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L’occupazione della Palestina come rapporto di produzione
La Corte Internazionale di Giustizia ha stabilito che l'occupazione israeliana dei territori palestinesi è illegale in sé, non solo per gli eccessi o le violazioni specifiche, ma come struttura fondamentale. Questa pronuncia rappresenta un punto di partenza importante per un'analisi materialista della questione palestinese, che non può essere ridotta a un semplice conflitto tra due nazionalismi equivalenti. In realtà, si tratta di un rapporto di produzione strutturato come illecito secondo la legge internazionale, ma che viene riprodotto ogni giorno e dato per scontato dalla comunità internazionale. Il meccanismo che sostiene questo rapporto di produzione è di natura economica, più che militare, e si basa sugli accordi di Oslo, che hanno legato l'economia palestinese a quella israeliana, trasformando la Cisgiordania e Gaza in riserve di manodopera a basso costo e mercati di sbocco captive.
La classe dirigente palestinese, rappresentata dall'Autorità Palestinese, amministra la sicurezza per conto dell'occupante e distribuisce le rendite degli aiuti internazionali, senza avere una sovranità reale o un progetto di accumulazione autonomo. Questo ruolo può essere definito come una classe dirigente subappaltatrice, che gestisce il consenso interno e la sicurezza per conto dell'occupante, senza avere un controllo effettivo sull'economia o sulla politica. Il capitale globale non è un semplice spettatore in questo scenario, poiché l'industria bellica statunitense e l'integrazione finanziaria del Golfo tramite gli Accordi di Abramo mostrano che la sopravvivenza del sistema di occupazione dipende da un blocco di interessi che eccede lo Stato israeliano. In questo contesto, la questione palestinese non può essere risolta senza considerare la complessa rete di interessi economici e politici che sostengono l'occupazione israeliana.
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