Cultura
Love letters: in arrivo una storia di genitorialità queer
Raccontare una storia complessa e profonda senza mai perdere la leggerezza del cinema romantico si può. Oggi vi parlo di un film molto particolare, una originale riflessione sulle famiglie contemporanee, sulla costruzione dei legami affettivi, sulla resilienza emotiva dei genitori non biologici.
Un film che celebra la maternità, ma racconta anche la difficoltà e la bellezza di affermarsi come genitore in un contesto che impone norme e aspettative sociali. Un film che riesce a combinare emozione, riflessione sociale e intimità visiva, offrendo agli spettatori un’esperienza cinematografica che è al tempo stesso personale e universale, delicata e incisiva, capace di parlare al cuore e alla mente di chi guarda.
Love letters, diretto da Alice Douard, in uscita Dopo un percorso costellato di successi (premiato anche con il Gran Premio della Giuria al NewFest di New York), Love Letters, il film diretto da Alice Douard, è pronto a uscire nei cinema italiani (23 aprile 2026), dopo l'anteprima romana al cinema di Nanni Moretti, Nuovo Sacher. Commedia drammatica francese con montaggio veloce (sic!) e regia non scontata, è un’opera sensibile, decisamente contemporanea (anche nel linguaggio cinematografico) e profondamente umana che ci permette di entrare nella vita di due donne prossime alla maternità: una coppia lesbica - presto omogenitoriale - il cui posto nella società (e nella relazione) è messo in discussione (e ritrovato?) attraverso delle prove d’amore (il titolo in originale, Des preuves d’amour, rende meglio l’idea).
Diretto da una donna, interpretato quasi interamente da donne e ambientato in un mondo dove — per una volta — gli uomini compaiono sostanzialmente per fare domande imbarazzate, compilare moduli sbagliati o restare gentilmente al lato delle cose, il film è stato presentato alla Semaine de la Critique di Cannes e pone una domanda semplice ma non scontata: come si dimostra l'amore? Con un abbraccio?
Con un anello? Con una vita condivisa?
Oppure con quindici lettere firmate, qualche fotografia e un dossier da presentare davanti a un giudice? L’amore, la fiducia e la quotidianità costruiscano una famiglia più dei legami biologici o dei documenti ufficiali, forse vuole ricordarci la regista che fa di ogni dialogo, ogni silenzio, lo strumento per sondare emozioni complesse, come la paura di non essere riconosciuti, il desiderio di accettazione e l’affetto quotidiano che definisce una relazione genitoriale.
Una storia che ricalca quella del libro Nata con noi del 2023, primo romanzo omogenitoriale femminile uscito in Italia con un editore di massa, Giunti, che racconta la stessa, pioneristica storia: la nascita giuridica di una famiglia che prima non esisteva. Alice Douard, la regista, mette in scena la sua stessa storia, entrando a far parte di quelle "narrazioni di vita" che la studiosa "Veronica Frigeni chiama "atto politico".
Céline e Nadia sono sposate in Francia (dove esiste il matrimonio egualitario tra persone omosessuali che invece non esiste da noi) e aspettano una bambina. O meglio:
Nadia è incinta. Céline no.
Ambientato nel 2014, la Nazione è appena uscita dalla tempesta politica del “mariage pour tous”, il piccolo dettaglio biologico fa tutta la differenza del mondo (perché se una è madre per evidenza, l'altra dovrà dimostrarlo), e le due donne si ritrovano in un curioso percorso a ostacoli, un labirinto della burocrazia fatto di avvocati, attestazioni, testimoni e sguardi perplessi. Cosa significa davvero essere genitore?
Tra dramma e leggerezza, tra risate e commozione senza facili melodrammi, la pellicola porta il suo pubblico a riflettere su cosa significhi davvero essere genitore, mostrando grande capacità empatica senza mai diventare ideologico (evitata accuratamente la trappola del “film a tesi”). Piuttosto che trasformare la vicenda in un manifesto militante, infatti, Douard preferisce restare incollata ai suoi personaggi, che non diventano mai iconici o simbolici: sta sui loro dubbi, le loro gelosie, le conversazioni un po' goffe con medici e avvocati, riuscendo a compiere un'opera vitale e leggera, senza perdere la complessità del tema e la profondità della materia, e profondamente umana.
Spettacolare la fotografia di Jacques Girault, con la sua luce naturale e calda che avvolge gli interni domestici e gli spazi pubblici con una poetica sobrietà, ma anche l’uso delle inquadrature ravvicinate che pone lo spettatore “dentro” i personaggi, catturandone espressioni, esitazioni e gesti, accentuando la sensazione di intimità e vicinanza emotiva. Un approccio visivo che amplifica l’effetto dei dialoghi e rende percepibili i sottotesti, rendendo ogni scena un piccolo universo di relazioni e sentimenti.
E poi, bravissime le due attrici, a cominciare dalla carismatica franco-svizzera Ella Rumpf, premiata ai César per Le Théorème de Marguerite e con Angelina Jolie in Couture, nel ruolo di Céline: inquieta, determinata, con uno sguardo che buca la quarta parete. Accanto a lei, Monia Chokri (al centro del cinema di Xavier Dolan con Lawrence Anyways.), incinta e dolcissima, e Noémie Lvovsky, deliziosamente eccentrica nei panni della madre pianista di Céline, che aggiunge al film un ulteriore capitolo, tutt'altro che semplice, sulla maternità, mettendo in scena tutta la complessità dei legami familiari, tra assenze, incomprensioni e ricongiungimenti emotivi.
Se diventare genitori è sempre un atto d’amore, dimostrarlo — soprattutto davanti a un giudice — può diventare una vera avventura: è questo che mi ha tanto colpita di Love Letters, dato che anche per me, con mia moglie, l'intricata vicenda giudiziaria è diventata - da conturbante ingerenza dello Stato - opportunità per approfondire il senso di scelte complesse. Dopo essere uscito nei cinema francesi lo scorso novembre, il film farà la sua circolazione nelle sale americane questa primavera (Wolfe Video ha acquisito i diritti, fresca di 40 anni di attività, è la più longeva tra quelle che si sono dedicate al cinema LGBTQ+), mentre in Italia sarà Wanted Cinema a distribuire la pellicola.
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