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Martedì 25 agosto 2026 ore 21:03 25 ago 2026

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La tragedia di Gaza a Maresca R-esiste

Martedì 25 agosto 2026 ore 20:41 Fonte: Pressenza
La tragedia di Gaza a Maresca R-esiste
Pressenza

Domenica 23 agosto, si è svolta a Maresca, sulla Montagna Pistoiese, l’ultima giornata del festival Maresca R-esiste, dedicato quest’anno alle fragilità del nostro tempo. Il titolo della giornata conclusiva era: Guerre, autocrazie in ascesa e democrazie in crisi: percorsi di resistenza civile. Nella sessione pomeridiana si sono alternarti diversi interventi, di cui il più toccante è stata la testimonianza di Alhassan Selmi, giornalista di Gaza. Alhassan era intervenuto anche nell’edizione del festival dello scorso anno, ma lo aveva fatto da remoto, perchè si trovava nella Striscia. Quest’anno invece era presente, avendo ottenuto una borsa di studio presso l’Università per stranieri di Siena, grazie all’interessamento del Rettore Tomaso Montanari. La testimonianza è stata estremamente cruda e davvero molto toccante, perché, da testimone oculare, Alhassan ha potuto raccontare fatti che non vengono narrati nei media convenzionali. L’intervento si è svolto in inglese, con la traduzione di Raffaele Oriani, giornalista ex collaboratore de “Il Venerdì” di Repubblica, che nel 2024, si è dimesso dall’incarico, in polemica con la linea editoriale ritenuta reticente sulle vicende di Gaza. Dopo i ringraziamenti agli organizzatori per la perseveranza con cui viene mantenuta l’attenzione su Gaza, Alhassan, che ha vissuto per oltre 800 giorni nella guerra di Gaza, ha ricordato che il genocidio è tuttora in corso, sotto gli occhi di tutto il mondo, senza che nessuno riesca a fermarlo. Come tutti i giornalisti di Gaza, ha continuato a lavorare in condizioni estreme, esposto a ogni tipo di rischio; arrivato in Italia, dove tutto questo non c’è, sente fortissima la responsabilità di testimoniare ciò che ha visto. Documentare l’estrema violenza con cui le persone perdono la vita a Gaza è molto difficile per i giornalisti, per l’inevitabile coinvolgimento emotivo e umano. In diverse circostanze ha assistito agli esiti di attacchi in cui sono state uccise dalle 200 alle 300 persone, bambini compresi, assistendo molti di loro nel momento in cui molti esalavano l’ultimo respiro, le madri raccoglievano i corpi dei figli o, viceversa, i bambini raccoglievano i resti dei genitori. In tante situazioni il giornalista ha interrotto il proprio lavoro per la necessità di prestare soccorso. A Gaza sono stati uccisi più di 270 giornalisti, perché gli occupanti volevano che il mondo non sapesse cosa stava accadendo. In molti casi Alhassan ha assistito colleghi feriti o ha raccolto i resti di quelli che sono stati uccisi: è molto difficile per lui dimenticare i loro ultimi sguardi, che lo invitavano a non aver paura e a continuare il lavoro, perché obbligo del giornalista è documentare ciò a cui assiste. Per lui è particolarmente doloroso osservare che lontano dalla guerra i giornalisti si dimenticano della loro missione e parlano di fatti non importanti, mentre a Gaza c’è una tremenda carestia e i bambini muoiono di fame. Per capire che è in corso un genocidio è sufficiente guardare i servizi alla televisione o i video sui social, ma la situazione sul campo in verità è ancora peggiore di quanto mostrato sui media, perché esistono meccanismi di blocco che impediscono la trasmissione delle immagini più crude, per cui arriva al pubblico solo una piccolissima parte di ciò che realmente accade. Per esempio, dopo un attacco si può vedere alla televisione una madre che raccoglie urlando o piangendo il proprio figlio ferito o morto, ma questa è solo l’ultima immagine della sequenza: dobbiamo immaginare che la violenza delle bombe è tale per cui i corpi vengono disintegrati, le persone fondono (melt nell’originale in inglese) per le alte temperature che si sviluppano e letteralmente scompaiono (desappeared). I soccorritori raccolgono i corpi identificabili e li portano all’ospedale; raccolgono poi ciò che rimane in grandi sacchi di carne umana (big bag of human meat), anche 300 kg, costituita dai resti smembrati e irriconoscibili dei corpi di più vittime raccolti assieme. I parenti delle vittime arrivano all’ospedale per chiedere notizie dei loro cari. Dopo che tutti i corpi identificati sono stati consegnati alle famiglie, rimangono ancora persone in attesa dei resti dei loro morti. A questo punto il medico va dalla madre che ancora aspetta il corpo della figlia e chiede quanti anni ha e quanto pesa. Se la madre dice, ad esempio, che la bambina aveva 10 anni e pesava 30 kg, il medico torna dentro e dalla massa informe di carne umana preleva 30 kg, li mette in un sacco e lo consegna alla madre, con l’imperativo di non aprirlo. Lo stesso può accadere per la ricerca dei resti dei genitori, dei fratelli o dell’intera famiglia. Alhassan ha poi raccontato casi particolarmente strazianti di persone rimaste vive sotto le macerie, coi sopravvissuti che cercano di estrarli a mani nude, senza riuscirvi, perché nella Striscia tutti i bulldozer o altri mezzi simili sono stati distrutti dagli occupanti e non ne vengono fatti entrare di nuovi. I parenti possono così solo rimanere presso le vittime ad ascoltare, impotenti, le loro grida e le loro richieste di aiuto, fino a che non arriva la morte dopo ore o addirittura giorni. Ma la storia continua: grossi ratti entrano tra le macerie per cibarsi del corpo dei defunti, magari litigandosi la preda o addirittura uscendo con in bocca pezzi di carne. Qualche giorno fa i soccorritori hanno estratto dalle macerie i corpi dei numerosi membri di una stessa famiglia uccisi oltre due anni addietro. Di tutta questa grande e numerosa famiglia allargata di quasi 50 persone è sopravvissuto solo un bambino di 10 anni. Alhassan si chiede come è stato possibile che nessuno sia intervenuto, mentre più del 90% di Gaza è stata distrutta completamente. Noi che non dormiamo se una formichina cammina sul braccio di nostro figlio, abbiamo lasciato che tutto questo succedesse per mesi e mesi. La situazione è chiara, ma il problema è che questa viene normalizzata: viene normalizzata l’uccisione, viene normalizzata la sofferenza. Ma anche in questa sofferenza i palestinesi continuano a coltivare il sogno della pace, che consenta di vivere gli uno accanto agli altri, musulmani con ebrei e cristiani nella Terra Santa. Il problema non è la religione, non sono le persone, ma è la macchina della guerra, che usa la religione per occupare e uccidere. Alhassan riferisce che al matrimonio di sua nonna, prima della Nakba, erano presenti molti ebrei. Davanti alla macchina da guerra non c’è differenza tra musulmani, ebrei o cristiani, perché anche le chiese cristiane sono state distrutte nella Striscia. Alhassan conclude dicendo che noi, mano nella mano, possiamo fermare questa macchina della guerra e ci chiede di condividere la responsabilità di continuare a parlare di Gaza e di non normalizzare il genocidio, perché è necessario rimanere umani. Alhassan, assieme a Oriani e alla illustratrice Marcella Brancaforte ha realizzato sulla vicenda di Gaza un libro illustrato dal titolo Il popolo meraviglioso. https://www.peoplepub.it/pagina-prodotto/il-popolo-meraviglioso Grazie a Paolo Mazzinghi per l’aiuto nel recupero del materiale https://www.youtube.com/watch?v=rbvi7NND3fc&t=52s     Enrico Campolmi

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