalfariano di 10 anni fa che compendiava tutta la storia: “Io sono il nonno di Renzi, il figlio di Veltroni che è figlio mio”.
Lapidaria e scherzosa sentenza, che ben riassume però la mission ben riuscita di Repubblica, all’ apogeo e prima della crisi odierna, causata dai figli di De Benedetti, che la vide ostaggio inutile e vacuo di senso nelle mani di Gedi e Molinari piattamente atlantista. Una storia oggi sul punto di venir dismessa, con un destino incerto.
Dunque fu proprio Scalfari con la sua Repubblica il gran “papa laico” della sinistra democratica post Pci. Insomma, fu il grande artefice egemone gramsciano della neo sinistra depotenziata e decollata.
Il pontefice sdoganatore del Pci e del post Pci, mondato di peccati e ormai idoneo a governare: l’auctoritas che tutto il gruppo dirigente comunista cercava per farsi legittimare. Operazione senza dubbio riuscita, ed esorcismo coronato da successo, tra la fine del 900 e il secolo presente.
Ma con bizzarro risultato. E cioè: affondato il Pci, è spuntata una neo sinistra dem incerta e ancora in cerca di baricentro identitario dopo le sconfitte del Pd maggioritario e liberal progressista voluto da Repubblica, perorato da Ezio Mauro dopo Scalfari.
Resta di quel giornale la grande rivoluzione del linguaggio giornalistico. La spregiudicatezza e la vivacità culturale.
La sua capacità di smuovere e rappresentare l’esteso ceto medio riflessivo e illuminista in alleanza con la grande impresa ostile al centrismo consociativo e al clientelismo assistenziale. In altri termini resta la sua funzione modernizzatrice e laica che finì tuttavia per svuotare l’idea stessa di una sinistra di massa alternativa ed egemone.
Una sinistra non liberale che servirebbe oggi più che mai a difendere e reinventare a suo modo e con il suo segno anche la lezione di Repubblica oggi minacciata da un incerto destino editoriale con le destre populiste e neo centriste moderate al potere. L'articolo Repubblica, il giornale di Scalfari che voleva “addomesticare” il Pci e ha creato una sinistra senz’anima proviene da Strisciarossa.