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Lo stallo nello Stretto di Hormuz rischia di provocare una catastrofe alimentare mondiale
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Twitter WhatsApp Facebook LinkedIn Telegram Email Print Pagine Esteri – Finora il blocco dello stretto di Hormuz da parte dell’Iran, deciso da Teheran come rappresaglia dopo l’inizio dell’aggressione militare israelo-statunitense del 28 febbraio, ha causato una grave crisi energetica mondiale che sta provocando un aumento dei costi degli idrocarburi e una crescente penuria soprattutto di gas e derivati. Ad aggravare la situazione di nuovo una decisione di Trump, che ha ordinato alla sua marina militare di dare la caccia alle navi commerciali che pagheranno un pedaggio a Teheran per attraversare lo stretto.
Inoltre, l’esercito statunitense ha annunciato che bloccherà tutto il traffico marittimo in entrata e in uscita dai porti iraniani, compresi quelli sul Golfo Persico e sul Golfo di Oman. E ora la FAO lancia l’allarme sulle gravi conseguenze che il blocco potrà avere anche sulla sicurezza alimentare mondiale.
Se il blocco non verrà rimosso entro due settimane, potrebbe causare una “catastrofe” alimentare globale, avverte l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura. Finora i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati relativamente, perché le scorse esistenti hanno assorbito lo shock, hanno spiegato ieri il capo economista dell’agenzia dell’ONU, Maximo Torero, e il direttore della divisione di economia agroalimentare della FAO David Laborde.
Ma se il traffico attraverso lo stretto di Hormuz non riprenderà al più presto, l’aumento dei prezzi degli idrocarburi e il blocco delle esportazioni dai paesi del Golfo dei fertilizzanti produrranno un boom dei costi delle materie prime, dei prodotti agricoli e dei loro derivati a partire dai prossimi mesi e poi ancora nel 2027. Secondo la FAO, infatti, dal transito nel canale che divide l’Iran dalla penisola arabica, bloccato da Teheran e ora anche da una quindicina di vascelli militari statunitensi, dipendono normalmente dal 20 al 45% delle esportazioni dei principali prodotti agroalimentari.
Il problema principale è rappresentato dal fatto che quasi la metà dell’urea commercializzata a livello mondiale – il fertilizzante più utilizzato – e grandi quantità di altri fertilizzanti vengono esportate dai paesi del Golfo attraverso lo Stretto di Hormuz, rendendo l’agricoltura globale altamente vulnerabile. Le interruzioni nelle forniture di gas – causate anche dai danni prodotti dai bombardamenti a importanti impianti di estrazione sia nelle petromonarchie sia in Iran – hanno già costretto gli impianti di produzione di fertilizzanti, che utilizzano il gas naturale per la loro produzione, a chiudere o a ridurre fortemente la propria produzione.
Se il prezzo dei fertilizzanti dovesse crescere significativamente o se la loro disponibilità dovesse ridursi in maniera consistente, nei prossimi mesi i costi dei prodotti alimentari crescerebbero notevolmente e la resa dei raccolti agricoli potrebbe diminuire anche del 50%. Torero ha spiegato che ovviamente i paesi più poveri sono i più esposti perché i calendari di semina implicano che i ritardi nell’accesso ai fattori produttivi essenziali possano rapidamente tradursi in una minore produzione e in un’inflazione più elevata.
La maggior parte degli agricoltori opera già con margini ridotti e, se dovessero andare in bancarotta, la situazione dell’approvvigionamento alimentare mondiale peggiorerebbe e si protrarrebbe più a lungo. Se lo stallo nello Stretto di Hormuz non dovesse risolversi rapidamente, i due esperti della FAO suggeriscono l’adozione di misure preventive, in particolare chiedendo alle istituzioni multilaterali di fornire finanziamenti ai paesi a rischio di perdere l’accesso ai fertilizzanti di base, dato che la semina è già iniziata.
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