Politica
La sconfitta di Orbán e il declino delle “democrazie illiberali”
Alla fine gli autocrati si distruggono da soli. È questo il monito che ancora una volta ci consegna la Storia con la svolta dell’Ungheria: e che si tratti di una esplosione della voglia di libertà e di Europa è nelle analisi di ogni media internazionale.
Quando si riducono i contrappesi e si limita il pluralismo, il potere finisce inevitabilmente per perdere contatto con la società reale. Ed è proprio questo che si coglie nella portata della svolta dell’Ungheria.
Le elezioni segnano una discontinuità storica: il leader Péter Magyar con il partito Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, “Partito del Rispetto e della Libertà” di area centrista ‘nazional-liberale’, che fa capo al Partito popolare europeo) ha conquistato 138 seggi su 199, superando la soglia dei due terzi, mentre il blocco Fidesz-KDNP si è fermato a 55 seggi. L’affluenza, al 77,8%, testimonia una mobilitazione straordinaria.
Si tratta di una vera rinascita democratica: il voto torna a essere lo strumento attraverso cui la società riapre gli spazi di libertà. Gli analisti tuttavia già esprimono riserve su precedenti posizioni nazionaliste di Magyar, che era stato un delfino di Victor Orbán, e anche sul richiamo nel discorso della vittoria ai legami con il Gruppo di Visegrád (Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia), la coalizione che in alcuni momenti non ha brillato per coesione con la leadership europea sui principali nodi critici, come le politiche migratorie, il rispetto dello Stato di diritto e il sostegno all’Ucraina.
Per il momento va in ogni caso incoraggiato il nuovo clima democratico ungherese che ha fermato la deriva autocratica. In 16 anni di governo Viktor Orbán ha costruito un sistema fondato sull’asservimento delle istituzioni – iniziato non a caso con la riforma della magistratura – sulla marginalizzazione del dissenso e su una rete di poteri (inclusi quelli economici e dell’informazione) sempre più chiusa attorno al suo establishment.
Un modello che sembrava solido, quasi inattaccabile e che invece, proprio lì, nel suo eccesso corruttivo ha mostrato la sua fragilità. La storia, ancora una volta, mostra la sua forza silenziosa: i sistemi che comprimono la libertà finiscono per incrinarsi dall’interno.
Quanto accaduto in Ungheria segna l’inizio del fallimento di un modello: quello della “democrazia illiberale”. Un ossimoro elevato a formula politica, propagandato come argine contro la decadenza morale dell’Occidente, ritenuto contaminato dai costumi omosessuali e lgbtq, e da ricostruire attorno all’immaginario identitario “Dio, patria, famiglia”, utile anche a rivendicare una sovranità selettiva: insofferente verso gli immigrati e i vincoli dell’Unione Europea, ma ben disposta a sfruttare i primi e ad accettare i finanziamenti della seconda.
In questo quadro si inserisce anche la proiezione esterna rivolta all’orbita ideologica della Russia di Vladimir Putin, senza empatia per l’aggredita Ucraina. E, infatti, uno dei punti di maggiore frizione con l’Unione Europea ha riguardato le posizioni ostruzionistiche del governo ungherese che ha più volte rallentato e condizionato l’approvazione di pacchetti di aiuti europei a favore di Kiev.
Oggi è proprio dall’area russa che arriva una lettura per certi versi rivelatrice della sconfitta di Orbán. La testata ultranazionalista Tsargrad ha posto una domanda provocatoria:
“Chi ha incastrato Orbán?”. Secondo il politologo Malek Dudakov, la responsabilità sarebbe da cercare nei rapporti troppo stretti con Donald Trump: il sostegno esplicito ricevuto dall’ex presidente americano e dal suo entourage, lungi dal rafforzarlo, avrebbe finito per indebolirlo.
Il deterioramento dell’immagine degli Stati Uniti in Europa – alimentato da tensioni internazionali, crisi energetiche e conflitti – avrebbe infatti trascinato con sé anche Orbán, leader percepito come suo alleato. Per Tsargrad dunque la sconfitta di Orbán è parte di un più ampio indebolimento delle destre europee legate a Washington.
Una chiave interpretativa suggestiva, che però va letta insieme a quanto le piazze ungheresi stanno gridando ora con esultanza: “Russi andatevene”.
Oltre a Trump, dunque, è proprio l’affiliazione di Orbán a Putin ad aver scosso gli ungheresi: cosa sta accadendo in Russia e in Ucraina è diventato ben chiaro nella coscienza collettiva di quella popolazione, che ora ha deciso da che parte stare. Nel suo discorso della vittoria, Péter Magyar ha anticipato riforme per un cambiamento radicale.
Ha promesso innanzitutto responsabilità: “non saremo più un Paese senza responsabilità”, affermando che “coloro che hanno rubato il Paese devono risponderne”. Parole che segnano una rottura netta con il passato.
Rivolgendosi direttamente agli elettori del partito sconfitto Fidesz, ha detto: “Sarò anche il vostro primo ministro”, impegnandosi a ricucire le divisioni profonde costruite negli anni nella società.
Ha chiesto le dimissioni dei vertici dello Stato e della magistratura, dalla Corte costituzionale al procuratore generale, fino alle autorità indipendenti, indicando gli altri pilastri su cui rifondare il sistema. Il primo punto è la creazione di un “Ufficio per il recupero dei beni pubblici”: sarà l’organismo anticorruzione che quindi assume un valore fortemente simbolico e politico.
Il secondo punto è il rafforzamento dello Stato di diritto, dove il riferimento non è generico: significa ricostruire l’indipendenza della magistratura, restituire autonomia alle istituzioni di controllo, ristabilire l’equilibrio tra poteri eroso negli anni. In altre parole, l’obiettivo è riportare lo Stato a funzionare secondo regole condivise e non secondo logiche di appartenenza.
C’è poi la scelta del ritorno pieno nel quadro europeo e atlantico: per la nuova Ungheria si tratta di tornare a essere parte integrante dell’Europa delle democrazie liberali, superando ambiguità e isolamento. È anche una scelta pragmatica, perché da questo riallineamento dipende la possibilità di ricostruire anche il tessuto economico e sociale.
In questa prospettiva si inserisce il tema del recupero dei fondi europei, non più da gestire in modo clientelare, ma con strumenti vincolati a trasparenza, riforme e sviluppo. Magyar ha quindi lanciato un appello agli ungheresi all’estero a tornare, promettendo che lo Stato – dalle forze armate ai servizi – tornerà a servire esclusivamente i cittadini.
Da qui il passaggio simbolico sul nuovo corso: “Da oggi non ci sono ungheresi migliori o peggiori, ma solo ungheresi”.
La ricostruzione non è solo istituzionale, ma civile. Ed è questo il significato più profondo della svolta ungherese: la libertà può essere compressa, rallentata, deformata, ma non cancellata.
Ora il punto sarà capire se la logica anti-sistema di Péter Magyar saprà davvero tradursi in un assetto liberale, senza scivolare in nuove forme di radicalizzazione. Su questo occorrerà che l’Europa vigili con cautela.
In ogni caso, al momento è il messaggio del presidente Emmanuel Macron ad apparire di migliore auspicio per il futuro dell’Ungheria e dell’Ue: “Insieme facciamo avanzare un’Europa più sovrana, per la sicurezza del nostro continente, la nostra competitività e la nostra democrazia”.
La scossa all’antieuropeismo e alle fazioni illiberali finalmente è arrivata. CREDITI IMMAGINE:
Péter Magyar (al centro), leader del partito di opposizione Tisza, vincitore delle elezioni parlamentari ungheresi del 2026, sventola una bandiera dell’Ungheria durante un comizio per la vittoria. 12 aprile 2026. Alexander Ryumin/ANSA.
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