Politica
La nuova centralità diplomatica del Pakistan
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In attesa di capire se e come continuerà la trattativa tra Stati Uniti e Iran, che i negoziati si siano svolti all’hotel Serena di Islamabad rappresenta, intanto, un indubbio successo diplomatico e politico per il Pakistan, il cui governo ha intessuto relazioni per settimane, tanto con Washington quanto con Teheran, riuscendo a ospitare il primo incontro diretto tra i vertici dei due Paesi dopo ben quarantasei anni. Un risultato conseguito anche grazie ai frenetici colloqui con l’Arabia saudita, l’Egitto, la Turchia e la Malesia, per creare una sorta di fronte favorevole alla de-escalation, composto interamente da Paesi islamici.
Pur essendo una potenza nucleare e il quinto Paese più popoloso al mondo – con 258 milioni di abitanti –, il Pakistan non ha avuto un ruolo politico di rilievo nel contesto internazionale, almeno non negli ultimi decenni. Ma forte dei suoi legami con la Cina, con le petromonarchie e con gli Stati Uniti, Islamabad è riuscita a svolgere un ruolo di mediazione: il che dimostra quanto l’asse degli equilibri mondiali si stia spostando progressivamente verso Oriente, mentre il ruolo dell’Occidente continua a scemare.
Dopo la rottura delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti – seguita alla vittoria della rivoluzione del 1979 in Iran, che scalzò il corrotto e violento regime filoccidentale dello scià Reza Pahlavi –, è stato il Pakistan a fungere da intermediario tra i due Paesi. Dal 1980, l’ambasciata di Islamabad a Washington ospita ufficialmente la sezione di interessi iraniana, cosa che ha facilitato il protagonismo diplomatico dello Stato asiatico, apprezzato da Teheran perché non ospita basi militari statunitensi, e perché è un Paese islamico ma non arabo, la cui popolazione è al 15% sciita, rappresentando la comunità di questa branca minoritaria dell’islam più numerosa al mondo, al di fuori dell’Iran.
Inoltre, il potente generale Asim Munir, che di fatto controlla il Paese condizionando fortemente il primo ministro Sharif, negli ultimi anni ha rafforzato i rapporti con i guardiani della rivoluzione iraniani. Le relazioni tra i due Paesi puntano, tra le altre cose, a contrastare i movimenti indipendentisti del Belucistan, una grande regione che si estende da entrambi i lati del confine tra i due Stati.
Ai legami del Pakistan con l’Iran si sommano quelli più travagliati con gli Stati Uniti. Washington è stata a lungo un alleato strategico e un partner militare fondamentale per il Paese sin dopo la conquista dell’indipendenza dall’India; ma poi i rapporti si sono complicati, peggiorando notevolmente, durante l’occupazione statunitense dell’Afghanistan dal 2001 al 2021 (anno del precipitoso ritiro delle truppe occidentali da Kabul e del ritorno al potere dei talebani).
Stati Uniti e Pakistan si sono allontanati man mano che gli ambienti antiamericani prendevano piede, soprattutto all’interno delle forze armate e dei servizi segreti di Islamabad, accusati più volte da Washington di sostenere gli “studenti coranici” e di fare il doppio gioco. Trump, che durante il suo primo mandato è stato un accanito avversario della ripresa di relazioni privilegiate con il Paese asiatico, che nel frattempo si avvicinava alla Cina, ha però riscoperto un improvviso interesse per il Pakistan all’inizio del suo secondo mandato.
A far scattare la correzione di rotta, è stata la disponibilità, da parte di Islamabad, a consentire a Washington di sfruttare una parte dei suoi ingenti giacimenti di terre rare, opportunità che Trump non si è fatto sfuggire, firmando una serie di accordi in tal senso. Tra i due Paesi si è così sviluppato un apparente idillio, con il Pakistan che ha ripetutamente celebrato il ruolo di Trump nel raggiungimento di un cessate il fuoco, al termine di un breve ma cruento conflitto con l’India.
Il governo pakistano è giunto al punto di proporre che al presidente statunitense venisse assegnato il Nobel per la pace. Sharif si è poi spinto ad aderire al Board of peace, l’organismo ibrido creato dal tycoon per coordinare un’enorme operazione coloniale e speculativa nella Gaza martoriata dal genocidio israeliano.
Da parte sua, l’inquilino della Casa Bianca, nel corso di un incontro, ha definito il generale pakistano Munir “il mio maresciallo di campo preferito”, rivelando un apparentemente consolidato rapporto personale tra i due, oltre che tra i due Paesi. Insieme con la ricerca di una centralità diplomatica, altre ragioni hanno spinto il Pakistan a svolgere un ruolo di mediazione di primo piano.
La prima è di carattere economico: il blocco iraniano dello stretto di Hormuz e la sospensione delle esportazioni di gas e petrolio, infatti, hanno particolarmente danneggiato Islamabad, che ha dovuto razionare la distribuzione degli idrocarburi, chiudere le scuole e mettere a lavorare milioni di dipendenti pubblici da remoto. La scelta, da parte dell’Iran, di bombardare le infrastrutture militari, economiche ed energetiche dell’Arabia saudita, e degli altri Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi, ha poi messo in estrema difficoltà il governo pakistano.
Nel settembre 2025, infatti, il Pakistan ha firmato un’alleanza militare con Riad, che comprende anche un impegno alla mutua difesa. Paradossalmente, però, non si comprende il successo del ruolo di mediazione del Pakistan tra Stati Uniti e Iran, se non si tiene conto delle forti relazioni – giunte al livello di “partenariato strategico” – esistenti tra Islamabad e la Repubblica popolare cinese.
Si tratta di un solido rapporto di tipo economico, militare e diplomatico basato sul comune interesse a contrastare l’influenza dell’India, storico avversario sia di Pechino sia di Islamabad. Il cuore della cooperazione economica è rappresentato dal Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec), che rientra all’interno della Silk and Road Initiative – la “nuova via della seta” –, e prevede massicci investimenti cinesi in infrastrutture, energia e trasporti, e il collegamento della città cinese di Kashgar al porto pakistano di Gwadar, sul Mar arabico.
Anche sul piano militare, i due Paesi intrattengono una collaborazione molto feconda, soprattutto per il Pakistan, che ha potuto sviluppare, congiuntamente con Pechino, il caccia JF-17 Thunder, risultato fondamentale durante lo scontro militare esploso nel maggio 2025. La Cina rappresenta attualmente il maggiore fornitore di armi del Pakistan, e i due Paesi conducono regolarmente esercitazioni congiunte.
La Cina, inoltre, ha fortemente sostenuto e agevolato il protagonismo diplomatico pakistano, anche più di quanto sia risultato evidente dai resoconti della nostra stampa. Pechino intende riportare la stabilità in Medio Oriente al più presto, ottenendo lo sblocco dello stretto di Hormuz – attraverso il quale passa il 50% del petrolio che importa –, al tempo stesso salvaguardando le sue relazioni con la Repubblica islamica e con i Paesi arabi.
Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato anche a causa delle forti pressioni di Pechino che, la scorsa settimana, Teheran si sarebbe convinta ad accettare il cessate il fuoco proposto dall’amministrazione statunitense. Poco prima, il rappresentante cinese aveva posto il veto, assieme a quello russo, a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che avrebbe potuto dare copertura legale a un tentativo americano di sbloccare lo stretto di Hormuz manu militari.
Il 31 marzo, la Repubblica popolare aveva già proposto un piano in cinque punti, varato proprio con il Pakistan, diretto a ripristinare la pace e la stabilità nel Golfo persico, dimostrando un maggiore attivismo sul Medio Oriente rispetto al passato. Inoltre, è sempre in ossequio alla sua ricerca di stabilità che la Cina sta offrendo una mediazione proprio al Pakistan, affinché possa giungere a un compromesso con il vicino Afghanistan (vedi qui).
Mentre nel Golfo infuriava ancora la battaglia, il 7 aprile a Urumqi, capitale dello Xinjiang – la regione cinese abitata dalla minoranza islamica e turcofona degli uiguri (vedi qui) – si è svolta una settimana di incontri, che hanno coinvolto i rappresentanti dei governi di Islamabad e di Kabul, oltre che quello di Pechino, che si sta cimentando nella difficile sfida di ricomporre la frattura tra Pakistan e Afghanistan, sfociata in un sanguinoso scontro militare che mette a rischio gli interessi cinesi nell’area. L'articolo La nuova centralità diplomatica del Pakistan proviene da Terzogiornale.