Cultura
L’infinita Apocalisse di ogni guerra
di Marco Sommariva Nel 1969, dopo vent’anni di esilio e a trentacinque di distanza dalla pubblicazione di Confessioni di un borghese (Adelphi, 2025) – il suo primo volume di memorie scritto a metà anni Trenta, a soli trentaquattro anni –, Sándor Márai decide di pescare nuovamente fra i suoi ricordi, stavolta per raccontare gli atroci anni del Secondo dopoguerra, e scrive Terra, Terra!… (Adelphi, 2025). Lo scrittore ungherese, che riconosce l’esilio come un pericolo ma anche come una possibilità – “[…] è necessario andare spontaneamente in esilio, perché solo così si ha il modo di dire la verità, senza la quale lo scrivere non ha senso” –, ci racconta delle rovine di Budapest, compresa casa sua, e del faticoso ritorno a una parvenza di normalità in una città dove tutti odiano tutti, in un’Ungheria stremata e terrorizzata, su cui pesa un brutale processo di sovietizzazione.
Non solo, ci racconta anche quando – nel settembre del 1948, con la sua opera ormai bollata in patria come “borghese” – decide d’andar via, spinto dal desiderio di vedere se esiste da qualche parte un Mondo Nuovo, se è possibile rivivere l’emozione che provò il mozzo di Cristoforo Colombo quando, “dalla coffa dell’albero maestro della caravella” gridò, appunto, “Terra, terra!…”. Gli esempi dell’esilio di Lenin in Svizzera, Victor Hugo a Jersey per vent’anni, Karl Marx a Londra, Voltaire a Londra, Potsdam, Parigi e poi Ferney, danno forza all’idea di Márai che senza libertà non c’è letteratura, che lo scrittore può vivere solo in un paese libero se non vuole rassegnarsi a diventare un servo pieno di paura di cui “i compagni di schiavitù non si fidano e […] con invidia e gelosia denunciano al tiranno”, perché solo la verità può essere rivoluzionaria.
E non è di certo un caso se ci ricorda che Stalin “non amava i rivoluzionari”, ma “amava gli impiegati ubbidienti e gli uomini-robot sordomuti – tutti gli altri erano sospetti…”. In questo secondo libro di memorie, lo scrittore ungherese mostra ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente, così come fece Stig Dagerman in Autunno tedesco (Iperborea, 2018) quando, nel 1946, insieme a cronisti di tutto il mondo, accorse in Germania per raccontare quel che restava del Reich sconfitto.
L’intellettuale anarchico svedese non offrì ai lettori un ritratto preconfezionato di una nazione distrutta come fecero tanti altri, ma raccontò loro la sofferenza dei vinti andando a trovare masse di affamati che vivevano in cantine allagate: “Ci si sveglia, se mai si è riusciti a dormire, gelati in un letto senza coperte, e con l’acqua fredda che arriva sopra le caviglie si cammina fino alla stufa per provare ad accendere il fuoco con qualche ramo umidiccio tolto a un albero bombardato.
Da qualche parte là dietro, in mezzo all’acqua, dei bambini tossiscono come adulti tubercolotici. Se finalmente si riesce ad accendere il fuoco in questa stufa estratta da rovine pericolanti a rischio della propria vita […] il fumo si sparge per la cantina e quelli che già tossivano tossiscono ancora di più”.
Così come accade oggi, mostrare ciò che fa seguito a una guerra come una sua variante di un orrore equivalente alla guerra era disturbante anche allora; diversamente, non si spiegherebbe perché un giornalista francese “di nota abilità” arriverà a consigliare a Dagerman “con le migliori intenzioni e nell’interesse dell’obiettività” di leggere i giornali tedeschi anziché guardare le abitazioni distrutte o andare ad annusare cosa bolle nelle pentole degli sconfitti. Ma uno scrittore non può tacere, deve parlare anche del cumulo di macerie del mondo, deve sbraitare qualcosa anche davanti a una fossa comune, non può semplicemente dire tutto con belle parole; occorre la Parola, quella che, bella o brutta, può modificare un po’ quel che avviene nel mondo.
Uno dei primi vinti ungheresi che incontra Márai è un uomo massiccio, un ciabattino “segretamente comunista” che lo raggiunge correndo e avvia ansimando un concitato, confuso racconto: “Quell’uomo massiccio mi stava davanti nel gran freddo senza giacca e mi spiegava agitato come non mai che i russi, al loro arrivo, lo avevano incontrato fuori dal villaggio e al grido di «Burzsuj, burzsuj!», borghese, borghese, gli avevano strappato di dosso la giacca di pelle; poi, dopo avergli messo in mano duecento pengő di carta, avevano dato una pacca sulla schiena al poveretto terrorizzato ed erano ripartiti al galoppo”.
Il ciabattino era stato scambiato per un borghese perché era grasso e aveva la giacca di pelle: “E pensare che io li aspettavo…”.
Fu la prima volta che lo scrittore ungherese udì quel tono di voce deluso. La delusione nasceva da qualcosa che, allora, non era ancora risaputo, il fatto che un grande popolo, al prezzo di orrendi sacrifici, aveva cambiato l’andamento della storia mondiale e aveva portato, ai perseguitati dai nazisti, la liberazione, la salvezza dal terrore, ma non poteva portare la libertà perché neanche quel popolo l’aveva: “[…] voi non siete liberi.
E non lo sarete neppure ora […] perché noi russi possiamo liberare solo noi stessi. Anche gli ungheresi, i bulgari, i romeni possono liberare solo se stessi”.
La forza di quel popolo, che a Stalingrado inferse la prima grande sconfitta alla Germania nazista e ai suoi alleati, era personificata nei soldati sovietici, ed era una forza che poteva dare, ma anche togliere, come quando uno di questi soldati entrò in casa di un vecchio signore con la barba bianca che gli andò incontro dichiarandosi ebreo. A quelle parole il russo sorrise, depose a terra la mitragliatrice e baciò il vecchio su entrambe le guance: anche lui era ebreo, gli disse, ma “[…] subito dopo, riappesa al collo la mitragliatrice, intimò all’anziano gentiluomo e al resto dei presenti di mettersi nell’angolo della stanza con la faccia al muro e le mani alzate.
Poiché il vecchio non comprese l’ordine, quello gli urlò di ubbidire subito, altrimenti li avrebbe ammazzati tutti. Il vecchio e la moglie si misero nell’angolo della stanza, le facce rivolte al muro.
E il russo, con imperturbabile lentezza, prese a derubarli di ogni cosa, a proprio agio: era uno specialista e con la sapienza di un tecnico picchiettò sulle pareti della stufa, sui muri, aprì i cassetti, trovò i gioielli nascosti, il denaro contante – circa quattromila pengő. Si mise tutto in tasca e se ne andò”.
A proposito di Stalingrado, ancora in Autunno tedesco, Dagerman riporta un episodio che la dice lunga sulla crudeltà e le infinite sfaccettature della guerra. Racconta di un tedesco appena tornato dall’Unione sovietica che, in stridente contrasto con la maggior parte dei reduci, è un filo-sovietico fanatico perché non è stato fucilato alla cattura:
“L’hanno preso a Stalingrado e ora racconta ininterrottamente di come una volta i suoi commilitoni rivestirono il parapetto di un ponte di cadaveri russi nudi, per il divertimento di scattare una fotografia davvero unica. Non riuscirà mai a capacitarsi che gli sia stato concesso di sopravvivere”.
Ma torniamo ai sovietici che prendevano in Ungheria tutto ciò che vedevano. La villa dei vicini di Márai venne svuotata in pieno giorno, sotto i suoi occhi: i mobili, gli oggetti, persino i listelli del parquet vennero caricati sui camion.
Tutto venne portato via, solo i libri furono lasciati sugli scaffali. Quest’aggressività fa tornare in mente allo scrittore ungherese un’affermazione del vecchio Sigmund Freud, il quale, in uno dei suoi ultimi libri, affermava con amarezza che i comunisti avevano privato l’uomo della proprietà privata perché – secondo loro – il possesso incitava all’aggressione, per poi concludere che la società bolscevica era rimasta aggressiva anche senza la proprietà privata.
Secondo Márai, la ragione più vera e profonda di quel saccheggio continuo, non era tanto la rabbia contro il nemico fascista, quanto la miseria; sia in pace sia in guerra, il comunista sovietico “era così povero, così bisognoso e privo di tutto che, uscito nel mondo dopo trent’anni di stenti e di lavoro automatizzato, si gettava con avidità famelica su ogni cosa fosse alla sua portata, dal momento che la Rivoluzione prima e il regime poi lo avevano privato di tutto quanto potesse rendere la vita più umana e colorita”. La potenza russo-sovietica, peraltro sottovalutata dai tedeschi che si fidarono di informazioni false, non si spaventò di fronte all’avanzata nazista, ma temette più di ogni altra cosa i comunisti che avevano visto l’Occidente, ossia una forma diversa, più veloce e redditizia, di sviluppo sociale.
Fu forse anche per questo che, in una sola notte, travolsero l’intera classe dei proprietari terrieri ungheresi avvalendosi di una prepotenza chiamata «riforma fondiaria»: “[…] e se con la manovra di una sola notte avevano nazionalizzato tutta la grande industria, il commercio e le banche, così si preparavano a distruggere il potere della Chiesa sulle anime e a sbaragliare le barricate dello spirito e dell’educazione. Questa selvaggia risolutezza in ogni espressione non conosceva ostacoli né morali né spirituali e fu la causa del loro successo.
Una volontà che non conosceva ostacolo, solo scopi e risultati”. Per questo, Sándor Márai era convinto che la molla capace di far scattare tutta questa energia non fosse la lotta di classe, “ma la miseria e i bisogni dell’Oriente”.
Al giorno d’oggi, alcuni arriverebbero a definire Márai profetico, specie quando scrive che l’Unione Sovietica, dopo essersi gettata sui beni dei vinti, un giorno si sarebbe gettata anche su quelli dell’Europa occidentale, appena se ne fosse creata l’occasione, “trovando il terreno già preparato da quegli intellettuali liberali favorevoli alla «coesistenza pacifica»”. Riguardo all’Unione Sovietica le possibili profezie, in Terra, Terra!… è riportato questo passaggio di Marx che credo sarebbe bene ricordare a lungo:
“Quando la Russia costruisce sulla vigliaccheria e sulle paure delle potenze occidentali, fa tintinnare più che può la sua spada, aumenta le proprie pretese per potersi poi comportare con magnanimità appena raggiunti i suoi scopi più immediati… È passato questo pericolo? No, è solo che la cecità dei regnanti d’Europa ha raggiunto il suo zenit.
Prima di tutto, la politica russa è immutabile… Possono cambiare i metodi, le tattiche, le manovre, ma la stella polare della sua politica – il dominio globale – è una stella fissa”. Una stella polare, quella della politica russa, che qualcuno provò a offuscare quando nella Repubblica Ceca, l’unico paese europeo che abbia optato per il comunismo con elezioni libere e democratiche, gli scrittori cechi e slovacchi redassero “il manifesto detto delle «Duemila parole» […] per riconoscere che il sistema chiamato comunismo in realtà non difendeva gli interessi di lavoratori, intellettuali e contadini, ma solo quelli del Partito, dei suoi privilegiati e dei suoi mantenuti”.
Fra le componenti della variante che rendono il Dopoguerra spaventoso come il conflitto terminato, Márai ci ricorda esserci anche l’odio; non esattamente quello che provano gli sconfitti verso i vincitori o viceversa, ma quello che nasce tra amici, familiari, fidanzati. Perché questo odio fra gente che dovrebbe volersi bene, a maggior ragione dopo anni di guerra?
Perché l’altro era sopravvissuto, perché l’uno non aveva sofferto quanto l’altro, perché chi aveva sofferto non aveva avuto una ricompensa immediata, né abbastanza ricca e consolatoria, perché altri avevano avuto di più o lo avevano rubato. Tutti odiavano, anche coloro che avevano avuto la fortuna di tornare nel loro appartamento o avevano aperto un negozio, e questo perché l’odio non può essere soddisfatto essendo “pari alla sete di papavero del narcomane, non cessa”.
Tutti odiavano perché aspettavano “qualcuno” che non tornava. Non tornava il figlio, la madre, il marito, l’amante.
Non tornavano anche se fisicamente si erano salvati dai tanti inferni, anche se erano tornati trascinandosi coperti di stracci e pidocchi. Erano periti nonostante si fossero salvati nella loro realtà corporea, poiché coloro che erano sopravvissuti ai tanti inferni non erano più quelli che erano una volta.
Quest’assenza di “qualcuno” che non tornava valeva sia per chi, salvatosi dal conflitto, rientrava a casa sia per chi l’aveva aspettato. E chi patisce una tale delusione comincia a odiare.
Quel momento arrivava, per esempio, tra madri e figli quando, dopo i primi abbracci e i pianti dirotti, si guardavano negli occhi, interdetti, e prendevano a parlare d’altro: “Coniugi, amanti e […] amici correvano l’uno verso l’altro a braccia aperte.
In seguito le braccia spesso si abbassarono non appena i membri di una stessa famiglia o gli innamorati o gli amici cominciarono a sospettare o a subodorare attoniti, scandalizzati e talvolta inorriditi che l’altro non odiava abbastanza ciò che loro odiavano”. È certamente crudele un odio tale dopo una guerra, ma è così, nessun altro organismo è incline alla crudeltà come l’uomo.
Chissà, forse a renderci così crudeli è il panico che ci assale perché sappiamo che un giorno dovremo morire: “[…] tutti noi viventi siamo condannati a morte, dei condannati a morte chiamati alla vita da un cieco caso, vagolanti in un universo buio e indifferente. Il mondo massificato ha inventato, accanto all’astuta, individuale crudeltà «umana», nuovi tipi di tortura – così sono la tortura d’autorità, la crudeltà comandata, la vessazione ufficializzata della vita privata, la mutilazione regolamentata dei diritti naturali dell’uomo.
Queste crudeltà istituzionalizzate non sono più lievi di quelle individuali, tiranniche, personali”. Quando odio, crudeltà, tirannia, malvagità continua, cocciuta disonestà e bugie ti circondano, nasce un nuovo ulteriore grave pericolo, la noia:
“Niente è noioso come il peccato”. Queste pagine di Márai potrebbero risultare consolatorie a chi oggi spalanca gli occhi davanti all’ottusità di certi politici che si occupano di politica estera, specie quando si legge che nel febbraio del 1947, a Parigi, venivano nuovamente stipulati trattati di pace che, con la stessa testarda miopia, prevedevano di tagliuzzare con le forbici le carte geografiche o di disfare comunità storiche, economiche e culturali grazie a inutili statistiche, proprio “come un quarto di secolo prima”.
Questa mancanza di sottigliezze dei dettagli, il non tenere in considerazione le peculiarità individuali, la varietà delle razze, delle lingue e delle culture, caratterizzò anche il Grande Progetto dei tecnici del Cremlino: “In Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Bulgaria, come in precedenza nei paesi baltici, i comunisti non si preoccuparono di ottenere l’appoggio degli abitanti.
I loro programmi, portati avanti, come da prescrizione, con la violenza, furono concepiti con univoca monotonia”; in pratica, a Mosca si ritenne che ciò che pareva opportuno per Varsavia dovesse esserlo anche per Budapest e Sofia. Nel febbraio del 1947, Márai annota un altro fatto spiacevole – anche se meno grave del precedente –, la nascita di una pseudo-letteratura che, “come un’onda enorme”, sommerge tutto, anche le rubriche di critica su quotidiani e settimanali.
Lo scrittore ungherese scrive che il pericolo da lui intuito di questa pseudo-letteratura, l’ha poi riscontrato negli anni Cinquanta e Sessanta quando constatò che “il Libro era mutato nella sua essenza. […] Tutti possedevano libri e sempre meno erano coloro che dai libri si aspettavano una risposta: aspettavano informazioni, o divertimento, o sorpresa, scandalo o vicende sensazionali, ma in pochi aspettavano la Risposta”. Che in quel periodo fosse nata una pseudo-letteratura non mi ha stupito, mi ha sorpreso invece leggere che già all’epoca l’immagine mirava a sostituire la lettera, perché la prima “non dev’essere capita, ma guardata e basta, a bocca aperta, senza sforzo intellettuale”.
Quello sforzo intellettuale che è necessario specie quando le pagine di un libro hanno la potenzialità di suscitare nel lettore un processo di pensiero che alla fine può diventare azione. Un’azione che potrebbe non essere solo muscolare.
Potrebbe, per esempio, farci scostare da uno schieramento, magari per guardarlo da una nuova angolazione e, da lì, analizzarlo; una prospettiva diversa che può nascere dalla lettura di passaggi come questo: “I nazisti, in definitiva, si accontentarono «modestamente», di annientare fisicamente le proprie vittime.
I comunisti volevano qualcosa di più e di diverso: esigevano che la vittima restasse in vita e che celebrasse il sistema che annientava in lei la coscienza umana e la stima di sé”. Senza lo sforzo intellettuale è a rischio la libertà di ognuno di noi:
“La libertà non è uno stato permanente, ma una continua tensione verso qualcosa, e il lavaggio del cervello annienta proprio questo nella coscienza: chi viene «trattato» un giorno si accorge di non voler più essere libero”. È lo sforzo intellettuale a farci conoscere i libri.
E i libri vanno conosciuti, non semplicemente letti. E non basta conoscerne uno, ne vanno conosciuti molti perché colui “[…] che conosce un solo libro è sempre pericoloso: è il tipo che si accosta ai problemi della vita senza elasticità mentale e con rigidi pregiudizi”.
Nel caso realizzassimo che è la libertà a spaventarci, e che magari ci fa paura perché siamo cresciuti demandando sempre ad altri qualsiasi cosa ci riguardasse, proviamo comunque ad andarle incontro, così come fece Márai quando lasciò l’Ungheria “sovietica” destinazione la Svizzera e l’Italia, insomma, l’Occidente: “Dopo qualche minuto oltrepassammo il ponte; viaggiavamo sotto il cielo stellato verso il mondo, dove nessuno ci aspettava.
In quel momento, per la prima volta in vita mia, conobbi la paura. Compresi di essere libero.
E cominciai ad avere paura”.