Venerdì 9 gennaio 2026 ore 07:51

Notizie

A Dacca i funerali di Khaleda Zia

Venerdì 2 gennaio 2026 ore 12:14 Fonte: Lettera22
A Dacca i funerali di Khaleda Zia
Lettera22

Sono centinaia di migliaia, qualcuno dice più di 1 milione, le persone che il 31 dicembre a Dacca, capitale del Bangladesh, hanno partecipato al funerale di Stato per “begum” Khaleda, deceduta il giorno prima, martedì 30, in un clinica privata. “La nostra amata leader non è più con noi.

Ci ha lasciati alle sei del mattino”. Così martedì scorso, con un post sui canali social, il Bangladesh Nationalist Party (BNP), tra i maggiori partiti politici del Bangladesh, ha annunciato la morte della presidente, la 79enne Khaleda Zia.

Con il suo decesso, e con la fuga in India della rivale storica Sheikh Hasina, a capo dell’Awami League e di un regime rovesciato da proteste di piazza nell’estate 2024, si chiude uno dei duelli dinastici più intriganti e sanguinose di tutta l’Asia. Una faida politica che lascia dietro di sé un’eredità determinante anche per le elezioni del 12 febbraio 2026.

La parabola istituzionale di Khaleda Zia comincia con l’uccisione del marito Ziaur Rahman – il generale divenuto nel 1977 presidente del Bangladesh e nel 1978 fondatore del Bangladesh Nationalist Party -, il 30 maggio 1981 durante un fallito colpo di Stato, e con il successivo colpo di Stato, nel marzo 1982, del capo dell’esercito Hussain Muhammad Ershad, che impone la legge marziale. Il BNP cerca una figura di unità.

Khaleda Zia ne diventa vice-presidente nel 1983, presidente nell’agosto 1984. Sono gli anni in cui Zia contesta la sospensione della Costituzione e invoca la democrazia.

Rientrata dall’esilio nel 1981, alla guida del partito fondato dal padre, l’Awami League, fa lo stesso anche Sheikh Hasina, figlia del “padre della patria”, primo presidente del Bangladesh indipendente Sheikh Mujibur Rahman. Khaleda Zia serra i ranghi, arringa le folle e trasforma il BNP, un partito nato attorno a un militare, in una forza politica di massa.

Nel 1986, mentre l’Awami League accetta di partecipare, nonostante la legge marziale in vigore, alle elezioni indette da Ershad, Zia decide di boicottarle. Capitalizzerà quella scelta dopo la caduta del regime militare di Ershad, che nel dicembre 1990 rassegna le dimissioni.

Durante le prime elezioni libere, nel 1991, con un controverso compromesso con il partito islamista Jamaat-e-Islami sul quale ancora grava l’accusa di aver combattuto contro l’indipendenza dal Pakistan nel 1971, diventa la prima ministra donna del Paese. Al potere fino al 1996, rivendicherà in particolare la liberalizzazione dell’economia, l’accesso all’istruzione per le donne, la trasformazione del sistema presidenziale in parlamentare.

Dopo una brevissima parentesi, torna prima ministra dal 2001 al 2006, gli anni della corruzione, della accuse anche per il figlio Tarique Rahman, delle concessioni ai gruppi islamisti radicali, dell’inasprimento dei rapporti con l’India, dei colpi bassi contro la rivale, del tentativo di conservare il potere con metodi anti-costituzionali. Così i suoi detrattori, che riconoscono nel suo percorso – dalla democrazia all’arbitrio del potere – un itinerario simile a quello della rivale Sheikh Hasina.

Al governo ininterrottamente dal 2009 al 2024, Hasina riserva a Khaleda Zia una persecuzione politica, mentre il BNP boicotta le elezioni del 2014 e del 2024 (non quelle del 2018, viziate da brogli). Fino al 6 agosto 2024, il giorno successivo alla fuga di Hasina verso l’India, quando Zia riemerge da 5 anni di arresti domiciliari.

Nel novembre 2024 la prima apparizione pubblica. Poi il ricovero all’Evercare Hospital di Dacca e il decesso, avvenuto i 30 dicembre, alla vigilia delle cruciali elezioni del 12 febbraio 2026, fissate dal governo a interim guidato da Muhammad Yunus, chiamato a traghettare il Paese dopo la fuga di Hasina in India, il quale ha annunciato tre giorni di lutto nazionale.

La morte di Zia ha finito per eclissare le due notizie che per giorni hanno conquistato l’attenzione generale. La prima è il rientro in patria del figlio, il sessantenne Tarique Rahman, atterrato a Dacca il 25 dicembre dopo 17 anni di auto-esilio e dopo che, come avvenuto per la madre, con l’uscita di scena di Sheikh Hasina la Corte suprema ha annullato le condanne a suo carico.

Accolto da una folla trionfante di più di un milione di sostenitori, si è poi recato nella clinica dove era ricoverata la madre per quello che sarebbe stato uno degli ultimi saluti e, simbolicamente, un passaggio di consegne: molti ritengono che il prossimo primo ministro sarà proprio lui, l’uomo che negli ultimi anni è stato il presidente di fatto del BNP dall’esilio londinese. La seconda notizia eclissata riguarda invece l’annuncio dell’alleanza tra il Jamaat-e-Islami, il più forte e consolidato partito islamista del Paese, bandito sotto il governo di Sheikh Hasina, e il National Citizen Party (NCP), il partito che dovrebbe incarnare lo spirito degli studenti rivoluzionari.

La scelta, ha dichiarato Nahid Islam, uno dei volti simbolo di quel movimento, poi parte del governo a interim di Yunus, ora a capo del NCP, è stata dettata dalla necessità: “La dittatura che abbiamo rovesciato sta tentando di sabotare le elezioni.

Pertanto, nell’interesse di una maggiore unità, abbiamo raggiunto un accordo elettorale con Jamaat”. Le sue parole non hanno convinto tutti: molte le dimissioni, forte lo sgomento della base, che vede nell’alleanza con il Jamaat un esempio della politica vecchio stile.

Quella di Khaleda Zia e del suo Bangladesh Nationalist Party e di Sheikh Hasina e della sua Awami League. Questo articolo riprende, tranne che per l’incipit, un articolo uscito il 31 dicembre sul manifesto, che ringraziamo.

La foto è dell’autore. L'articolo A Dacca i funerali di Khaleda Zia proviene da Lettera22.

Articoli simili