Politica
La metafora morta del neoliberalismo
Forse la tesi più suggestiva di Comment pensent les démocraties. Les ressorts cachés des idéologies (ed.
Albin Michel, Parigi) di Marcel Gauchet non è quella che l’autore enuncia, ma quella che il suo stesso impianto lascia intravedere senza formularla. Il neoliberalismo potrebbe essere letto come la prima ideologia nella storia delle democrazie moderne a funzionare come una metafora morta: talmente naturalizzata da risultare invisibile, talmente incorporata nel funzionamento quotidiano della società da presentarsi non come un’interpretazione del mondo, ma come il mondo stesso: ciò che Gauchet definisce, con formula particolarmente felice, “l’ideologia dell’inutilità dell’ideologia”.
Come accade alle metafore che, a forza di essere usate, cessano di sembrare metafore, così il neoliberalismo ha trasformato le proprie premesse in evidenze. Ed è il nesso tra il “disconoscimento” (méconnaissance) strutturale che Gauchet descrive e il processo che lo rende possibile a suggerire una linea di lettura che il libro, per scelta o per economia argomentativa, non sviluppa, pur fornendo tutti gli strumenti per farlo.
Comment pensent les démocraties corona quarant’anni di ricerca sulla democrazia: da Le désenchantement du monde. Une histoire politique de la religion (1985), ai quattro volumi dell’Avènement de la démocratie (2007-2017), fino a Le noeud démocratique:
Aux origines de la crise néolibérale (2024). Il nuovo libro è il pezzo che mancava al mosaico: una teoria generale del fenomeno ideologico.
Perché le democrazie producono ideologie, come queste si radicano nell’esperienza collettiva, perché il loro potere di persuasione resiste alla smentita dei fatti. Il titolo riprende quello dell’antropologa Mary Douglas sulle istituzioni (How Institutions Think, 1986), che mostrava come le strutture sociali orientino il pensiero individuale ben al di là di ciò che i singoli attori percepiscono.
La provocazione è calcolata: non sono le democrazie a pensare, ma i loro attori; eppure, le strutture democratiche incorniciano a tal punto i pensieri dei cittadini da far sospettare che siano le democrazie stesse a pensarsi attraverso di essi. La rottura con Marx è l’asse portante.
Le ideologie non nascono dalla struttura dei rapporti di produzione, ma dal passaggio alla “società della storia” (société de l’histoire): dal momento in cui le collettività cessano di obbedire al passato fondatore e cominciano a proiettarsi verso un avvenire da inventare. La prima parte del libro ricostruisce la carriera avventurosa della nozione stessa di “ideologia”, e lo fa con notevole efficacia narrativa.
Gauchet racconta come Destutt de Tracy, filosofo di formazione illuminista e uomo politico della stagione rivoluzionaria, introduca il termine nel 1796 davanti all’Institut national come designazione di una “scienza delle idee”, e come Napoleone lo ribalti nel suo contrario: “ideologia” diventa l’accusa che il potere rivolge ai teorici in poltrona. Il “colpo di forza semantico del despota”, osserva Gauchet, ha avuto ragione del “colpo di genio verbale del filosofo”.
Il passaggio attraverso Hegel e Marx è condotto con una chiarezza espositiva che rende accessibile una materia notoriamente intricata. Il cuore del modello è la tripartizione delle ideologie classiche: il conservatorismo privilegia il politico (il potere della collettività su sé stessa), il liberalismo il diritto (l’indipendenza degli individui), il socialismo la storia (la proiezione verso l’avvenire).
Ciascuna è radicata in un aspetto reale della “strutturazione autonoma” (structuration autonome) delle società democratiche, che non derivano più la propria legittimità da un fondamento esterno ma dalla propria organizzazione interna. Ciascuna esprime una verità parziale della condizione collettiva, ed è per questo costitutivamente cieca alle dimensioni che non rientrano nel suo campo visivo.
Questa cecità è ciò che Gauchet chiama “disconoscimento” (méconnaissance): non un errore, ma un’operazione attiva, un non-voler-vedere che ha una funzione nel sistema. Ma prese tutte insieme, le ideologie esprimono la verità della condizione collettiva nella sua pienezza, “in una forma eminentemente democratica: non appartiene a nessuno e tutti vi partecipano”.
È una delle formule più felici del libro. Il concetto di disconoscimento apre una domanda che il libro lascia aperta, forse volutamente, a ricerche di altro impianto: come funziona concretamente questo non-voler-vedere?
Con quale meccanismo un’intera società può ignorare ciò che ha davanti agli occhi? Le pagine sulla “dominanza neoliberale” (dominance néolibérale, l’espressione è di Gauchet) suggeriscono una risposta, anche se l’autore non la formula in questi termini.
Il neoliberalismo, nel suo modello, è una forma ideologica radicalmente nuova: non ha bisogno di grandi teorie né di prescrizioni forti; si appoggia a una costellazione di saperi specialistici, economici, giuridici, tecnologici, che si coordinano senza mai riunirsi in un discorso d’insieme. Il cosiddetto regno degli esperti (Gauchet riprende il termine “espertocrazia”) non si presenta come dottrina: si presenta come ragione stessa delle cose.
Gauchet contrappone questo disconoscimento “modesto” a quello “pretenzioso” del marxismo, che si spacciava per scienza, e osserva che proprio la flessibilità di questi saperi settoriali costituisce una “forza prodigiosa”, capace di estendere il neoliberalismo “all’insieme della vita sociale come nessuna ideologia ne aveva avuto la possibilità prima”. In termini più generali: il neoliberalismo sembra aver trasformato il proprio schema concettuale in sfondo percettivo, rendendolo indistinguibile dal linguaggio ordinario della realtà.
Il mercato come “ordine naturale”, l’individuo come “dato” presociale, la concorrenza come “legge”: metafore talmente convenzionalizzate da funzionare come evidenze. Il populismo, nell’analisi di Gauchet, è la riscossione protestataria inevitabile di questo processo: una “nebulosa” (nébuleuse populiste) che trae ispirazione da ciò che la scena ufficiale rimuove, giustizia, sovranità, identità storica.
Il nuovo divario, non più tra destra e sinistra ma tra quello che Gauchet chiama il “blocco progressista neoliberale” e la “nebulosa populista”, si incrocia con il primo, producendo una complessità che sfida ogni semplificazione. Un esempio rende tangibile il meccanismo: nel dibattito sull’immigrazione, gli uni parlano di minaccia alla coesione sociale, gli altri di minaccia ai diritti individuali; il lessico della minaccia è identico, il pericolo identificato è rovesciato.
La stessa struttura democratica produce, dalla stessa matrice, sia il “pensabile” dominante sia il “pensabile” dominato. Più brevi ma acute sono le pagine su ciò che Gauchet chiama “wokismo” (lui stesso ne riconosce l’inadeguatezza fuori dal contesto americano).
Lo inserisce nel quadro dell’individualizzazione attraverso il diritto: una coscienza vittimaria che si erge a emblema identitario, e un moralismo inedito che è per Gauchet la punta avanzata di un processo più ampio. Le implicazioni per chi si occupa di linguaggio sono evidenti, ma il libro lascia saggiamente al lettore la cura di svilupparle.
Il volume si chiude con un orizzonte di speranza razionale. Gauchet riprende il breve articolo di Leszek Kolakowski, Come essere conservatore-liberale-socialista, pubblicato nel 1978 sulla rivista “Commentaire”, per suggerire che il futuro delle ideologie potrebbe risiedere nella presa di coscienza della solidarietà nascosta che le lega.
Il perfetto “conservatore-liberale-socialista” non esisterà mai, concede Gauchet, ma si possono immaginare combinazioni diverse, ciascuna con una nota dominante e tuttavia aperta alle priorità altrui. È una conclusione che ha il merito di non chiudere, ma di riaprire.
Qualche notazione a margine. L’eurocentrismo dichiarato della trattazione (Gauchet rinuncia all’esperienza americana per ragioni di complessità, il che è comprensibile ma costoso in un’epoca in cui il trumpismo ha ridefinito il campo ideologico globale) limita la portata del modello.
L’assenza di una riflessione sul ruolo dei media digitali nella trasformazione del “pensabile” sorprende, tanto più in quanto la riflessione sulla metamorfosi digitale della sfera pubblica democratica è ormai avviata anche in Italia, come testimonia il recente volume collettivo Pseudocrazia. Figure della “falsa coscienza” (Rosenberg & Sellier, 2025) e il concetto di “bubble democracy” proposto da Damiano Palano.
Ma la questione più produttiva che il libro apre, senza avere l’ambizione né forse la necessità di chiuderla, è quella del livello cognitivo dell’analisi. Gauchet spiega con grande lucidità perché le ideologie nascono e come si dispongono nel campo politico.
Resta da capire, con altri strumenti, come si installano nelle menti e vi resistono alla smentita dei fatti. Quando scrive che la “verità espressiva” (vérité expressive) di un’ideologia conta spesso molto di più della confutazione più clamorosa, sta individuando un fenomeno che la linguistica cognitiva potrebbe contribuire a spiegare: l’inerzia delle strutture concettuali, la resistenza degli inquadramenti metaforici alla smentita empirica.
Gauchet ci ha dato la mappa del campo ideologico nella sua profondità strutturale. Il meccanismo che traduce quelle strutture in convinzioni individuali, in percezioni, in evidenze apparentemente indiscutibili, è un territorio che resta da esplorare.
Questo libro ci dice da dove partire. L'articolo La metafora morta del neoliberalismo proviene da MicroMega.