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Politica

Meloni isola l’Italia e la allontana dall’Europa, la sinistra deve rinnovare la democrazia contro il modello Maga

Domenica 8 marzo 2026 ore 09:03 Fonte: Strisciarossa
Meloni isola l’Italia e la allontana dall’Europa, la sinistra deve rinnovare la democrazia contro il modello Maga
Strisciarossa

Ho già avuto modo di dire, proprio su Strisciarossa, quanto sia stato complesso nella nostra storia il rapporto fra politica interna e politica estera e come sia stato quest’ultima ad avere un peso decisivo nella formazione e nello sviluppo degli assetti del potere nel nostro Paese. A sua volta, la nostra politica estera, e il ruolo stesso dell’Italia, sono stati sempre strettamente connessi ai caratteri assunti nei vari momenti dal sistema dei rapporti internazionali.

Da questo sistema è derivato il ruolo che l’Italia ha potuto svolgere nell’ambito della politica estera in molti momenti della sua storia: non come un soggetto capace di sviluppare una propria azione, ma come parte di un sistema che poteva, volta per volta, valorizzare o deprimere il suo ruolo. Faccio un esempio: nell’Europa divisa a Jalta, l’Italia ha svolto un ruolo importante nello scacchiere europeo e anche mondiale, come marca di frontiera fra Oriente e Occidente, fra il sistema dei Paesi raccolti intorno all’Unione Sovietica da un lato e quello raccolto intorno agli Stati Uniti d’America dall’altro.

In breve: è stato quel sistema geopolitico che ha dato un ruolo importante all’Italia. Questo ruolo è venuto meno nel 1989 con la fine dell’Unione Sovietica e del sistema che ad essa faceva capo e ciò ha causato una forte riduzione del peso e del significato dell’Italia sul piano internazionale.

Da importante marca di frontiera è diventata uno Stato senza particolari compiti e responsabilità nello scacchiere geopolitico uscito dalla Seconda guerra mondiale. Se non si tiene conto di questo, non si comprendono organizzazioni segrete come quella di Gladio, collegata alla CIA, alla NATO, ai servizi segreti italiani – la cui esistenza è stata rivelata da Giulio Andreotti nel 1990, dunque dopo la caduta del Muro di Berlino che trascinava con sé la fine dell’Italia come marca di frontiera fra Est e Ovest.

Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca. Foto di Hu Yousong, CHINE NOUVELLE/SFotogramma L’Italia non è più il ponte tra Oriente e Occidente Molti politici hanno osservato che in occasione della recente guerra il Presidente degli Stati Uniti ha avvertito la Polonia ma non l’Italia, e si sono scandalizzati per questo, e certamente è un dato che colpisce.

Ma questa scelta da parte di Trump deriva da una constatazione geopolitica molto semplice: è la Polonia oggi una marca di frontiera fra Oriente ed Occidente, fra la Russia di Putin e il resto dell’Europa. Trump ha preso atto di questo fatto e ha avvertito la nazione che svolge ora il ruolo che l’Italia ha svolto dalla fine della guerra fino al collasso dell’Unione Sovietica.

Dunque, non c’è niente da scandalizzarsi, è una presa d’atto dei caratteri attuali dell’ordine geopolitico europeo. Perché avvertire l’Italia?

Con il crollo del muro di Berlino, l’Italia è diventata una potenza di secondo o terzo ordine, e come tale viene trattata. La fine di quella storia non coincide naturalmente con la fine di un ruolo del nostro Paese sul piano internazionale.

Anzi, l’Italia avrebbe diverse nuove carte da giocare in questa situazione, ma potrebbe farlo solo se scegliesse con nettezza di schierarsi con l’Europa, di potenziare l’Unione europea, di diventare una forza reale in vista della trasformazione dell’Unione europea in una struttura capace di incidere sullo scacchiere internazionale. Ma l’Italia, con il governo di destra, ha scelto una strada opposta, non fa nulla di tutto questo.

Sulla guerra contro l’Iran a esporsi maggiormente è stato il Ministro della difesa, il quale ha detto che Trump si è mosso al di fuori dei princìpi del diritto internazionale. Non è poca cosa questa dichiarazione – lo sottolineo – e andrebbe fortemente valorizzata anche dalle forze dell’opposizione.

E non è poca cosa perché la sintonia fra la nuova destra italiana e l’America del mondo Maga è profonda, riguarda alcuni comuni princìpi fondamentali: concezione dello Stato, potere del leader, relazione tra i poteri, rapporto fra il capo e i suoi seguaci… Certo, colpisce il fatto che la Presidente del Consiglio non sia andata in Parlamento e abbia lasciato la gestione di una situazione così difficile al Ministro della difesa e al Ministro degli esteri. Ma intervenire in questa discussione per Giorgia Meloni – che ha preferito rilasciare una lunga intervista a una radio privata – era in effetti estremamente difficile, se non impossibile.

Qualcuno, per spiegare questo comportamento, ha citato il rapporto personale che ha cercato in questo periodo di stabilire con Trump, ma non ci vuole il machiavellismo per sapere che a questo livello non sono le relazioni personali a condizionare le decisioni. Il problema è più di fondo e riguarda, si è già cominciato a dire, alcuni princìpi fondamentali che hanno in comune la Meloni e il mondo Maga – cosa che peraltro la Meloni non ha mai nascosto – e che si manifestano sia in molte dichiarazioni pubbliche che nel lessico che usa: non parla di Europa, ma di Occidente, che in questa prospettiva è il luogo nel quale convergono in modo naturale e profondo i princìpi e i valori sia della destra italiana che dei Maga.

Valori, inutile dirlo, opposti a quelli dell’Europa e della sua storia. Un altro mondo.

E’ in corso uno scontro tra democrazia e populismo Sono convergenze che risaltano anche nella questione così complessa e dirimente del referendum, di cui si discute in questi giorni. Bisogna alzare lo sguardo e capire cosa c’è in discussione.

In questo scontro si riflette il conflitto di carattere più generale fra la democrazia rappresentativa e le sue istituzioni da un lato e il modello di Stato, meglio dire di regime, che si esprime attraverso quello che con un termine un po’ generico si chiama populismo. Ed è questo – il populismo, con tutto ciò che esso significa – il vero e profondo terreno di convergenza fra la destra italiana e l’America di Trump, ed è la consapevolezza di questa sintonia profonda, che va persino al di là delle eventuali differenze rispetto alla scelta della guerra come strumento per risolvere i contrasti politici e ideologici, che spinge la Presidente del Consiglio in un momento così complicato a tacere, o comunque a ridurre al minimo le sue dichiarazioni.

Di tutto si può accusarla fuorché di mancanza di coerenza. Vale quindi la pena di definire maggiormente cosa sia il populismo: esso rappresenta una vera e propria concezione dello Stato, fondata sulla fine degli equilibri del potere, sulla subordinazione del potere legislativo e del potere giudiziario al potere esecutivo, sulla figura del capo che stabilisce rapporti diretti con il popolo – con i seguaci, cioè sostanzialmente con i sudditi – , forzando se necessario fino all’estremo i confini della legittimità costituzionale, come è apparso chiaro dagli atteggiamenti di Trump nei confronti della sentenza sui dazi della Corte suprema americana.

È una modalità quest’ultima favorita oggi e anzi accentuata dai nuovi strumenti di carattere informatico a disposizione di chi è al potere. E, come ci insegna Tocqueville, per il ruolo che svolgono i primi da colpire sono i giuristi, che rappresentano il limite del potere del presidente, del capo, del leader.

Se si pensa alle politiche di Trump, si comprendono meglio quelli che sono gli obiettivi della destra italiana: un nuovo modello di Stato, fondato sul potere del capo – la legge sul premierato –, sul potere dell’esecutivo sulla magistratura – la legge ora sottoposta a referendum –, sul potere dell’esecutivo sul legislativo – basta pensare a quante volte l’attuale governo è ricorso ai voti di fiducia. E naturalmente una legge elettorale rispetto alla quale la vecchia legge truffa sembra un gioco per bambini.

È un sistema, non un’accozzaglia di leggi senza coerenza: modella uno Stato sostanzialmente estraneo alla Costituzione repubblicana; ed è facilmente prevedibile che, accanto a quelle già citate, arriveranno altre leggi, con l’obiettivo di consolidare questo progetto. È chiaro che, se la destra vince le prossime elezioni e se quindi il Presidente della Repubblica, grazie a una nuova legge elettorale, sarà eletto solo con i suoi voti, questo progetto si concluderà in maniera definitiva.

Per l’Italia finirà una storia e ne inizierà un’altra. Tornando a quello che si diceva all’inizio sulla nostra politica estera, non sono dunque prevedibili novità di particolare rilievo in questo campo: tranne qualche, pur importante, bisbiglio di un ministro, continuerà a essere dominata dalla scelta strategica di restare sempre e comunque a fianco di Trump.

Certo, ci sono momenti difficili in questa scelta, ma bisogna aspettare finché passi la corrente, secondo il detto siciliano. Ed è quello che sta facendo, abbassandosi come un giunco, la Presidente del consiglio.

La sinistra lanci un programma costituente che guardi al futuro È una scelta strategica nuova rispetto ai caratteri di fondo della politica estera italiana. Ma è con queste novità che occorre misurarsi.

È giusto, certamente, battersi sul referendum, ma bisogna che le forze di sinistra si presentino come portatrici di un modello di Stato, di una democrazia rappresentativa all’altezza dei tempi nuovi. Il mondo è cambiato, anche a sinistra.

Guai a lasciare la bandiera del rinnovamento alla destra: gli italiani, proprio per la crisi in cui si trovano – l’esplodere delle diseguaglianze, l’accumularsi di rabbia e di risentimento -, vogliono novità, quell’esigenza di novità che è stata la base della vittoria della destra alle ultime elezioni. La sinistra deve presentarsi oltre il referendum, con un programma costituente, come una forza fedele al passato ma capace di pensare al futuro.

Deve intercettare il bisogno di novità, di cambiamento, che c’è in un Paese frustrato e risentito che vuole girare pagina rispetto al passato. Questo mutamento è la condizione di un ripensamento della politica estera dell’Italia: non cambierà rispetto a quello che è ora, se non si affermerà una diversa concezione dello Stato, del potere della democrazia rappresentativa.

Ma, è appena il caso di dirlo, una nuova politica estera può essere possibile soltanto assumendo l’Europa come l’orizzonte del nostro Paese nella nuova epoca che sta di fronte a noi. Sta qui la nostra responsabilità.

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