Politica
La nuova grammatica del potere: lo shock è il metodo e la narrazione diventa governo
ISTANBUL – Donald Trump ha dichiarato che il Papa non sarebbe stato eletto senza la sua influenza politica e che la sua elezione sarebbe legata anche alla necessità del Vaticano di gestire i rapporti con la sua amministrazione. Al di là della precisione letterale della frase, ciò che conta è la sua struttura: l’idea che un’autorità religiosa globale possa essere letta come derivazione indiretta della volontà politica di un singolo leader.
Non è solo provocazione. È un ribaltamento simbolico: la legittimità non nasce più da processi interni alle istituzioni, ma viene retroattivamente attribuita dal potere che si pone al centro della scena.
Nelle stesse ore, sul profilo di Donald Trump, è apparsa un’immagine generata dall’AI – e poi è stata rimossa – che lo raffigurava come una figura cristologica: un taumaturgo circondato da angeli e militari che paiono discepoli, colto nell’atto di guarire un uomo disteso su un letto. Al di là della durata della sua pubblicazione e delle reazioni che ha suscitato — inclusa la replica di papa Leone XIV — ciò che conta è ancora una volta la struttura simbolica.
Non si tratta più soltanto di influenzare o rivendicare un ruolo nel processo politico, ma di appropriarsi di un immaginario religioso, traslando su di sé categorie che appartengono alla sfera del sacro. Il salto di qualità di Trump: il potere non si limita a raccontarsi, ma si rappresenta Abbiamo appena assistito a un ulteriore salto di qualità: la legittimità non viene solo rivendicata o reinterpretata, ma iconograficamente messa in scena.
Il potere non si limita più a raccontarsi: si rappresenta. Una tendenza sempre più evidente: la legittimità non si costruisce soltanto attraverso istituzioni formali, ma anche attraverso la capacità di riscrivere retroattivamente il senso degli eventi, traducendo le parole in immagini capaci di lasciare traccia negli individui e nell’inconscio collettivo che giorno per giorno viene plasmato.
È in questa zona grigia tra fatto e narrazione che si colloca ciò che definisco grammatica del potere. A Gaza, questa grammatica assume forma materiale.
La Striscia è diventata il luogo in cui la distruzione totale non può più solo essere liquidata come “effetto collaterale della guerra”, ma è una questione strutturale e di metodo, perché dopo le bombe sono arrivati i bulldozer, che hanno spianato quello che era rimasto in piedi, alberi compresi. È una questione di gestione dello spazio e della popolazione.
Ciò che viene definito “l’esercito più morale del mondo” è al centro di accuse internazionali gravissime – ampiamente documentate a livello internazionale – e di un dibattito giuridico che coinvolge organizzazioni, studiosi e governi. La distruzione delle infrastrutture civili – ospedali, scuole, reti energetiche – non produce soltanto effetti immediati, ma modifica la possibilità stessa di continuità della vita collettiva.
La progressiva trasformazione del territorio in una rovina stabile produce un livello di shock che non è più episodico, ma pianificato e continuativo. Sul piano simbolico e istituzionale, la stessa logica si riflette altrove.
A Gerusalemme e nei Luoghi Santi, la tensione attorno allo Status Quo – l’insieme di accordi storici che regolano la gestione dei luoghi religiosi (qui un approfondimento: https://www.strisciarossa.it/dal-divieto-al-santo-sepolcro-alla-pena-di-morte-netanyahu-annienta-il-diritto-uguale-per-tutti/ ) – viene descritta da diversi osservatori come sottoposta a pressioni crescenti e trasformazioni mirate a un suo progressivo smantellamento silenzioso. Per gli osservatori esperti è chiaro che non si tratta solo di equilibri politici, ma di un terreno in cui politica e religione si sovrappongono nella gestione concreta dello spazio sacro al fine di ridisegnarne i limiti, riducendo le autonomie.
Il vero salto simbolico avviene con Sant’Ambrogio a Milano. Dopo il massacro di Tessalonica del 390, ordinato per vendetta dall’imperatore Teodosio, il vescovo di Milano gli nega l’accesso all’Eucaristia e lo sottopone a una penitenza pubblica.
Una decisione senza precedenti: il potere politico incontra un limite che non è giuridico, ma simbolico, imposto dall’autorità ecclesiastica, che introduce una soglia all’imperatore, fino ad allora percepito come vertice indiscusso dell’ordine cristiano. Non è più il potere politico a detenere l’intero monopolio dell’ordine morale: nasce una frattura interna all’idea stessa di sovranità.
È uno dei momenti fondativi in cui l’Occidente elabora la distinzione, sempre instabile, tra potere spirituale e potere temporale, cioè tra governo e legittimazione del governo. In questo quadro, anche il rapporto tra istituzioni religiose e potere politico globale appare sempre più attraversato da interferenze simboliche e narrative, in cui la legittimità diventa oggetto di contesa.
Per questo parlo di “shock globale, costo locale”: perché quella che stiamo vivendo è l’espressione di una grammatica del potere in cui crisi sistemiche planetarie e instabilità persistente si scaricano sulle società, accrescendo lo squilibrio tra centri di decisione e popolazioni governate. Nel mondo degli autocrati informazione e interpretazione sono la stessa cosa Il mondo si appresta a diventare un sistema di controllo sempre più pervasivo, in cui la produzione di informazione e la sua interpretazione tendono a convergere nello stesso spazio di potere.
Questa non è una descrizione astratta, ma una chiave di lettura trasversale. È il punto in cui i diversi livelli – politico, militare, simbolico – smettono di essere separati e iniziano a funzionare come un unico sistema: produzione di shock, gestione della crisi, distribuzione asimmetrica del costo.
Arricchimento di pochi, che accumulano capitale economico e capacità di definizione del reale. In questa logica, la politica non interviene solo sugli eventi, ma sulla loro interpretazione.
Non agisce soltanto sul reale, ma sulla forma in cui il reale viene reso dicibile, leggibile, accettabile. È qui che la grammatica del potere contemporaneo si mostra per quello che è: non un insieme di decisioni isolate, ma una sovrapposizione di atti simbolici che competono per definire la realtà prima ancora di trasformarla.
E mentre questo sistema si stabilizza, il linguaggio politico continua a presentarsi come cronaca. Come se fosse solo cronaca.
Così può accadere che oggi, in questo stesso scenario, si festeggi l’elezione di un nuovo presidente in Ungheria. Un presidente che, nello stile delle narrazioni mediatiche, “si appresta a prendere il potere”.
Non a governare una nazione, ma a “prendere il potere”. Lapsus?
No, neolingua. Grammatica del potere.
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