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Condividere il calice, custodire l’umano
L'articolo di Stefano Lena, "Il calice condiviso. Per un'AI come bene comune?", solleva una serie di interessanti riflessioni sull'Intelligenza Artificiale (IA) e il suo ruolo nella società. L'autore contesta la visione di Bifo, che considera la trasformazione della contingenza in destino tecnologico inevitabile, sostenendo invece che l'IA non è per essenza concentrata, proprietaria e militarizzata. Secondo Lena, il rischio esiste perché la traiettoria dell'IA non è ancora completamente decisa, e proprio questa sospensione apre alla ragione della speranza di ancora possibili alternative. L'autore invita a considerare la possibilità di trasformare politicamente l'IA, indicando alcune possibili forme istituenti come infrastrutture pubbliche, accesso universale, partecipazione alla governance, audit indipendenti e limiti alla concentrazione.
La riflessione di Lena è importante, ma rischia di inclinare verso il polo opposto, separando troppo nettamente la tecnologia dal regime politico della tecnologia. In realtà, l'IA non è neutrale nei suoi effetti, né infinitamente plastica, poiché le sue architetture incorporano orientamenti verso il calcolo, la previsione, la standardizzazione, la sostituzione e la concentrazione. Pertanto, governarla democraticamente significa intervenire non solo sulla proprietà e sull'accesso, ma anche sulla forma tecnica, sulla scala, sui fini, sui limiti della delega e sugli ambiti nei quali deve essere possibile decidere di non utilizzarla. Una IA pubblica, aperta e democraticamente governata, potrebbe comunque produrre effetti negativi, come l'impoverimento della capacità di giudizio, l'uniformazione del linguaggio o la trasformazione di ogni esperienza in dato calcolabile. La proprietà comune è quindi una condizione importante, ma non sufficiente, per garantire un uso responsabile e democratico dell'IA.
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