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Martedì 14 aprile 2026 ore 20:06

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Lo specchio di dove sta andando il mondo

Martedì 14 aprile 2026 ore 06:07 Fonte: Il Tascabile
Lo specchio di dove sta andando il mondo
Il Tascabile

O ndate di calore, siccità, precipitazioni violente, alluvioni lampo, fusione dei ghiacci, innalzamento del livello del mare. Gli impatti climatici sui territori, sugli ecosistemi, sull’essere umano ‒ con la sua salute e le sue attività, prima fra tutte l’agricoltura ‒, e sulle turbolenze sociali, interne ai singoli Paesi o internazionali sono sempre più forti e destinati a sfociare in conflitti.

Gli scienziati devono essere scettici, richiedere prove e rimanere obiettivi. Ora le prove sono diventate schiaccianti: il cambiamento climatico è reale e la causa siamo noi.

In questo senso l’Artico è ormai da anni un avvertimento, la sentinella di ciò che accadrà nel mondo. Il rapido dissolvimento dei ghiacci artici è parte della riscrittura generale della geografia del potere globale, nella quale siamo immersi.

Oggi si pone una questione rilevante di sovranità della regione artica. Al Polo Nord, laddove per secoli ha regnato l’immobilità, oggi si percepisce l’instabilità della politica mondiale.

È la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo schiude passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare.

All’alba degli anni Novanta la comunità scientifica ha cominciato a cogliere i segnali che provenivano dalla regione artica senza tuttavia comprenderne la portata complessiva. A partire dal decennio successivo il cambiamento è stato radicale.

L’Artico si sta surriscaldando dalle due alle quattro volte più velocemente del resto del pianeta. La perdita di massa della calotta glaciale artica contribuisce all’innalzamento del livello dei mari.

Lo scioglimento così rapido della calotta glaciale della Groenlandia porterà all’innalzamento delle acque oceaniche. Le conseguenze si riverberano in modo significativo sulle comunità costiere colpite, dall’Alaska a quelle della Florida sulla costa est americana, e saranno pesantissime.

Si cominceranno a registrare gravi danni in molti Paesi. “Negli ultimi 45 anni abbiamo perso tre milioni di chilometri quadrati di superficie di ghiaccio”, sottolinea Antonello Pasini, fisico climatologo del CNR, docente di fisica del clima all’Università Roma Tre: “al Polo Nord è come se avessimo perso una quantità di ghiaccio pari a dieci volte l’Italia, che ha una superficie di trecentomila chilometri quadrati.

In Groenlandia il ghiaccio si scioglie a ritmi molto sostenuti: parliamo di 264 miliardi di tonnellate ogni anno. Questa perdita causa un innalzamento annuo del livello globale delle acque dei mari di 0,8 millimetri”.

È la nuova frontiera della geopolitica contemporanea: una scacchiera dove si intrecciano rotte commerciali, ambizioni militari e crisi climatica. Il disgelo schiude passaggi tra continenti e porta alla luce giacimenti di gas e terre rare.

Il 1979 è stato un anno cruciale per la raccolta dei dati nella regione artica. Nel novembre del 1978 il lancio del Global Weather Experiment aveva segnato l’avvio della moderna era satellitare, cambiando l’osservazione terrestre.

La comunità scientifica iniziò ad avere a disposizione una costellazione di satelliti che hanno reso possibile un sistematico monitoraggio dell’ambiente tra cui il ghiaccio marino. Dagli anni Ottanta le mappe quotidiane dell’estensione del ghiaccio sono state compilate basandosi sui dati satellitari provenienti da sensori a microonde passivi.

Dal 1998 sono state condotte almeno trenta differenti stime del bilancio di massa della calotta glaciale della Groenlandia con il telerilevamento da satelliti e aerei. Il primo viaggio nell’Artico del grande geografo Mark Clifford Serreze risale al 1982, quando la regione assomigliava ancora a quella in cui le popolazioni del Nord avevano vissuto per migliaia di anni, prima delle esplorazioni del Diciannovesimo secolo e dell’inizio del Ventesimo.

Dagli anni Ottanta conduce ricerche sul campo nell’Artico. I suoi studi sul surriscaldamento globale e sullo scioglimento dei ghiacciai artici sono stati tradotti in tutto il mondo.

Nel 2017 le due piccole calotte glaciali nell’Artico canadese, precisamente nell’Isola di Ellesmere, che Serreze aveva raggiunto trentacinque anni prima da giovane ricercatore, si erano ridotte a un paio di chiazze di ghiaccio sporche, destinate a scomparire. Il geografo statunitense è direttore del National Snow and Ice Data Center che opera come una banca dati su scala mondiale per la ricerca sui ghiacciai e l’interazione con il clima e dal 2019 è professore emerito nel Dipartimento di geografia della University of Colorado Boulder.

Da osservatore sul campo e studioso di caratura mondiale, Serreze è un testimone della rapida e impressionante trasformazione della regione artica, con tutte le conseguenze che essa comporta: “Tra i molti dati che colpiscono, spiccano quelli sui ritmi di diminuzione dell’estensione del ghiaccio marino dal 1979 al 2016.

Ogni decennio è calata in media del 3,2% nei mesi di gennaio e circa del 3,5% per decennio nei mesi di febbraio. Il declino si accentua da aprile fino a settembre, quando si conclude la stagione dello scioglimento e la diminuzione raggiunge addirittura il ‒13,5% per decennio”.

Una buona parte della costa artica è costituita da sedimenti congelati, il permafrost. Che cosa comporta lo scongelamento?

“Può avere un’influenza drammatica sul paesaggio, causando crolli del terreno, degli edifici, delle strade e di altre infrastrutture, compresi gli oleodotti”, prosegue Serreze, “l’aumento potenziale del riscaldamento globale come quello prodotto dall’anidride carbonica e dal metano. Il terreno artico e subartico contiene moltissimo carbonio intrappolato nel permafrost”.

L’estensione media del settembre 1980 era di 7,8 milioni di chilometri quadrati. Quella del 2012 è scesa a 3,6 milioni di chilometri quadrati.

Nel 2007, quando si è rivelato il rapido crollo dell’estensione del ghiaccio previsto dai modelli climatici di Marika Holland, Serreze dichiarò che sarebbe stato ragionevole attendersi un Artico libero dai ghiacci al termine della stagione estiva entro il 2030: “Ribadisco questa previsione.

Alcuni sostengono che sia pessimistica. Da quanto osservo ora, ciò avverrà in breve tempo in assenza di drastiche riduzioni nelle emissioni di gas serra.

L’Oceano Artico senza ghiaccio in estate sembra inevitabile entro il decennio 2040-50 e la transizione è in corso. Ondate di calore prima inimmaginabili colpiscono il Nord”.

Secondo Serreze è ragionevole attendersi un Artico libero dai ghiacci al termine della stagione estiva entro il 2050. Il 2024 secondo la World meteorological organization (WMO) si è chiuso come l’anno più caldo di sempre e con emissioni e concentrazioni di gas serra a livelli altrettanto da record.

Stiamo viaggiando verso i +3°C rispetto all’epoca preindustriale nell’indifferenza quasi generale. Stando al documento Emissions Gap Report 2024 delle Nazioni Unite, se i trend attuali non cambiano drasticamente, siamo diretti verso un futuro in cui le temperature aumenteranno fino a 3,1 gradi al di sopra dei livelli preindustriali.

Per il terzo anno consecutivo, ogni giorno nel 2025 è stato più caldo di almeno 1°C rispetto al livello preindustriale 1850-1900; più di un terzo dei giorni ha registrato una temperatura superiore di 1,5°C. I due concetti chiave del nostro tempo restano adattamento e mitigazione delle nuove condizioni.

La complessità del sistema clima ha strettissime interconnessioni che legano la sua dinamica a quella dell’attività umana. “Nei sistemi complessi come il nostro, vince chi riesce ad adattarsi ai cambiamenti: questo ce lo insegna la teoria dell’evoluzione, che viene ancora letta erroneamente come descrizione scientifica di una lotta per la sopravvivenza”, spiega Pasini:

“Ma anche chi riesce ad armonizzare la propria dinamica con quella della natura. Questi fenomeni che vediamo ormai manifesti ce li teniamo.

Inoltre, le specie che prosperano non sono quelle che distruggono le altre specie, ma quelle che trovano un equilibrio. Dobbiamo pensare alla crisi di lungo periodo, diminuendo le emissioni di gas serra per mitigare i fenomeni”.

Nel frattempo le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico, privo di ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia importante sul piano strategico ed economico. Il mare costituisce il nuovo orizzonte delle frontiere da contrassegnare.

In questo senso il crocevia rappresentato dall’Artico è centrale. Ha acquisito un’importanza nuova per sfruttare le sue risorse: la pesca, il petrolio e il gas.

A causa del riscaldamento climatico aumenterà il traffico di rotte commerciali del Mare del Nord. “L’Artico è lo specchio di dove sta andando il mondo” – afferma Vincenzo De Luca, entrato in carriera diplomatica nel 1989 e ambasciatore d’Italia in India e in Nepal dal 2019 al 2024:

“Alla fine della guerra fredda nel 1993 fu costituito il Consiglio artico composto da otto Paesi che gravitano in quella zona d’interesse tra cui la Groenlandia, la Danimarca, gli Stati Uniti, il Canada e la Russia. In questo consesso si definivano delle regole per una ricerca e un’attività di sviluppo per mantenere la sostenibilità ambientale della zona artica.

C’era un clima di cooperazione e superamento delle tensioni”. Le tensioni internazionali e la militarizzazione dell’Artico, privo di ghiaccio, crescono man mano che le nazioni realizzano quanto sia importante sul piano strategico ed economico.

Nell’immaginario generale l’Oceano Artico è considerato un bene comune globale non attribuibile a singole entità, ma il cambiamento climatico e la voracità delle potenze mondiali hanno aperto una crepa difficile da rimarginare. Afferma De Luca:

Oggi questo scenario non esiste più” – “La Groenlandia, che appartiene alla Danimarca dal 1921 con il successivo riconoscimento internazionale della sovranità danese, è diventata lo specchio di un mondo in cui sono saltate le regole della convivenza. La Groenlandia sarà uno dei terreni in cui misurare il rispetto delle regole di sovranità che sono i cardini di un sistema internazionale di convivenza.

Le pretese di Donald Trump sono destituite di fondamento. Tra l’altro Groenlandia e Danimarca hanno in corso un processo per definire delle regole di autonomia fino ad arrivare all’indipendenza.

Oggi su larga scala è stato infranto il principio, stabilito dopo la Seconda guerra mondiale, che proibiva ai Paesi di usare la forza per violare i confini altrui. Non si cerca più la pace come bene desiderabile in sé, ma la si ricerca mediante le armi come condizione per l’affermazione di un proprio dominio.

Fuori da ogni legittimità internazionale, la guerra appare la normalità. A ottant’anni dalla sua creazione, l’ONU conferma la sua crisi rispetto alla missione di risoluzione delle controversie internazionali.

L’avallo della dottrina della guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa della politica fondata per decenni sul multilateralismo. Ciò compromette gravemente lo stato di diritto, che è alla base di ogni pacifica convivenza civile:

“Siamo nel mondo che passa dalla forza del diritto al diritto della forza”, sottolinea De Luca: “Questo sconvolge tutti gli assetti.

Stiamo andando verso un mondo basato sulla divisione delle sfere d’influenza calpestando i diritti alla sovranità, alla scelta dei Paesi di appartenere a determinare aree. In Groenlandia e nell’Artico si gioca una di queste partite”.

La rapidità e la violenza del cambiamento climatico stanno cancellando progressivamente lo scenario unico della regione artica. Siamo immersi in un cambiamento d’epoca a più livelli:

“In un batter d’occhio, l’Artico ha perso ogni residuo di eccezionalità”, spiega Mary Thompson-Jones, professoressa di sicurezza nazionale presso l’U.S. Naval War College:

“Gli eventi globali l’hanno trasformato da zona di pace a zona di conflitti. La corsa agli armamenti della Russia e le attività sempre più ostili della Cina sono diventate il punto focale di ogni dibattito sull’Artico.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022 e l’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO hanno imposto il tema dell’Artico in ogni dibattito politico sulla sicurezza”. L’avallo della dottrina della guerra preventiva ha segnato la fine rovinosa della politica fondata per decenni sul multilateralismo.

Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa tra NATO e alleanza russo-cinese. La Russia controlla oltre il 50% delle coste che si affacciano sull’Artico, e una parte importante del suo territorio si estende a nord del circolo polare artico.

È significativa la sua flotta navale con le navi rompighiaccio. Nel 2018, dichiaratasi “Stato quasi artico”, la Cina ha presentato il suo primo piano strategico per l’Artico, moltiplicando il volume delle sue attività con la Via della Seta polare.

Nei primi giorni di febbraio la NATO ha annunciato l’operazione Arctic Sentry (“Sentinella artica”) di cui non si conoscono orizzonti e dettagli precisi. Stando alle dichiarazioni del segretario generale Mark Rutte, mediatore della crisi tra Europa e Stati Uniti sulle mire di Trump, “Sentinella artica sfrutterà la forza dell’alleanza riunendo le attività della NATO e degli alleati nell’estremo Nord in un unico approccio operativo”.

Insomma dovrebbe salvaguardare gli interessi dei propri membri, mantenere la stabilità in una delle aree più strategicamente significative e ambientalmente difficili del mondo, fronteggiando le mire russo-cinesi. Il Consiglio artico interpretava un’idea di collegialità nella collaborazione per lo sfruttamento delle risorse, delle rotte commerciali, e la cooperazione scientifica che si sono trasformate in competizione.

Questo organo internazionale riunisce tutti i Paesi che si affacciano sull’Artico: Canada, Danimarca (tramite la Groenlandia), Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Stati Uniti (tramite l’Alaska), Svezia.

Otto Paesi possiedono territori a nord del circolo polare artico, ma solo cinque o sei hanno territori costieri: “L’Islanda entra nell’elenco solamente grazie alla sua isola più a nord, Grimsey, popolata solo da cento abitanti”, precisa Thompson-Jones:

“L’identità artica della Danimarca deriva dal suo storico rapporto con la Groenlandia, un territorio autonomo e autodeterminato. La Danimarca le offre un significativo sostegno finanziario e si occupa della politica estera e della difesa della più grande isola del mondo, abitata solo da 56.000 persone.

La costa artica norvegese è estremamente lunga. Russia, Canada e Stati Uniti completano il club degli Stati che possiedono territori costieri artici”.

L’Oceano Artico è un miscuglio stratificato di acque dolci e salate. Al di sotto di tutto c’è la piattaforma continentale, con le sue quantità ancora sconosciute di minerali, petrolio e gas.

I Paesi artici cercano di estendere il più possibile il riconoscimento della propria “piattaforma continentale”, cioè la parte di fondale che rimane di pertinenza di quello Stato. Ogni nazione costiera detiene diritti correlati alla Piattaforma continentale estesa (ECS, Extended Continental Shelf), definita come “il prolungamento naturale del territorio terrestre oltre l’estremo margine continentale”.

Sono stabiliti limiti a quanto possa estendersi la ECS di un Paese, non più di 350 miglia nautiche. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare dispone il controllo delle sue risorse entro le rispettive acque territoriali.

Russia, Cina e Stati Uniti sono in campo per disporre il controllo delle nuove vie marittime e degli avamposti strategici sempre più centrali nella contesa tra NATO e alleanza russo-cinese. Nel libro La legge del Nord, appena pubblicato in Italia da Luiss University Press con la traduzione di Paolo Bassotti, Thompson-Jones realizza una puntuale ricognizione della storia e dell’evoluzione delle relazioni internazionali, in particolare dei Paesi del Consiglio artico, nella regione.

“Nel maggio del 2019, per la prima volta, il meeting ministeriale del Consiglio artico si è concluso senza una dichiarazione congiunta, in quanto il segretario di Stato Mike Pompeo si è rifiutato di accettare qualsivoglia riferimento al cambiamento climatico nell’Artico”, ricorda l’autrice: “Ha usato il suo discorso per convincere i presenti che meno mari ghiacciati significa più commercio e che il vero pericolo è rappresentato da Russia e Cina.

Al rappresentante finlandese è stato affidato il compito di diffondere una dichiarazione finale per riflettere le convinzioni degli altri presenti”. L’incipit scelto dall’autrice è interessante e suggestivo, perché sceglie una citazione, un dialogo tratto dal romanzo Underworld (1997) di Don DeLillo:

Hai mai guardato la Groenlandia su una carta geografica? – Credo di sì. Un paio di volte forse. – Ti sei accorta che non ha mai le stesse dimensioni, su due carte geografiche diverse?

Le dimensioni della Groenlandia cambiano da una carta all’altra. Cambiano anche da un anno all’altro. – È grande – disse lei. – È molto grande.

È enorme. Ma talvolta è un po’ meno enorme, a seconda della carta che consulti.

Insomma, per gli americani, ma non solo per loro, era ed è tutt’altro che semplice anche soltanto identificare e collocare la Groenlandia, ora tornata al centro delle mire statunitensi. Le riflessioni di DeLillo sulla guerra fredda e su una geografia inafferrabile sono un buon punto di partenza per cominciare a osservare lo strano rapporto a tre fra Groenlandia, Danimarca e Stati Uniti.

Gli esploratori americani del Polo Nord “rivendicarono” la Groenlandia in nome degli Stati Uniti: non si limitarono a piantare bandiere, ma consolidarono l’idea che la Groenlandia, per la sua vicinanza agli Stati Uniti, appartenesse di diritto all’emisfero occidentale: “Per gli Usa, il controllo della Groenlandia è sempre stato una strana ossessione, sin da quando nel 1867 William Seward acquistò l’Alaska”, scrive Thompson-Jones:

“Anche prima di Donald Trump, quattro presidenti hanno preso seriamente in considerazione l’ipotesi di comprarla. Secondo i sostenitori dell’espansionismo, il suo valore come ponte verso l’Europa aveva la stessa valenza strategica dell’Alaska verso l’Asia (che all’epoca era molto meno conosciuta di oggi); per i più visionari, entrambe le regioni erano necessarie perché gli Stati Uniti ottenessero il completo dominio dell’emisfero”.

Per gli Stati Uniti, il controllo della Groenlandia è sempre stato una strana ossessione. Alla luce dei propositi bellicosi e colonialisti del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump verso la Groenlandia è utile dunque ripassare innanzitutto la considerazione nordamericana rispetto a questa zona d’interesse.

Già nel 2019 Trump aveva dichiarato di voler comprare la Groenlandia. In realtà negli Stati Uniti, l’idea circola già dalla metà degli anni Sessanta dell’Ottocento, quando il segretario di Stato Seward contrattò non solo l’acquisizione dell’Alaska, ma anche delle Indie Occidentali Danesi.

La caccia alla ricchezza delle terre rare per una vasta gamma di produzioni industriali è intensa ovunque e alimenta il ricorso alla guerra. Nell’Artico ci sarebbero ingenti riserve mondiali ancora da scoprire di petrolio e gas.

“Oggi la Groenlandia costituisce un vero punto nodale”, osserva Thompson-Jones: “Il cambiamento climatico sta rapidamente sciogliendo gli spessi ghiacci che da sempre la ricoprono.

Alcuni dei suoi 56.000 abitanti fanno pressioni per ottenere la piena indipendenza dalla Danimarca. Gli investitori stranieri – in primo luogo cinesi – non nascondono i propri interessi.

Non più inaccessibile come un tempo, questa terra ha aperto le porte al turismo”. Il libro di Thompson-Jones accende una luce sugli abitanti dell’Artico così poco considerati nel dibattito internazionale.

Esplora il loro senso per la tutela di quell’universo che sta perdendo la propria identità. Vivono sulla propria pelle, in prima linea il flagello degli effetti del cambiamento climatico:

“Le loro case sono state inghiottite dal mare, il loro stile di vita è stato devastato, la loro salute e il loro benessere sono a rischio”, scrive Thompson-Jones: “Sono consapevoli dei propri diritti e richiedono con sempre maggiore insistenza di partecipare a qualunque tavolo dove si prendano decisioni politiche che interessino l’Artico.

Farlo senza consultarli è una scelta che non consente di fare passi avanti”. La storia ben dimostra quanto sia fallace ambire a una terra su una mappa senza comprenderne la popolazione, la storia e l’ambiente.

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