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Martedì 14 aprile 2026 ore 20:06

Cultura

La Chiesa che ha un database coi tuoi antenati

Martedì 14 aprile 2026 ore 07:30 Fonte: Lucy. Sulla cultura
La Chiesa che ha un database coi tuoi antenati
Lucy. Sulla cultura

Il tempio è magnifico, imponente. Domina via di Settebagni.

Svetta sul GRA e su Porta di Roma. Con le sue guglie e l’angelo in vetta, è l’unico tempio d’Italia e uno dei pochi eretti in Europa.

Visibile a tutti, ma inaccessibile, se non per un paio di stanze d’ingresso, per chi non fa parte della Chiesa. Intorno al tempio, un complesso ordinato, semi-nuovo, perfetto.

Questo sì, aperto alla cittadinanza: foresteria, uno spazio per le funzioni, un centro accoglienza con pannelli esplicativi e reception, e il Libro di Mormon ben esposto dovunque. Il testo sacro, il cardine della Fede accanto a Vecchio e Nuovo Testamento.

Il libro della rivelazione, scolpito su tavole d’oro dal profeta Mormon e ritrovato dal fondatore della Chiesa Joseph Smith nel 1827. Voi non chiamateli “mormoni”, però: è un termine errato, vagamente offensivo.

Questa è La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Diciassette milioni di membri nel mondo, più di ventiseimila soltanto in Italia.

Se varco questi cancelli, e vengo accolto con massima disponibilità dal responsabile della comunicazione Alessandro Dini Ciacci, non è tuttavia per parlare di fede. O non solo.

Non è per discutere degli Ultimi Giorni o dei tempi più antichi, quando due stirpi d’Israele si trasferirono in America, nuova Terra Promessa che Cristo in persona visitò dopo la Resurrezione. Le differenze dottrinali.

Se sono venuto in questi luoghi è perché, giusto al primo piano dell’edificio centrale, lì dove è esposta una gigantesca statua di marmo del Figlio contornata da quelle degli apostoli (copie esatte di Thorvaldsen), c’è la sede italiana di FamilySearch: la più importante organizzazione internazionale di ricerca genealogica e di storia familiare esistente. Ben cinquemila centri sparsi nel mondo, quattro milioni di visite online quotidiane, diffuso in più di cento paesi.

Comodamente, gratuitamente, senza nessuna distinzione religiosa, da questi computer ciascuno di noi può ritrovare scansionati atti di nascita, di morte, informazioni e documenti vari su tutti i nostri antenati. Persino su quelli che non sapevamo di avere.

“Sono arrivata fino al 1480!”, sorride Rita Pollina, la direttrice volontaria del centro. “Guarda qui, ecco la mia pagina.

Questa qui in mezzo sono io. E tutti questi altri… la mia grande famiglia”.

Nella sala ordinata, silenziosa, deserta, io mi avvicino lentamente al pc. Lo schermo non mi mostra un albero.

Quello che vedo è una corona, uno schema a ventaglio. Al centro c’è lei, Rita.

E, intorno, i suoi avi, a centinaia. Identità recuperate, storie riemerse dagli archivi.

Come se fosse un grande abbraccio. Come una rosa di beati dantesca.

“Il meccanismo è molto semplice. Digiti il nome di un antenato, e il database ti fornisce informazioni: luogo e data di nascita, coniuge, figli… e i link dei vari documenti in memoria.

E non solo: puoi caricarne altri tu, e puoi inserire foto, video…”. Digito un nome: quello del mio bisnonno Giovanni.

Appaiono almeno quattro omonimi. Rita e Alessandro mi chiedono il luogo, la data di nascita.

Non li conosco, non conosco niente. Mi rendo conto solo allora di non sapere poi granché della mia storia familiare.

Il paragone con la schiera di Rita è schiacciante. “Grazie all’intelligenza artificiale, poi, il portale suggerisce documenti e connessioni.

Il sistema stesso ti suggerirà di aggiungere al tuo albero un parente che fa parte anche del mio, o un documento che ha trovato”. Provo a cercare la bisnonna Teresa.

Non mi ricordo più il cognome. Non mi ricordo se era nata a Foggia, o a Matera, e quando.

Mi sento irrimediabilmente solo. Mi sento privo di memoria, di un passato, una stirpe.

Catapultato in questi Ultimi Giorni, avverto il bisogno disperato di un albero. “Per noi la famiglia è importantissima”, dice Rita.

“Quanto a me, sono già arrivata alla diciassettesima generazione. Capisci?” Seguo Alessandro in una sala riunioni.

FamilySearch è il principale, ma non certo l’unico portale che offre agli utenti la possibilità di ricostruire il proprio albero genealogico online. Basta un log-in, e il passato si schiude (anche se poi, venendo in sede, è possibile accedere a documenti che non vengono messi in rete per privacy).

MyHeritage, Findmypast, Ancestry… I siti che offrono ricerche, e a volte test del DNA, ormai spopolano. Persino il nostro Ministero dei Beni Culturali ha inaugurato nel 2011 il “Portale Antenati”, su cui è possibile trovare scansionati centinaia di migliaia di atti provenienti dagli Archivi di Stato.

Si digita un nominativo, e appaiono gli atti originali, pubblicati ad altissima risoluzione. Un’opportunità che attira sempre più persone.

Che tuttavia spesso ignorano almeno un particolare: tutte queste realtà (compreso il “Portale Antenati” del ministero, sì, esatto) sono legate in qualche modo alla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Che porta avanti la ricerca genealogica per una precisa questione di Fede.

“Chiariamo, – mi spiega Alessandro – FamilySearch è gestito da noi, le altre sono collaborazioni. Con siti partner come MyHeritage, Ancestry e Findmypast condividiamo dei dati: se un utente inserisce un nome o un documento che potrebbe rientrare nel mio albero genealogico, ricevo un avviso e posso integrare le informazioni”.

“Ok, quindi se inserisco un documento su MyHeritage diventa consultabile anche dal vostro portale?” “Sì, ma di solito siamo noi che forniamo documenti a loro. Con il Ministero invece abbiamo stipulato un accordo: i nostri volontari hanno accesso all’Archivio Centrale di Stato, fotografano una per una le pagine dei faldoni, e loro mettono tutto online.

L’unica regola, per la privacy, è che devono essere persone nate da più di centodieci anni”. “Perciò il Portale Antenati del Ministero in pratica vive grazie a voi?” “Beh, grazie ai nostri volontari.

Abbiamo contribuito a crearlo, e siamo noi che lo ‘rimpolpiamo’. E il portale FamilySearch rimanda direttamente al sito del Ministero.

Perché noi un archivio, come Chiesa, non ce l’abbiamo”. “Beh…” Io ho un ricordo: l’immagine di una grande porta blindata vista un giorno su internet.

“Però di un archivio io ho sentito parlare. Una specie di bunker.

Nelle montagne rocciose…”. “Ah, sì, sì, certo: quello è in Utah.

Ma lì ci sono i microfilm”. Conservati con cura, al sicuro, inviolabili: il frutto di quasi ottant’anni di ricerca.

Archivio dopo archivio, parrocchia dopo parrocchia, che i volontari sono andati a visitare negli anni. Un’opera monumentale, una ricerca estenuante, che oggi ha creato un patrimonio di identità di defunti.

FamilySearch, d’altronde, ha una storia secolare. Nel 1894 si chiamava Genealogical Society of Utah, piccola associazione che aiutava i membri della Chiesa a rintracciare i propri antenati.

Nel 1938, i fedeli iniziarono a salvare su microfilm atti di nascita, di morte, di matrimonio e di battesimo su scala internazionale. Milioni e milioni di identità di persone comuni accumulate.

Fino all’avvento del nuovo millennio, con il passaggio al digitale. “E i microfilm sono sensibili, devono essere conservati alla giusta temperatura”.

Ecco perché è stato scavato un grande bunker sorvegliato, all’interno delle montagne di Little Cottonwood Canyon, vicino Salt Lake City, dove tuttora riposano ben trentacinque miliardi di documenti: genealogie, alberi genealogici, nomi raccolti e indicizzati. Non solo dei membri della Chiesa, ovviamente.

E non soltanto americani: dalla metà degli anni Settanta, la Genealogical Society incominciò a trasferire su microfilm i documenti degli Archivi di Stato italiani. Le liste di leva, per esempio, dal 1855 in avanti.

I registri di anagrafe e di stato civile. Gli atti di tribunale, i registri parrocchiali… Nome su nome, persona dopo persona.

Chiusa nel ventre della grande montagna, riposa la storia familiare del mondo. O almeno di quella ricostruita finora.

“E tutto questo gran lavoro…” azzardo, “voi, insomma, lo fate perché…”. “Prima di tutto, è un enorme regalo.

Vogliamo che chiunque abbia questa possibilità: riscoprire le origini”. “Capisco”.

“Incontrare, conoscere, riunirsi a tutti i propri cari”. “E poi c’è il lato religioso”.

Il senso dell’operazione. Lo scopo più sacro di questo accumulo di dati.

“Insomma, voi avete una missione”. “È corretto”.

Quello che muove i volontari, che porta al bunker nello Utah, alle ricerche decennali come agli accordi di collaborazione col MiBAC. “Alessandro, voi, beh…”.

“Battezziamo i defunti”. Di là dei vetri della sala, guardo i computer che custodiscono i secoli.

“Se conosciamo il nome di un nostro antenato, noi lo possiamo battezzare secondo il rito della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi giorni. E suggelliamo matrimoni”.

“Cioè li sposate”. “Suggelliamo l’unione di chi era già sposato in vita”.

Cercare più antenati possibili. Ricostruire le identità del passato così da offrire a questa schiera una possibilità di salvezza.

“Questo, per noi, è fondamentale. Ma…”.

Alessandro mi sorride. “Serve un cappello religioso, forse.

Due informazioni per capire il punto”. C’è stato un tempo in cui la famiglia umana, prima di essere nel mondo, era già viva presso Dio.

Se siamo scesi sulla Terra è per prepararci a ritornare da Lui: una famiglia che si è separata e che ora deve ritornare insieme. “Perciò noi guardiamo ai nostri antenati, così come loro guardano a noi.

Dobbiamo cercarli, restituire loro un nome e un cognome, e unirci tramite un suggellamento”. Così com’è scritto, d’altra parte: l’uomo non separi quello che Dio aveva unito.

“Ma in pratica?” “Battesimi per procura”. “Ovvero?” Una volta che conosciamo i dati di un avo, spiega Alessandro, possiamo presentarci al tempio con un cartoncino con su scritto il suo nome.

Immersione completa nel fonte battesimale, e l’antenato, tramite noi, è battezzato. “E tu l’hai fatto?” “Ma certo.

Non sono bravo come Rita, sono arrivato all’Ottocento. Ma insomma, sì: centinaia di volte.

Io solo gli antenati maschi, mentre mia moglie ha battezzato le femmine”. È la regola.

Per chi non è membro della Chiesa, la prima obiezione è piuttosto scontata. “Scusa, Alessandro, però… sei sicuro che un defunto sia contento di venire battezzato post mortem?

Cioè, metti caso, per esempio: i miei nonni…”. “Possono sempre rifiutare”.

“Dall’Aldilà?” “Certo! Noi offriamo soltanto un’ordinanza, un’occasione di salvezza.

Se non la vogliono accettare, liberissimi”. E per chi crede nella vita eterna, questo è già più rassicurante.

Ma non è l’unico precetto con cui si tutelano i diritti dei cari che ci hanno preceduto. “È autorizzato a battezzare soltanto l’ultimo discendente in vita.

Non potrei mai battezzare tuo nonno. Dovrei prima chiedere a tua nonna, a tuo padre… E se nessuno è più tra noi, puoi farlo solamente tu”.

“E i miei cugini?” Sto immaginando le discussioni in famiglia. “Loro non contano.

Perché voi siete parigrado”. Non si battezzano le persone famose e gli ebrei vittime della Shoah.

Ma, fatte salve queste regole, possiamo operare le ordinanze. E, quando Cristo tornerà, la schiera di chi ha accettato il dono sarà di nuovo come un tempo: una famiglia unica.

Unita. Rimango un attimo in silenzio.

C’è qualche cosa che mi sfugge, ma non riesco ad afferrarla. Penso alla rosa dei beati, alle diciassette generazioni di Rita.

Ai trentacinque miliardi di documenti nel bunker, e ai centotrent’anni di ricerca metodica di tutta la storia dei defunti del mondo. Io sto pensando alla famiglia.

A questo vortice di numeri, a questa storia secolare che ignoro. Due genitori per ognuno.

E quattro nonni per ognuno. Otto bisnonni, sessantaquattro quinquisavoli.

Le diciassette generazioni di Rita hanno duecentossesantaduemila avi, che salgono a più di due milioni nell’arco di venti generazioni. Il risultato è che, necessariamente, le nostre storie familiari coincidono.

I miei antenati sono anche tutti gli antenati del mondo. Sono gli stessi di Alessandro, sono gli stessi anche di Rita.

Antenati diretti. Antenati battezzabili.

“Però perdonami, Alessandro: se costruisco il mio albero genealogico su FamilySearch, voi poi potete vedere i miei dati…”. Domanda stupida: i dati della mia famiglia sono già tutti nell’Archivio Centrale, riposano già nella montagna in Utah.

“E avete detto che se un mio avo coincidesse col tuo, verrebbe integrato nel tuo albero”. È giusto.

“E perciò tu, da parigrado, beh… lo potresti battezzare”. È sincerissimo.

“Io non posso escluderlo. La nostra missione è andare sempre più indietro con le ricerche, e sempre più in ampiezza”.

Insomma, non più alberi genealogici singoli, ma un grande, enorme albero unico. Che, come predica la Chiesa, comprende l’intera umanità.

“Ma se io non voglio?! Se non voglio che un mio avo riceva l’ordinanza?”.

Quest’obiezione non ha senso, lo so. Non tanto perché sono anche i suoi avi, quanto perché sono gli antenati a scegliere.

Sta a loro prendere o ricevere il dono. In ogni caso, non è una mia volontà.

“Ma se mi chiedi che cos’è che ci muove, io ti rispondo con un comandamento”. Sospira.

“Dobbiamo amare il nostro prossimo, è scritto. Magari sembrerà utopistico.

Ma abbiamo una risorsa enorme, noi siamo i leader a livello mondiale, e abbiamo deciso di mettere i nostri mezzi a disposizione degli altri. E allora immagina: cosa succederebbe, un giorno, se ogni persona conoscesse i suoi avi?

Se riscoprissimo da dove veniamo? Se capissimo tutti di essere un’unica famiglia?”.

Ripenso ancora ai miei bisnonni. Soltanto tre generazioni, tre.

“Che spirito di unità ci sarebbe? Quanta concordia riusciremmo a spargere?”.

Quand’era nata la mia bisnonna Teresa? Chi era?

Qual era il suo cognome? “È scritto: il cuore dei figli si volgerà ai padri, e viceversa.

Perciò noi guardiamo agli antenati, ma loro guardano anche a noi. Hanno bisogno delle ordinanze.

Ci chiamano, ci cercano”. Come la mia bisnonna Teresa, che non ha neanche più un cognome, come i milioni di antenati di cui io non so assolutamente niente.

Il punto, capisco, qui non è mica il battesimo, un nome scritto su un cartoncino in un tempio. Il punto è l’idea che questa gente mi stia chiedendo qualche cosa.

Che questa schiera… abbia bisogno di me. “Non li potrai salvare tutti, Alessandro.

Non potrai mai conoscere i tuoi antenati più antichi”. “Ci fermeremo dove Dio vorrà”.

“E il giorno dell’Apocalisse, a loro che succederà?”. “Non conosciamo i dettagli.

E non sappiamo quando tornerà Cristo. Quello che è certo è che sarà un giorno di festa, ci riuniremo ai nostri cari.

E come un padre che non smette mai di amare i propri figli, anche se fanno qualche errore, il giorno in cui il mondo finirà, proverà amore anche per loro”. Il cielo, fuori, si è fatto all’improvviso plumbeo.

Tira un gran vento, alla fine del giorno. Saluto Alessandro e salgo in macchina così da raggiungere i miei figli per rispettare la mia famiglia sfasciata, i turni di visita da papà divorziato.

E mentre il tempio si allontana sul GRA, penso ai milioni, ai miliardi di storie racchiuse dentro una montagna. Penso alle voci che mi stanno chiamando.

Dallo specchietto, guardo l’angelo che suona la tromba per una chiamata in questi Ultimi Giorni. E compio un ultimo atto, di memoria e salvezza.

“Pronto, sì, mamma? Scusa, ma senti: la bisnonna…?”.

Teresa Lavigna. Era questo il suo nome.

Nata nel 1870, morta nel 1954. Lo lascio qui scritto, come fosse un battesimo.

Un piccolo appunto, per far contenti i miei santi.

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