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Cop30 e movimenti dal basso. La (s)volta buona?
Il 10 novembre è ufficialmente iniziata la trentesima edizione della Conferenza delle parti (Cop) sul clima a Belém, alle porte dell’Amazzonia brasiliana. I 162 Paesi partecipanti stanno facendo i conti con il fallimento diplomatico della scorsa edizione, conclusa con un accordo troppo poco ambizioso e con la richiesta di ripensare i meccanismi decisionali «per salvare le Cop da sé stesse».
La Cop30, però, non è solo un appuntamento diplomatico tra capi di Stato: è prevista anche una grande mobilitazione popolare dal basso. Che sia finalmente la chiave di (s)volta?
Mobilização dos povos pela terra e pelo clima A Belém sono arrivati in migliaia tra comunità indigene, movimenti sociali, associazioni ambientaliste, organizzazioni religiose e rappresentanti della società civile. Una marea umana che ha preso il nome di Mobilização dos povos pela terra e pelo clima (Mobilitazione dei popoli per la terra e per il clima).
L’obiettivo è portare al centro del dibattito internazionale l’Amazzonia ed i suoi diritti, riconosciuti ufficialmente durante la scorsa Conferenza delle parti per la biodiversità (Cop16). Le premesse sono quelle giuste: dopo la scarsissima partecipazione della società civile alle scorse edizioni della Cop, dominate dalla presenza dei lobbysti del petrolio, la Cop30 si prospetta diversa.
Tenere la conferenza in Brasile – e, in particolare, a Belém, alle porte dell’Amazzonia – significa collocarla in un contesto naturalmente fertile per mobilitazioni e attivismo. In un Paese dove le questioni ambientali e sociali sono profondamente sentite, soprattutto dalle comunità indigene e dai movimenti locali, la partecipazione della società civile appare molto più ampia e radicata.
Non a caso, nella cittadina brasiliana si sono radunati i rappresentanti del People’s summit (Summit dei popoli o Cúpula dos povos), un fronte unito della società civile a favore della giustizia sociale e ambientale. Il People’s summit è stato fondato in corrispondenza della nomination di Belém nel 2023 e poi lanciato ufficialmente nell’agosto 2024.
Le sue istanze – presentate alla Cop30 anche da soggetti illustri come le ministre brasiliane per l’Ambiente e per le Popolazioni indigene o il governatore dello stato di Parà – si articolano attorno a 6 assi principali: la sovranità popolare e alimentare dei territori, il concetto di riparazione storica dei danni ambientali contro il razzismo climatico e le false soluzioni, una transizione giusta e popolare, l’internazionalismo e il libero movimento delle persone, il sostegno adeguato alle periferie urbane, la resistenza ecofemminista contro l’esproprio dei territori. La zona gialla Normalmente, la Conferenza delle parti è organizzata in due zone: la zona blu, dove avvengono i negoziati, e la zona verde, dedicata alla società civile e al settore privato.
In questa edizione della Cop, non solo la società civile può accedere alla zona blu, partecipando direttamente alle negoziazioni. Anche la sua presenza nella zona verde è realmente garantita e valorizzata, con spazi, risorse e visibilità maggiori rispetto al passato e un’attenzione particolare a facilitare il dialogo tra movimenti, comunità e istituzioni.
Una scelta per nulla scontata dopo tre edizioni di fila in cui il diritto di manifestare è stato ristretto, se non addirittura negato. Inoltre, la Cop30 ha una terza zona, ribattezzata la zona gialla, creata da Cop das baixadas, una coalizione di 15 organizzazioni impegnate nella giustizia climatica per le zone circostanti l’Amazzonia.
L’obiettivo di questo spazio non ufficiale è quello di decentralizzare il dibattito verso soluzioni ambientali e climatiche orientate alle periferie e alla tutela delle comunità indigene e delle loro terre. Infatti, solo nell’Amazzonia brasiliana vivono 876.000 indigeni, appartenenti a 180 comunità diverse.
Tuttavia, solo pochissimi gruppi, ufficialmente presenti in questi territori al momento dell’adozione della Costituzione del 1988, hanno diritto all’uso della terra. Global day of action Sebbene solamente 130 rappresentanti del People’s summit possano accedere alla zona blu, il 15 novembre – giorno del Global day of action – centinaia di persone sono pronte a riversarsi nelle strade di Belém, chiedendo giustizia climatica e un cambio nel sistema.
Il People’s summit ha inoltre lanciato un appello globale affinché gli attivisti in tutto il resto del mondo facciano lo stesso, per aumentare la pressione (anche mediatica) sui negoziatori. Infatti, il Global day of action si svolge in corrispondenza con le giornate tematiche dedicate alla trasformazione dei sistemi energetici, industriali, dei trasporti, dei sistemi commerciali e finanziari.
In quei giorni, i negoziatori devono concordare le misure necessarie per triplicare l’impiego di energia rinnovabile e abbandonare i combustibili fossili. Secondo quello che – almeno stando alla carta – dovrebbe essere un processo transizionale giusto, equo e ordinato.
Insieme a molti altri Paesi, anche l’Italia ha risposto alla chiamata e ha indetto per il 15 novembre la seconda edizione del Climate pride. Si tratta di una mobilitazione che si prepara a radunare a Roma decine di realtà sociali, ambientali e culturali, unite in una festa collettiva per chiedere un cambio netto dell’attuale sistema economico e produttivo, responsabile di crisi ambientali e molti conflitti.
Il ruolo del Brasile tra ambizione climatica e limiti strutturali Mentre nelle piazze di tutto il mondo la mobilitazione dal basso richiama i governi all’urgenza di un cambiamento strutturale, sul piano politico e istituzionale cresce l’attesa per le risposte concrete dei leader riuniti alla Conferenza sul clima. In questo contesto, il ruolo del Paese ospitante assume un valore simbolico e strategico: il Brasile, al centro del dibattito ambientale globale, è chiamato a dimostrare coerenza tra le promesse di tutela dell’Amazzonia e le scelte di sviluppo interno.
Dopo le politiche ecocide di Bolsonaro, l’attuale presidente Luiz Inácio Lula da Silva e la ministra dell’Ambiente Marina Silva hanno garantito un impegno reale per fermare la deforestazione e l’estrazione mineraria nei territori indigeni. In quest’ottica, la scelta di ospitare la Conferenza a Belém, ai confini della foresta amazzonica, lancia un messaggio chiaro ai negoziatori: l’attesa non è più un’opzione, servono obiettivi climatici ambiziosi e misure adeguate per realizzarli.
Tuttavia, sono molti i dubbi sull’inclusività di questa scelta, poiché la capacità delle strutture ricettive che devono accogliere le delegazioni è insufficiente rispetto al numero di partecipanti. Di conseguenza, i prezzi degli hotel sono schizzati alle stelle, mettendo in seria discussione la partecipazione, non tanto della società civile e degli attivisti – che hanno trovato ospitalità nelle scuole, nelle chiese e nelle case delle persone -, ma piuttosto delle delegazioni ufficiali provenienti dal Sud globale che, invece, devono necessariamente alloggiare in hotel.
Nel decimo anniversario dalla firma dell’Accordo di Parigi (Cop21), i Paesi partecipanti sono chiamati ad aggiornare, con obiettivi più stringenti, i rispettivi piani per la riduzione delle emissioni di CO₂. La difficoltà di trovare un alloggio per molte delegazioni, quindi, rischia di passare, da ostacolo logistico, a vero e proprio blocco alle negoziazioni.
Oltre a mettere a repentaglio la rappresentanza dei Paesi più vulnerabili. A ciò si aggiunge il paradosso infrastrutturale: per ospitare la Conferenza, è stata costruita un’autostrada che collega il centro di Belém alla zona del Parco Feriale.
Questa scelta, da un lato, vuole facilitare gli spostamenti dei delegati, ma dall’altro, genera un impatto ambientale significativo, proprio nel cuore di un territorio simbolo della tutela climatica. Così, l’immagine della Cop “alle porte dell’Amazzonia” rischia di assumere un doppio volto: quello della speranza e dell’impegno, ma anche quello delle contraddizioni di una transizione che fatica ancora a conciliare giustizia climatica e sviluppo.
Senza gli Stati Uniti, Cina e Ue si contendono la leadership climatica Una delegazione che non è presente – e non certo perché scoraggiata dal prezzo degli alloggi – è quella degli Stati Uniti. Questa decisione è perfettamente in linea con la postura del presidente Donald Trump rispetto alle questioni climatiche e con l’annuncio dell’uscita imminente degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi.
In realtà, ai fini delle negoziazioni, l’assenza di delegati statunitensi vicini a Trump – tendenzialmente negazionisti climatici e operatori del settore fossile-estrattivo – potrebbe essere addirittura positiva. Infatti, gli ultimi accordi internazionali stretti dal presidente statunitense puntano esattamente in direzione opposta rispetto agli impegni climatici necessari.
Attraverso nuovi patti energetici con Giappone e Corea del Sud, Washington ha promosso investimenti congiunti nel nucleare e nell’estrazione di gas naturale liquefatto, garantendo sostegno finanziario e tecnologico alle proprie compagnie. Parallelamente, ha siglato con l’Unione europea un’intesa per l’acquisto di petrolio e gas statunitensi per un valore complessivo di 750 miliardi di dollari.
È una mossa che consolida la dipendenza dai combustibili fossili e indebolisce le prospettive di una transizione energetica globale. In assenza degli Stati Uniti, Unione europea e Cina si contendono il ruolo di leader globale nell’azione contro il cambiamento climatico.
L’Unione europea, poco prima dell’inizio della Cop30, ha trovato l’intesa interna sui target di riduzione delle emissioni entro il 2040. Ma anche su un aggiornamento armonizzato del Contributo determinato nazionale (Ndc), ossia il contributo dell’Unione e dei suoi membri agli sforzi globali per il clima entro il 2035.
L’accordo tra i membri dell’Ue prevede un taglio delle emissioni di CO₂ compreso tra il 66,25% e il 72,5% rispetto ai livelli del 1990. Quanto alla Cina, il governo ha reso chiara la sua intenzione di promuovere la cooperazione multilaterale, il rispetto dei principi dell’Accordo di Parigi (soprattutto quello della responsabilità differenziata) e un equilibrio tra mitigazione, adattamento, finanza, tecnologia e sviluppo delle capacità.
Inoltre, Pechino mira a rafforzare il controllo delle emissioni di gas serra non-CO₂ e di promuovere uno sviluppo verde e a basse emissioni. Dunque, la sfida che si gioca a Belém va oltre i confini del Brasile: è una prova di coerenza per la politica globale.
Se le voci dei territori, delle comunità e dei movimenti riusciranno a incidere sulle decisioni dei leader, allora la Cop30 potrà davvero segnare un cambio di rotta. Altrimenti, resterà l’ennesima occasione mancata, mentre la crisi climatica continua a correre più veloce delle diplomazie.
Fonti Ansa. “Intesa UE sul contributo al taglio delle emissioni per la COP30”. 5 novembre 2025.
COP30. “COP30 announces ambitiuos Thematic Days, invites the world to Belèm”, 5 agosto 2025.
Cúpola dos povos. Manifesto.
Institute for governance and sustainable development. “China’s Ministry of Ecology and Environment describes expectations for COP30”. 31 ottobre 2025.
Legambiente. “Roma si prepara al Climate Pride: una street parade per la giustizia climatica”. 4 novembre 2025.
Milman Oliver. “No high-level US representative will go to UN climate talks, Trump officials say”.
The Guardian. 31 ottobre 2025. Romano Ilaria.
“La Cop30 in un Brasile a due facce”. Nuova ecologia. 1 novembre 2025.
Schaedler Cândida. 2025.
“Will there be space for activism at COP30?”. Think Landscape-Global Landscape Forum. 14 ottobre 2025.
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