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Storia

Apocalisse a Hiroshima

Mercoledì 6 agosto 2025 ore 11:00 Fonte: Nati per la Storia
Apocalisse a Hiroshima
Nati per la Storia

Esattamente ottanta anni fa, il 6 agosto 1945, un ordigno nucleare denominato Little Boy (“ragazzino”) venne lanciato sulla città giapponese di Hiroshima dal bombardiere statunitense B-29 denominato Enola Gay. Tre giorni dopo un altro B-29, soprannominato Bocks Car, sganciò un secondo ordigno nucleare, noto col nome di “Fat Man” (“grassone”), su Nagasaki.

Il fungo nucleare dell’esplosione atomica sopra Nagasaki. Si trattò delle prime, e fortunatamente uniche, occasioni in cui furono impiegati ordigni atomici nel corso di un conflitto armato per quanto nel corso dei decenni successivi alla seconda guerra mondiale lo sviluppo tecnico e la produzione di questo genere di armi non si sia mai fermata e che diverse volte, nel corso della guerra fredda come pure successivamente, si sia paventato un loro nuovo utilizzo bellico.

Per capire come si arrivò alla decisione finale di utilizzare la bomba atomica occorre chiarire quale fosse la situazione sul fronte del Pacifico nei primi mesi del 1945. A quel punto il Giappone aveva perduto da tempo l’iniziativa a favore degli Alleati.

Pur frastornati, gli Stati Uniti avevano incassato il colpo di Pearl Harbour e nel giro di alcuni mesi avevano saputo rispondere con decisione all’aggressione giapponese. Dopo il temerario raid su Tokyo condotto dal colonnello James Doolittle il 18 aprile 1942, tra il maggio e il giugno dello stesso anno la flotta statunitense uscì vittoriosa dalle decisive battaglie di Midway e del Mar dei Coralli.

Costretto a rinunciare all’invasione dell’Australia, il Giappone dovette a quel punto mettersi sulla difensiva: da quel momento i suoi eserciti e le sue flotte furono costretti ad una lenta ma inesorabile ritirata, anche perché i ritmi produttivi dell’industria bellica degli Stati Uniti erano insostenibili per quella giapponese, che non era assolutamente in grado di rimpiazzare con altrettanta rapidità le perdite di materiale bellico, aerei e navi. La USS Yorktown al momento dell’impatto con un siluro giapponese il 4 giugno 1942 durante la battaglia di Midway.

Si noti il fuoco antiaereo molto intenso. Così le forze statunitensi riuscirono ad avvicinarsi progressivamente all’arcipelago nipponico, preparando il terreno per bombardamenti e, potenzialmente, per un’invasione.

Il primo grande passo fu la presa di Guadalcanal, nell’arcipelago delle Salomone, su cui i Marines sbarcarono pressoché indisturbati il 7 agosto 1942. Dopo cinque mesi di scontri, a dicembre il Giappone rinunciò alla riconquista dell’isola e il 9 febbraio successivo evacuò le forze restanti.

La campagna di Guadalcanal segnò la prima grande vittoria strategica degli Alleati sul Giappone e perciò venne spesso definita il punto di svolta della guerra assieme alle battaglie di Stalingrado, in Unione Sovietica, e ad El Alamein, in Africa settentrionale. Tra il 1943 e il 1944, mentre un’armata anglo-indiana dava inizio alla controffensiva contro le forze di occupazione giapponesi in Birmania, nel Pacifico gli americani conquistarono le isole Gilbert, Marshall e Marianne, come Tarawa, Kwajalein, Saipan e Guam.

La strategia adottata fu detta del salto della rana (in inglese Leapfrogging strategy). I Marines statunitensi riposano sul campo durante la campagna di Guadalcanal nel novembre 1942.

Evitando le basi maggiormente fortificate dai giapponesi, le forze statunitensi procedettero ad una serie di sbarchi di isola in isola, attaccando quelle meno difese e nello stesso tempo strategicamente più rilevanti per la presenza di infrastrutture quali porti o aeroporti. Le restanti forze giapponesi venivano semplicemente isolate, impedendo loro di ricevere ulteriori rifornimenti e rinforzi mediante attacchi aerei e sottomarini.

La difesa giapponese, per contro, fu caratterizzata da una resistenza totale, disperata e fanatica, che cercava di infliggere il maggior numero possibile di perdite agli Alleati per scoraggiarne l’avanzata. In ossequio all’antico codice samurai, il bushidō, i giapponesi giudicavano intollerabile la resa e pertanto per un soldato era preferibile ricercare la morte in battaglia alla prospettiva della cattura e della prigionia in mano nemica.

Tra le azioni che maggiormente lasciarono atterriti i soldati americani, non solo le reclute ma anche i veterani pure avvezzi alla crudeltà e alla violenza della guerra, vi furono le cosiddette cariche banzai. Il nome deriva dal grido “Tenno Heika Banzai!” (che in giapponese significa “Lunga vita a Sua Maestà l’Imperatore!”) lanciato dai militari nipponici durante l’attacco.

Il caporale Yukio Araki, con in braccio un cucciolo, con altri quattro piloti del 72° Squadrone Shinbu a Bansei, Kagoshima. Araki morì il 27 maggio 1945, all’età di 17 anni, in un attacco kamikaze contro delle navi nei pressi di Okinawa.

Agendo preferibilmente all’alba o al crepuscolo allo scopo di massimizzare l’effetto sorpresa, i soldati giapponesi assalivano in massa all’arma bianca o con fucili e baionette le linee americane apparentemente senza alcun riguardo per la propria sopravvivenza cercando di sopraffare psicologicamente e fisicamente le truppe nemiche. Tuttavia, di fronte alla devastante potenza di fuoco di cui potevano disporre i soldati statunitensi, questi attacchi finivano per risolversi in stragi di soldati giapponesi, con scarsi risultati sul piano militare.

Dopo le gravissime perdite, il comando giapponese cominciò a scoraggiare le cariche banzai a favore di una difesa in profondità, attraverso lo scavo nell’entroterra di caverne, tunnel e bunker, creando così sistemi difensivi complessi e difficili da espugnare. Verso la fine della guerra, le cariche banzai divennero rare, ma rimasero simbolo del fanatismo e del sacrificio assoluto tipico dell’esercito imperiale giapponese.

Un’altra tattica che rende bene l’idea dell’accanimento e del fanatismo che caratterizzò la conduzione della guerra da parte giapponese fu l’impiego dei cosiddetti “kamikaze”, aviatori suicidi che a bordo di apparecchi imbottiti di esplosivo andavano a schiantarsi contro le navi americane. Il termine kamikaze, che ancora oggi è accostato una varietà più ampia di attacchi suicidi, è traducibile come “vento divino” e deriva dalle tempeste che nel XIII secolo, per due volte, spazzarono via le flotte sino-mongole allestite allo scopo di invadere il Giappone.

Una colonna di Chindits – unità di forze speciali del British Indian Army – in marcia durante l’azione di guerriglia nella Birmania occupata nel 1943-1944. Tra gennaio e giugno 1945, il fronte del Pacifico entrò nella sua fase più intensa e sanguinosa.

I comandi americani iniziarono a pianificare la conquista delle due basi avanzate giapponesi a sud dell’arcipelago nipponico, Iwo Jima e Okinawa. La lotta fu particolarmente accanita poiché entrambe le isole – che, è bene ricordare, erano parte del territorio metropolitano giapponese – erano state pesantemente fortificate dai giapponesi nel tentativo di arrestare l’avanzata americana.

Il 19 febbraio 1945 i Marines sbarcarono a Iwo Jima e solo il 26 marzo ebbero ragione della caparbia resistenza dei 20 mila difensori giapponesi mentre su Okinawa, assaltata il 1º aprile, i combattimenti si trascinarono feroci fino al 19 giugno, quando la guarnigione nipponica di oltre 100 mila uomini fu quasi del tutto annientata dai militari statunitensi, che pagarono la vittoria con circa 50 mila tra morti e feriti. Quest’ultima battaglia fu segnata da una travolgente partecipazione dei kamikaze e dall’ultima apparizione della marina imperiale.

La devastazione di Tokyo lasciata dal bombardamento del 9-10 marzo 1945. Intanto, dall’aprile del 1944, il territorio giapponese iniziò a essere colpito da una serie di devastanti bombardamenti allo scopo di colpire la produzione bellica e di fiaccare il morale della popolazione.

Tra il 9 e il 10 marzo del 1945 un’incursione su Tokyo con bombe incendiarie causò la morte di circa 100 mila persone in poche ore mentre nei giorni seguenti nuovi attacchi portarono alla quasi totale distruzione dei centri di Nagoya, Kobe, Osaka, Kure, Yokohama provocando circa 250 mila morti. Nonostante la situazione fosse ormai al limite della disperazione, il governo giapponese rifiutava qualunque ipotesi di arrendersi senza condizioni come ribadito a più riprese dagli Alleati negli anni precedenti.

Già nel novembre 1943 al termine della Conferenza del Cairo il Primo Ministro britannico Churchill, il Presidente americano Roosevelt e il Generalissimo cinese Chiang Kai-shek avevano dichiarato il comune impegno di combattere le forze giapponesi sino alla loro resa incondizionata. Un momento della battaglia di Okinawa: marines statunitensi impiegano la dinamite per distruggere le caverne fortificate dai soldati nipponici.

I tre leader alleati avevano inoltre stabilito che l’Impero del Sol Levante sarebbe stato privato di tutte le conquiste effettuate in Asia e riportato ai confini del 1894. Di conseguenza la Manciuria, Taiwan e le isole Pescadores sarebbero state restituite alla Cina mentre la Corea avrebbe ottenuto la piena indipendenza.

Tale impegno fu ribadito quasi due anni dopo, a margine della conferenza di Potsdam, tenutasi tra il 17 luglio e il 2 agosto 1945, pochi mesi dopo la fine della guerra in Europa. Il nuovo inquilino della Casa Bianca Harry Truman, subentrato a Roosevelt il 12 aprile 1945 dopo la morte di quest’ultimo, lanciò un ultimatum al Giappone, affermando che, qualora non si fosse arreso, avrebbe subito un’“immediata e completa distruzione”.

Il giorno seguente i giornali giapponesi riportarono la dichiarazione, il cui testo venne diffuso anche radiofonicamente in tutto l’impero del Sol Levante, ma il governo militare la respinse. Una mappa che mostra le forze Giapponesi e degli Stati Uniti che dovevano prendere parte all’Operazione Downfall.

Erano previsti due sbarchi: Olympic (sull’isola meridionale Kyūshū) e Coronet (sull’isola principale, Honshū).

Dare corso a questa minaccia avrebbe voluto dire procedere con l’invasione dell’arcipelago giapponese, difeso, secondo le stime del Pentagono, da circa due milioni di soldati senza contare gli ancora più numerosi civili che sarebbero stati armati e mobilitati per difendere il suolo patrio dall’invasore yankee. Analizzando le perdite delle ultime due grandi battaglie combattute a Iwo Jima e Okinawa, gli strateghi americani stimavano che l’invasione del Giappone – nome in codice Operazione Downfall – avrebbe richiesto almeno un altro anno di guerra per essere portata a termine e che sarebbe costata tra i 500 mila e un milione di caduti tra i soldati americani e tra i 5 e i 10 milioni di morti giapponesi tra militari e civili.

Di fronte a queste cifre il Presidente Truman decise di autorizzare l’impiego di nuova, devastante arma, la bomba atomica, risultato finale del segretissimo Progetto Manhattan. Questo programma di ricerca era stato avviato nel giugno del 1942, quando Roosevelt ne affidò il coordinamento gestionale-amministrativo al Generale Leslie Groves, mentre il fisico Julius R. Oppenheimer venne nominato responsabile scientifico.

Il Generale Leslie Groves (a sinistra) venne nominato comandante militare del Progetto Manhattan, mentre Robert Oppenheimer (a destra) direttore scientifico. Il Progetto Manhattan fu un’impresa scientifica e ingegneristica senza precedenti, e unì fisici, chimici, ingegneri e matematici provenienti da tutto il mondo, molti dei quali rifugiati dall’Europa, quali i fisici ungheresi di origine ebraica Leó Szilárd ed Edward Teller, oltre all’italiano Enrico Fermi, trasferitosi in America per sottrarsi alle leggi razziali fasciste, essendo sua moglie di fede ebraica.

Harry Truman venne informato dettagliatamente sul programma atomico statunitense solo il 25 aprile 1945 nel corso di un lungo colloquio con il segretario alla Guerra Henry L. Stimson, il quale riferì il Presidente che stava per essere completata “l’arma più terribile che mai si sia vista nella storia umana” e disse che un primo esperimento avrebbe potuto essere condotto prima di agosto. Il primo test nucleare, nome in codice “Trinity”, venne effettivamente eseguito il 16 luglio 1945 ad Alamogordo, nel Nuovo Messico, dove una bomba di prova, denominata “The Gadget” fu fatta esplodere con successo.

Nella decisione di impiegare la bomba contro il Giappone Truman era sostanzialmente in sintonia con Stimson e con il Segretario di Stato James F. Byrnes, il quale riteneva che la nuova arma avrebbe potuto impressionare fortemente l’Unione Sovietica e permettere agli Stati Uniti di imporre le proprie condizioni alla fine della guerra. Foto di Hiroshima dopo il bombardamento atomico del 6 agosto 1945.

Allo scopo di pianificare l’impiego operativo della nuova arma, agli inizi di maggio venne costituito il cosiddetto Interim Committee, del quale facevano parte, oltre a Stimson e Byrnes, anche i due massimi responsabili della ricerca scientifica, Vannevar Bush e James Bryant Conant. La commissione concluse il suo lavoro con la riunione del 31 maggio in cui venne completata la relazione finale da presentare al Presidente, raccomandando l’impiego della bomba contro il Giappone senza darne alcun preavviso per impressionare e sconvolgere il nemico.

Gli scienziati dal canto loro erano però in disaccordo circa le modalità di impiego della bomba. Alcuni propendevano per una dimostrazione tecnica della potenza della nuova arma mentre altri, come Fermi e Oppenheimer, erano favorevoli ad un suo impiego immediato giustificato dalla necessità di salvare vite americane.

In ogni caso era consigliabile che, prima di impiegare la bomba, gli Stati Uniti avvertissero non solo la Gran Bretagna ma anche la Francia, la Cina e l’Unione Sovietica. Un’altra obiezione derivava dal coinvolgimento dei civili giapponesi, giudicato come inaccettabile.

Nagasaki prima e dopo il bombardamento del 9 agosto 1945, con l’indicazione di ground Zero, il punto in cui scoppiò la bomba atomica. Di fronte alla messa a punto di un’arma capace di annientare completamente qualunque forma di vita sul pianeta il problema della responsabilità della scienza emerse in tutta la sua drammaticità.

Inoltre, dal punto di vista delle relazioni internazionali, come avrebbero potuto le altre potenze fidarsi delle rassicurazioni degli Stati Uniti circa il non impiego futuro dell’arma atomica una volta che questa fosse stata utilizzata in un conflitto? Emergeva quindi l’inquietante scenario di una futura corsa agli armamenti nucleari.

Intanto però, nel corso di una serie di riunioni del Target Committee – un gruppo ristretto di scienziati, ufficiali militari e consulenti tecnici istituito nell’ambito del Progetto Manhattan – tenutesi tra l’aprile e il maggio 1945 a Los Alamos e al Pentagono vennero definiti i bersagli adatti all’uso della nuova arma nucleare. Essi furono identificati tra le città di Hiroshima, Yokohama, Kokura, Nagasaki e Kyoto anche se quest’ultima fu scartata su richiesta del Segretario alla Guerra Stimson, che ne sottolineò l’importanza storica, culturale e religiosa.

Le ustioni presenti su questa vittima ricalcano le trame del kimono: le aree più chiare del tessuto hanno riflesso l’intensa luce della bomba, provocando minor danno. La scelta di Hiroshima e Nagasaki quindi non fu casuale né solo militare ma fu il risultato di valutazioni strategiche, scientifiche e politiche.

Per quanto riguarda Hiroshima, essa era considerata un legittimo obbiettivo militare in quanto sede del Secondo Quartier Generale dell’Esercito Imperiale Giapponese, oltre a costituire un importante centro logistico, portuale e di comunicazione. La città inoltre non era stata ancora pesantemente bombardata e questo avrebbe consentito di misurare esattamente gli effetti di un bombardamento atomico.

Nagasaki invece era un obbiettivo secondario in quanto il terreno collinoso limitava l’effetto dell’esplosione. La città comunque era importante centro industriale, con cantieri navali, fabbriche d’armi e impianti della Mitsubishi.

Per ironia della sorte, Nagasaki era una delle più ostili al governo militare e al fascismo giapponese, sia per la tradizione socialista, ancor viva malgrado le forti persecuzioni degli Anni Trenta, sia perché ospitava la più grande e antica comunità cristiana (soprattutto cattolica) giapponese, tradizionalmente ben disposta verso gli stranieri in generale e gli occidentali in particolare. La scelta della data del 6 agosto si basò sul fatto che nei giorni precedenti diverse nubi stratificate coprivano la città, mentre il giorno dell’attacco il tempo era variabile.

La cattedrale cattolica di Santa Maria a Nagasaki distrutta dalla bomba atomica e con la cupola rovesciata. Per far sì che la scelta fosse presa, fu deciso di far decollare, prima della missione vera e propria, un B-29 senza armamento, il cui compito era quello di indicare al comando la situazione meteo sopra le città designate per lo sgancio.

L’obiettivo inizialmente previsto per il bombardamento atomico era Kokura, ma, a causa delle nubi estremamente fitte che sovrastavano l’agglomerato urbano, si ordinò di cambiare bersaglio. Alle 08:14 e 45 secondi Enola Gay sganciò “Little Boy” sul centro di Hiroshima; il sensore altimetrico era tarato per effettuare lo scoppio alla quota di 600 metri dal suolo, dopo 43 secondi di caduta libera.

Immediatamente dopo lo sgancio, l’aereo fece un’inversione di 159°, prendendo velocità con una picchiata di circa 500 metri e perdendo quota, allontanandosi alla massima velocità possibile data dai quattro motori a elica. L’esplosione si verificò a 580 metri dal suolo, con una detonazione equivalente a sedici chilotoni, uccidendo sul colpo tra le 70 e le 80 mila persone.

Circa il 90% degli edifici venne completamente raso al suolo e tutti i 51 templi della città vennero completamente distrutti dalla forza dell’esplosione. Truppe sovietiche per le strade della città di Maoka (oggi Kholmsk) sull’isola di Sachalin nell’agosto del 1945.

Nella notte fra l’8 e il 9 agosto l’Armata Rossa sovietica lanciò un’offensiva verso la Manciuria con oltre 1,5 milioni di soldati. Stalin onorava così l’accordo di Jalta del maggio precedente in cui aveva accettato di entrare in guerra col Giappone in cambio della concessione delle Isole Curili e della metà meridionale dell’Isola di Sachalin.

Benché i reparti giapponesi e mancesi schierati nella regione ammontassero a circa un milione di uomini, i sovietici possedevano una schiacciante superiorità quantitativa e qualitativa in fatto di carri armati, aerei e artiglieria, e travolsero rapidamente ogni resistenza. La mattina del 9 agosto l’equipaggio del Boeing B-29 Bockscar si alzò in volo con a bordo la bomba atomica soprannominata “Fat Man”, alla volta di Kokura, l’obiettivo iniziale della missione.

Tuttavia le nubi non permisero di individuare esattamente l’obiettivo e dopo tre passaggi sopra la città, ormai a corto del carburante necessario per il viaggio di ritorno, l’aereo venne dirottato sull’obiettivo secondario, Nagasaki. Secondo la maggior parte delle valutazioni, almeno 35 -40 mila dei 240 mila abitanti vennero uccisi all’istante e oltre 55 mila rimasero feriti. 2 settembre 1945: il ministro degli esteri giapponese Mamoru Shigemitsu firma l’atto di resa per il Giappone.

Questo fatto segna la fine del secondo conflitto mondiale. Davanti a questi disastri, il governo giapponese non poté fare altro che capitolare.

Nel corso di una riunione nella notte tra il 9 e il 10 agosto, l’intervento dell’imperatore Hirohito fu determinante nel convincere il gabinetto imperiale ad accettare la richiesta alleata di una resa incondizionata. Un tentativo di colpo di stato promosso da ufficiali di basso grado che non volevano accettare la resa fu stroncato sul nascere dalla fedeltà all’imperatore dimostrata dai reparti, e il 15 agosto Hirohito in persona lesse alla radio l’annuncio dell’accettazione dei termini di resa formulati dagli Alleati.

Il 28 agosto i primi reparti statunitensi fecero il loro ingresso incontrastati nella capitale nipponica e il 2 settembre seguente, a bordo della corazzata USS Missouri ancorata nella Baia di Tokyo, il generale MacArthur presiedette alla cerimonia della firma dell’atto di capitolazione del Giappone, ponendo formalmente fine alla guerra mondiale.

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