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Il petrolio del Venezuela e l’Italia “hub del gas”. Perché il ministro Pichetto Fratin si sbaglia
Il testo che segue è un riassunto dell'articolo Il petrolio del Venezuela e l’Italia “hub del gas”. Perché il ministro Pichetto Fratin si sbaglia generato dall'AI. L'AI può commettere errori: ogni informazione va verificata attentamente.
L’idea dell’Italia come hub del gas non è nuova. La proponeva Pierluigi Bersani già nel 2007 e da allora è stata resuscitata innumerevoli volte.
Buon ultimo, almeno per il momento, il ministro dell'Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin in un’intervista del 5 gennaio a Il Messaggero. Il ministro parte dalla situazione in Venezuela, Paese che ospita le più grandi riserve petrolifere mondiali e nono per riserve di gas globali, per sottolineare i rischi a cui l’Italia, e più in generale l’Unione europea, è sottoposta.
I rischi sono quelli di qualsiasi Paese che dipende dall’estero per gli approvvigionamenti energetici. E fin qui possiamo essere d’accordo.
Peccato che poi il ministro metta in fila una serie di dati sbagliati e una serie di opinioni francamente discutibili. Iniziamo dai dati.
“Noi siamo dipendenti dall’estero per l’85% della nostra energia”, in realtà il dato è sceso al 72% grazie allo sviluppo delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica. “Quando parliamo di solare ed eolico i pannelli e le pale sono prevalentemente prodotti all’estero”.
In realtà il solo impianto di produzione di Vestas a Taranto può produrre più di 2.000 MW di pale eoliche all’anno, mentre in Italia se ne installano circa 500 MW. Siamo quindi già un esportatore puro di tecnologia eolica e potremmo diventarlo anche di pannelli solari quando arriverà alla piena produzione l’impianto di 3Sun a Catania (3.000 MW annui di potenziale) e quello di FuturaSun in Veneto (7.600 MW annui di produzione).
Rispetto agli idrocarburi il ministro si immagina di poter aumentare la produzione nazionale che nel 2024 ha coperto rispettivamente meno del 5% del gas utilizzato in Italia e il 7,5% del petrolio. Rivendica l’aumento della produzione di gas nei primi mesi del 2025, dimenticando però la parallela diminuzione della produzione di petrolio.
Ma soprattutto dimenticando che le riserve certe dichiarate dal suo stesso ministero a fine 2023 basterebbero giusto a coprire otto mesi dei consumi italiani di gas e 18 mesi dei consumi italiani di petrolio. Se anche consideriamo nel conto le riserve probabili e quelle possibili arriviamo a un anno e mezzo dei consumi di gas e tre anni e otto mesi dei consumi di petrolio.
Il nulla, sostanzialmente. I tanto vituperati pannelli solari invece una volta installati sono in grado di produrre energia per decenni (con rese garantite superiori all’80% dopo 30 anni).
Possiamo quindi escludere che la produzione nazionale di gas e petrolio possa giocare un ruolo significativo nel futuro energetico del nostro Paese, non per colpa di qualche ambientalista invasato ma per semplici ragioni geologiche. Potrebbe però giocarlo come hub, cioè come piattaforma di ricezione del gas, da distribuire ai Paesi nostri vicini?
Il picco di consumi di gas nell’Unione europea risale al lontano 2010, da allora è sceso fino al 2015 per poi risalire fino al 2021. Tra il 2021 e il 2023 i consumi sono scesi di quasi il 20% e sono ormai arrivati ai livelli del 1995-1996.
Le prospettive future sono ovviamente da verificare, ma secondo Ember in base ai piani nazionali dovrebbe diminuire del 7% entro il 2030 mentre secondo l’Institute for energy economics & financial analysis potrebbe crollare addirittura del 25%. Ricordiamo infatti che il gas è stato finora venduto (letteralmente e metaforicamente) come combustibile di transizione, cioè come combustibile che avrebbe sostituito il carbone diminuendo le emissioni di gas climalteranti, in attesa dell’esplosione delle rinnovabili.
Solo che oggi i consumi di carbone dell’Unione europea si sono ormai dimezzati rispetto al 2010 (e come abbiamo visto, contemporaneamente i consumi di gas sono diminuiti di circa un quarto). Se guardiamo ad esempio al settore elettrico, nel 2024 nell’Unione europea la produzione da solare ha superato quella da carbone e la produzione da eolico ha superato quella da gas.
E nel 2025 sono annunciate ulteriori progressioni delle rinnovabili che secondo gli obiettivi comunitari dovrebbero arrivare a coprire il 42,5% dei consumi energetici totali entro il 2030. Questo implicherebbe arrivare a coprire tra il 65 e il 70% dell’elettricità da rinnovabili: nel 2024 era il 47% dell’elettricità e il 25% del totale dell’energia.
Se nei primi 11 mesi del 2025 l’Italia ha esportato circa due miliardi di metri cubi di gas (cioè meno dell’1% dei consumi europei) come possiamo pensare che le cose evolvano significativamente in futuro? La domanda, quindi, è sempre la stessa: a chi dovremmo poi venderlo tutto questo gas?
E chi pagherebbe per infrastrutture obsolete? Gianluca Ruggieri è ricercatore e docente di Fisica tecnica ambientale all’Università dell’Insubria, dove si occupa di sostenibilità energetica, democrazia energetica e transizione ecologica.
Impegnato nella divulgazione, cura la trasmissione "Il giusto clima" su Radio Popolare, trattando temi legati all’energia, ai cambiamenti climatici e alla giustizia ambientale. Collabora da anni con Altreconomia, di cui è socio ed è stato nel Consiglio di amministrazione, approfondendo questioni di economia circolare, consumo responsabile e il ruolo delle comunità energetiche nella transizione ecologica.
È tra i fondatori della cooperativa ènostra, che promuove la produzione e distribuzione di energia rinnovabile, proponendo un modello energetico più equo e partecipativo. Il suo ultimo libro pubblicato è "Le energie del mondo" per Editori Laterza. © riproduzione riservata L'articolo Il petrolio del Venezuela e l’Italia “hub del gas”.
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