Notizie
Le trattative Usa-Iran, le incognite e le opposte percezioni del conflitto
Riassunto generato dall'IA dell'articolo "Le trattative Usa-Iran, le incognite e le opposte percezioni del conflitto". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.
Questo articolo è stato pubblicato nello speciale della newsletter Estera dedicato alle trattative tra Stati Uniti e Iran in Pakistan. Per leggere il numero clicca qui.
Per iscriverti alla newsletter invece clicca qui. Rispetto alla versione pubblicata nella newsletter, l’articolo che segue contiene alcuni aggiornamenti.
A Islamabad sì, ma per 21 ore. Questa la durata (al momento) dei negoziati Usa-Iran iniziati nella capitale pakistana l’11 aprile, con l’obiettivo di raggiungere un accordo per la fine del conflitto e definire le regole della convivenza regionale tra Washington e Tel Aviv da un lato e Tehran dall’altro.
Un’impresa che sembrava estremamente complicata fin dall’annuncio del cessate il fuoco che doveva permettere l’incontro tra le due delegazioni. Ad oggi, dopo il blocco navale annunciato da Trump e la possibilità che giovedì 16 aprile le delegazioni si rincontrino, l’ottimismo rimane basso.
Nella mattinata di domenica, JD Vance, Steve Witkoff e Jared Kushner, la delegazione statunitense, hanno abbandonato la capitale del Pakistan per fare ritorno a Washington. Il vicepresidente di Trump si è presentato davanti ai media visibilmente irritato dalla posizione iraniana, sottolineando che quella statunitense rappresentava «l’offerta finale e migliore possibile» e attribuendo lo stallo dei negoziati all’intransigenza di Tehran, rimasta ferma sul nodo del nucleare.
La delegazione iraniana ha lasciato la blindatissima capitale pakistana ore dopo, sotto la scorta di velivoli militari pakistani (il che la dice lunga sulla fiducia nella controparte), ribadendo di voler maggiori garanzie da parte statunitense e lasciando uno spiraglio aperto per la diplomazia – ben prima che Trump annunciasse sui social il blocco navale allo Stretto di Hormuz. Sicuramente resta da capire perché organizzare 14 giorni di colloqui, come molte fonti hanno riportato, se l’offerta finale viene avanzata nelle prime 24 ore.
Molti analisti sono pronti a scommettere sulla strategia negoziale, altri sul risultato delle pressioni israeliane sugli Usa, ma mentre osserviamo gli sviluppi e proviamo a ricostruire i retroscena, ci sono diverse dinamiche che vale la pena analizzare. Le trattative e il Libano Già le ore che l’8 aprile sono seguite all’annuncio del cessate il fuoco mediato dal Pakistan – emerso come potenza diplomatica regionale (è vicina a Iran, Usa e Golfo) e Paese ospitante dei colloqui – sono apparse confuse, denotando la fragilità del dialogo.
Da Tehran circolava una lista di dieci punti, proposta dal regime e che parrebbe essere stata accettata come base di partenza anche dal presidente statunitense Donald Trump. I nodi principali del negoziato apparivano già delineati: la gestione dello Stretto di Hormuz, il futuro del programma nucleare iraniano, la revoca delle sanzioni primarie e secondarie sull’Iran, il ruolo e il ridimensionamento del sistema di proxy regionali di Tehran e, non da ultimo, la questione degli attacchi in Libano.
Non stupisce, invece, l’assenza pressoché totale di qualsiasi riferimento a Gaza e alla West Bank, nonostante la Repubblica Islamica continui a richiamarli come elemento centrale della propria postura regionale. Neanche 24 ore dopo, Israele lanciava l’operazione “Buio eterno” sul Paese dei cedri, intensificando gli attacchi sullo Stato libanese ed effettuando intensi raid costati la vita a più di 250 persone (oltre mille i feriti), accompagnati dallo slogan dei “100 attacchi in 10 minuti”.
Israele e il sabotaggio delle trattative La crudeltà e l’escatologia apocalittica delle operazioni israeliane, entrambi cartina tornasole del suprematismo sionista, non fanno più notizia, ma continuano a intorbidire le acque. Molti giornalisti e analisti hanno fin da subito puntato il dito contro il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e la sua necessità di sabotare le trattative.
Non è un caso che gli attacchi sul Libano, avvenuti a poche ore dall’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran, abbiano immediatamente riaperto una frattura sulla sua portata: l’inclusione o meno di Beirut nell’intesa rischia di diventare uno dei nodi su cui l’accordo potrebbe incagliarsi, se non addirittura naufragare definitivamente. Dopo aver fatto pressioni sulla Casa Bianca per colpire l’Iran a febbraio – a quanto pare utilizzando fonti di intelligence manipolate, o errate, che mostravano un Iran indebolito dalle proteste interne e incapace di difendersi -, Israele sarebbe il primo sconfitto da un’eventuale fine del conflitto.
Dal 7 ottobre 2023, Tel Aviv ha accelerato la propria strategia per ridisegnare la regione in proprio favore, complice anche la necessità politica del premier israeliano di congelare la politica e la giustizia interna, dato che Netanyahu è dal 2020 coinvolto in uno scandalo di corruzione. L’idea di una Grande Israele è imprescindibile dall’annientamento o almeno dal ridimensionamento dell’Iran e della sua deterrenza regionale.
Finito il regime di al-Asad in Siria, l’integrazione del governo di Ahmed al-Sharaa nel sistema regionale statunitense potrebbe aprire la strada a una definitiva annessione del Golan. In Libano, l’indebolimento di Hezbollah prelude all’occupazione del sud del Paese fino al fiume Litani e all’assoggettamento di Beirut.
Allo stesso modo, la diminuzione manu militari delle capacità di sostegno e proiezione esterna di Tehran potrebbe indebolire diverse milizie sciite, tra cui gli Houthi in Yemen e le Forze di mobilitazione popolare in Iraq. In una simile cornice, in cui Israele procede alla propria normalizzazione con gli Accordi di Abramo (al momento Marocco, Emirati Arabi Uniti e Bahrain riconoscono lo Stato di Israele), il regime iraniano si troverebbe sempre più isolato e privato degli strumenti di pressione utilizzati per interferire sulle decisioni di Baghdad e di Erbil, capitale della regione autonoma del Kurdistan iracheno, dove l’influenza statunitense è forte e anche Israele è operativo.
Questo varrebbe anche per la capacità di colpire le principali rotte marittime, con particolare riferimento a Bab el-Mandeb, nel Mar Rosso. Si tratta di obiettivi non ancora raggiunti, ma che Israele potrebbe sbloccare nel caso l’Iran si ritrovasse con le proprie capacità militari convenzionali ridimensionate, il programma nucleare (energetico o bellico che sia) limitato e l’apparato economico-industriale annientato (ponti, porti, strade, raffinerie e industrie sono state colpite dal giorno zero).
Si tratta di obiettivi che Israele non ha le capacità di raggiungere, non da solo. La “vittoria” è raggiungibile solo con l’appoggio degli Stati Uniti.
I bombardamenti in Libano subito dopo l’annuncio della riuscita mediazione pakistana sono stati accolti da Tehran nell’unico modo possibile: protestando pubblicamente e ricordando che il fronte libanese era compreso nella tregua. Da Washington hanno reagito nel peggior modo possibile: sostenendo Israele e smentendo che il Paese dei cedri fosse parte dell’accordo.
Non il modo migliore per iniziare un negoziato del genere, soprattutto per due ragioni. La prima: l’amministrazione Trump è la meno affidabile della storia statunitense, dal momento che ha deliberatamente attaccato l’Iran durante le negoziazioni di febbraio, mediate dall’Oman, e non fa altro che minacciare gli alleati che non “obbediscono”.
La seconda: l’Iran è uno Stato che per decenni è stato affetto da un relativo isolamento regionale, con ostilità strutturale reciproca con i Paesi del Golfo e relazioni ambigue e modulari con Turchia ed Egitto. Di fatto gli alleati regionali di Tehran sono i propri proxies, per lo più milizie.
Le trattative con un regime del genere sono storicamente lente e difficili. Per esempio, il precedente accordo sul nucleare raggiunto da Obama nel 2015 (il Jcpoa) ha richiesto quasi due anni di trattative coinvolgenti anche Paesi terzi.
Un inizio di trattative incredibilmente complicato quindi, con accuse reciproche di violazioni e manipolazioni mediatiche dei punti esibiti dai due governi (a questo punto legittimo pensare che qualcuno, se non tutti, menta). Mentre i giornalisti e gli analisti monitorano gli sviluppi e il mondo si chiede se assisteremo a un’ulteriore escalation o se le parti torneranno ai tavoli, va infine ribadito come la diplomazia si basa su fatti e opportunità, vero, ma che non sono mai oggettivi e sono legati alla percezione del conflitto.
La percezione statunitense Da un lato vi sono gli Stati Uniti di Trump. Da Axios a Reuters passando per il Washington Post e il New York Times, le ultime settimane sono state caratterizzata da leak che mostrano un presidente che preferisce fidarsi dei propri consiglieri-imprenditori piuttosto che dei militari del Pentagono e che probabilmente sovrastima le proprie capacità diplomatiche e decisionali.
Che Trump fosse ossessionato dall’Iran non è un segreto: da un punto di vista propagandistico, è facilmente descrivibile come nemico per gli statunitensi – anche per l’Islamofobia generale del Paese, così come per storici tabù come il socialismo e le minoranze; da un punto di vista pratico, Tehran è un ostacolo ai progetti energetici e al disegno di sicurezza statunitense nella regione. L’Iran inoltre è a tratti un affidabile partner della Repubblica Popolare Cinese (che importa petrolio e gas dall’Iran e considera il Paese Swana un tassello chiave per la Nuova via della Seta).
Considerata la retorica trumpiana nei confronti della Cina – agli occhi del tycoon il vero nemico dell’egemonia statunitense – l’inimicizia strutturale nei confronti dell’Iran si tramuta in necessità di imporre diktat e visioni. Uno scenario che diviene sempre più cupo se si considera che JD Vance, il vice di Trump, è sempre stato contrario alla guerra e sta raccogliendo sempre più consenso nel partito Repubblicano tra i Maga, ma non solo, facendo vociferare tanti analisti su una sua possibile candidatura alle presidenziali del 2028.
Trump è noto per percepire nemici ovunque e per non essere in grado di accettare pluralità nel proprio entourage. La scelta e la revoca dei dicasteri, così come la riduzione dell’apparato burocratico statunitense, lo dimostrano ulteriormente.
Potrebbe quindi trovarsi incastrato tra il rischio di perdere consenso a causa di una guerra impopolare – Trump aveva promesso isolamento e pace – con i relativi effetti economici, e quello di venire eclissato da un Vance trionfante e pragmatico nelle trattative. Il bene comune potrebbe venir messo in secondo piano dal tycoon se percepisse la possibilità di manipolare l’opinione pubblica e far apparire l’Iran come inaffidabile e Vance non all’altezza.
Il blocco navale, nel caso si concretizzasse, andrebbe in tale direzione, facendo apparire Trump come l’uomo forte che piega la volontà degli iraniani e colma le lacune di JD Vance. La percezione iraniana Dall’altro lato, invece, vi è l’Iran, un Paese che sta avendo vita facile a livello di propaganda – in quanto Paese aggredito illegalmente durante le trattative e in quanto entità che dal 7 ottobre 2023 si oppone, più a livello retorico che pratico, al genocidio a Gaza – e che non ha intenzione di accettare imposizioni.
La violenza dei raid statunitensi e israeliani su obiettivi civili (raffinerie, ponti, porti, industrie) ha parzialmente ricompattato la popolazione intorno al regime, fornendo a quest’ultimo scuse facili per reprimere gli oppositori con addirittura maggiore violenza. In un contesto simile è infatti facile far passare i manifestanti come agenti stranieri.
A livello globale, invece, le dinamiche del conflitto rappresentano importanti leve simboliche e retoriche per Tehran i cui effetti a livello di soft power e prestigio si misureranno negli anni a venire. La stessa struttura di potere del regime, decapitata nei primi giorni da Usa e Israele, si è rivelata più resiliente del previsto.
Il ramificato sistema di influenza dei pasdaran è risultato il più stabile, mentre l’assassinio di figure del clero e della politica ha indebolito le altre componenti della Repubblica Islamica. I Guardiani della Rivoluzione, l’ala più oltranzista della politica iraniana, rimangono in pratica l’unica entità con capacità di mobilitazione popolare, militare ed economica e la narrazione iraniana li vede come i veri vincitori.
Per anni, i pasdaran sono stati criticati per ricevere troppi fondi, utilizzati per foraggiare milizie estere e produrre armamenti e basi militari inutilizzate per decenni. Da febbraio, agli occhi della popolazione, sono stati rivalutati come difensori della Repubblica Islamica, facilitando l’eclissamento delle violenze perpetrate contro i manifestanti e la presa attuale sul potere nazionale.
A onor del vero, tenute in considerazione le oltre sei settimane di conflitto e i risultati strategici ottenuti, l’Iran rimane in possesso di un gran numero di missili balistici, di piattaforme di lancio fisse o mobili e di migliaia di droni. Gli armamenti di Tehran si sono dimostrati più efficaci del previsto, così come la strategia di deterrenza che vede il regime reagire agli attacchi colpendo gli alleati regionali degli Usa e le principali rotte marittime ed energetiche.
Pur non disponendo di una capacità offensiva e difensiva paragonabile a quella di Stati Uniti e Israele in termini di guerra convenzionale, la Repubblica Islamica conduce da decenni una strategia di guerra asimmetrica e di logoramento. Inoltre, la capacità di reazione e riorganizzazione dimostrata anche dopo l’eliminazione di figure apicali del regime ha favorito un progressivo decentramento del potere decisionale, rivelatosi efficace in un Paese vasto e attaccato su più fronti.
Sarebbe quindi errato pensare che l’Iran stia perdendo la guerra e sia disposto ad accettare diktat: secondo i pasdaran – e diversi analisti -, se il conflitto dovesse prolungarsi con queste stesse modalità, l’Iran potrebbe resistere ancora a lungo (Golfo e Usa probabilmente no). È opinione comune che, nel caso di ulteriori escalation, come operazioni di terra, il risultato potrebbe essere tutto meno che prevedibile e favorevole agli invasori.
Trattative senza intenzione di trattare Insomma, a 21 ore dalle trattative, mentre le delegazioni abbandonano il Pakistan e il mondo rimane a guardare nella speranza di scoprire che era tutta una mossa e contromossa per fare pressione alla controparte, appare palese come Iran e Usa si siano seduti al tavolo negoziale con visioni completamente opposte. Entrambi rivendicano, infatti, già una vittoria, costruendo narrazioni interne difficilmente conciliabili con eventuali concessioni future e destinate a riemergere come punti di attrito nei negoziati.
Quale delle visioni sia più corretta non ha importanza, così come non ha importanza se il possibile fallimento anticipato sia a causa di strutture militari troppo forti o di falchi e gelosie intra-potere. Ciò che importa è realizzare, ancora una volta, il distacco dal senso generale e comune delle élite, che siano islamiste o occidentali, preludio del loro proverbiale menefreghismo nei confronti delle popolazioni che rappresentano.
Noi, privilegiati, paghiamo la guerra con l’inflazione e un futuro che si fa sempre più cupo a livello economico e di sviluppo umano. Gli iraniani, vittime del proprio governo e di quelli statunitense e israeliano, pagano col prezzo ultimo, con la vita e la libertà.
Chi non paga è chi viene eletto per rappresentare e perseguire gli interessi di una Nazione e puntualmente segue il proprio tornaconto personale, che sia economico o di rivalità politica. Quasi legittimo pensare che nessuna delle parti avesse veramente intenzione di trattare a Islamabad.
Chissà se il prossimo round negoziale sarà diverso. L'articolo Le trattative Usa-Iran, le incognite e le opposte percezioni del conflitto proviene da Lo Spiegone.