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Politica

Il docufilm su Regeni bocciato dalla destra: cento minuti ad alta intensità artistica ed emotiva

Martedì 14 aprile 2026 ore 15:42 Fonte: Strisciarossa
Il docufilm su Regeni bocciato dalla destra: cento minuti ad alta intensità artistica ed emotiva
Strisciarossa

D’accordo, il campo melonista escludendo dai finanziamenti del Ministero della Cultura il documentario “Giulio Regeni. Tutto il male del mondo”, vincitore del Nastro della Legalità 2026, ha continuato a esibire una certa qualità nel farsi male da solo, tra dimissioni di commissari incaricati di vagliare le opere e polemiche abbastanza feroci, senza contare il ritorno in sala del doc, che verrà pure proiettato in una marea di università, e in attesa della programmazione su Rai e Sky.

Dopo lo sconcerto e la rabbia, tanta pubblicità per il lavoro di Simone Manetti prodotto da Ganesh con Fandango. Ma che “oggetto artistico” è questo artigliante, ostinato documentario che ricostruisce la vicenda umana di uno studioso triestino di ventotto anni sequestrato e massacrato dieci anni fa dai servizi segreti egiziani?

È un film potente e una testimonianza alta di cinema civile, una sfida all’indifferenza e ai vicoli oscuri della ragion di Stato, un puntiglioso esercizio di memoria che appassiona. “Girarlo è stata un’esigenza, oltre un film era anche un atto di cittadinanza”, ha detto il regista livornese.

Le migliori intenzioni non hanno mai garantito di per sé la bontà di un lavoro cinematografico, qui però sono messe al servizio di cento minuti capaci di immergere progressivamente lo spettatore in una ventura umana atroce e in una coraggiosa storia giudiziaria di resistenza ai depistaggi del governo egiziano da parte di un padre, Claudio Regeni, una madre, Paola Deffendi, un’avvocata-mastino specializzata in diritti umani e immigrazione, Alessandra Ballerini. E delle forze migliori del nostro Stato, magistrati, investigatori, un’opinione pubblica che non ha mai mollato.

In nome della verità. Democrazia contro arbitrio, la Repubblica dei diritti contro il regime di al-Sisi, militare andato al potere dopo la caduta di Mubarak e del governo Morsi dei Fratelli Musulmani.

Era il 2014, i moti popolari di piazza Tahir dimenticati, due anni dopo Giuio Regeni, dottorando a Cambridge, sarebbe tornato al Cairo per incontrare la morte. “Tutto il male del mondo” è un lavoro forte sul piano investigativo e basato sui fatti Il doc è tanto forte sul piano investigativo quanto visivamente “sporco”, serrato.

Passano immagini di una capitale egiziana congestionata dal traffico, immensa, gli ultimi minuti di Giulio libero e filmato di nascosto con una microtelecamera da Mohammed Abdallah, uno dei responsabili del sindacato ambulanti del Cairo che Regeni credeva se non un amico un interlocutore prezioso per la sua ricerca sociologica su un particolare aspetto del mondo del lavoro egiziano, mentre invece era stato arruolato dai servizi segreti per spiarlo e confermare l’ipotesi paranoide che il nostro connazionale fosse un agente della CIA legato ai Fratelli Musulmani. L’osso del collo rotto, le piante dei piedi percosse a bastonate, segni di bruciature, ecchimosi, la schiena e il capo straziati da un pettine coi denti metallici.

Il corpo di Giulio viene ritrovato il 3 febbraio 2016 in una zona periferica vicino alla prigione dei servizi egiziani, il Mukhabarat. Nudo dalla cintola in giù, indossa una maglietta rosa.

Alla tv egiziana imperversano veline di regime in quel contesto infamanti, Giulio è un libertino, un gay, una persona ambigua. Inizia il depistaggio, sfociato poi nell’organizzazione di uno scontro a fuoco tra poliziotti e asseriti rapinatori di Regeni, cinque poveracci uccisi per alzare polvere.

Poco tempo dopo la stessa tv, a processo aperto in Italia, arriverà a lamentarsi dell’insistenza da parte della nostra magistratura: vi abbiamo dato i colpevoli, basta, non disturbateci più. Paola Deffendi, arrivata al Cairo col marito per il riconoscimento della salma di Giulio racconterà:

“Ho visto il suo volto. Ho visto che gli avevano fatto tutto il male del mondo”.

Il governo Renzi richiama l’ambasciatore al Cairo Maurizio Massari, il governo Gentiloni farà marcia indietro. Il documentario, scritto da  Emanuele Cava e Matteo Billi, con un lavoro di ricerca eccezionale, ha il solo fil rouge dei fatti, non c’è una voce off, parla il procuratore Sergio Colaiocco nell’aula punker di Rebibbia, parlano i testimoni, alcuni schermati da una cabina e altri a volto scoperto, parlano Paola e Claudio, a ciglio asciutto, immensamente determinati.

Per il figlio e per ristabilire con la verità la decenza delle istituzioni democratiche. La “macchina del tempo” accesa dal film non si spegnerà.

Lascerà tracce profonde, coi volti della gente del Cairo velati per evitare riconoscimenti e simbolo della nebbia disinformativa, l’audio malconcio come si aggrappasse per non scivolare nel nulla, il volto con la foto di Giulio scattata il giorno del suo ultimo compleanno. Striscioni gialli, cortei, udienze, finalmente quattro imputati.

In contumacia ma la giustizia va avanti. A chi ha creato “Giulio Regeni.

Tutto il male del mondo”, il regista, gli sceneggiatori, Gianluca Ceresoli alla fotografia, Enzo Pompeo al montaggio, Piernicola Di Muro alle musiche cupe e meccaniche col loro basso continuo, si può solo dire grazie. E va apprezzato il gesto di chi si è dimesso dalle commissioni nominate dalla Direzione Generale Cinema e Audiovisivo:

Paolo Mereghetti, critico cinematografico del Corriere più mille altre cose (ha parlato di ruolo “incompatibile” con la propria storia professionale), Massimo Galimberti, story editor e consulente editoriale per progetti cinematografici (“Il caso Regeni ha rappresentato il culmine di un disagio che sentivo da tempo, meglio separarsi”) e Ginella Vocca, attrice e direttrice artistica del MedFilm Festival (“Mi sono fermamente opposta alla bocciatura del documentario”). Negare il contributo ministeriale è l’ennesimo infortunio umano e culturale del melonismo Al fondo dell’ennesimo capitombolo governativo, resta da chiedersi quali siano le cause di queste pulsioni autolesioniste così vivaci nel multiverso culturale meloniano, infestato da nostalgici del Duce e demimonde capitolino.

Sia Sangiuliano che Giuli hanno puntato su una voglia di rivincita, di nuova egemonia conservatrice per riequilibrare la “prepotenza culturale di sinistra”, manifesta – è vero – e di lunga data nel mondo del cinema fin da quando alla stagione dei telefoni bianchi è seguita quella del neorealismo, ma non per prepotenza, bensì per l’intelligenza dello sguardo e lo spessore del linguaggio filmico nel raccontare il Paese. Come se a instaurare per decreto l’era del “cinema di destra” bastasse occupare commissioni e ministero.

Nel caso Regeni, autogol meticolosamente costruito dagli aspiranti egemoni, forse interviene dell’altro. Paolo Mereghetti ha analizzato così l’esclusione del doc dal sostegno ministeriale:

“Avendo visto il film di Simone Manetti faccio fatica a capire perché non ha avuto finanziamenti, se non per una spocchia populista. Forse non è stata neanche una scelta di campo politico, ma una decisione presa per spirito fintamente pop per cui di certe cose chi se ne frega.

Non ha ricevuto fondi neanche il documentario su Ferdinando Scianna di Roberto Andò, l’impressione è che si voglia mettere da parte una certa Italia cinematografica”. Simone Manetti, regista del docufilm “Giulio Regeni Tutto il male del mondo” all’anteprima.

Foto di Nick Zonna / IPA Per questo governo è forse una medaglia al valore il fatto che nel cartellone dell’edizione 2026 del prossimo Festival di Cannes non ci sia un film italiano in concorso? Restando alla categoria documentari, oltre a “Ferdinando Scianna.

Il fotografo dell’ombra” è stato tagliato fuori dai finanziamenti pure “Le cose minime” di Andrea Segre”, indagine di un’eccellenza artistica italiana sul disagio mentale, le strutture pubbliche e l’eredità di Franco Basaglia, opera – evviva – sostenuta dall’assessorato alla Cultura dell’Emilia Romagna. E per converso hanno ottenuto un contributo di 220.000 euro “Allevi back to life” di Simone Valentini, sul ritorno in scena del musicista dopo la grave mallatia e di 80.000 euro “Fragile”, doc dell’attrice e modella Sveva Alviti, prodotto da One More Pictures, ex società di Manuela Cacciamani, molto legata ad Arianna Meloni e nominata ad di Cinecittà nel luglio del 2024 (a proposito di amichettismo di sinistra, comunque trattasi di manager stimata).

La pietosa retromarcia di Giuli mette a nudo la sua inadeguatezza Il ministro Giuli adesso va alla Camera in retromarcia e tartufeggia sull’ennesimo infortunio umano e culturale del melonismo. Così:

“Non condivido né sul piano ideale, né morale la scelta (di non finanziare ‘Tutto il male del mondo’, ndr), ma non è il frutto di una decisione politica. Il ministro della Cultura non esercita e non può esercitare alcuna influenza sulla commissione.

Ed è giusto che sia così, perché proprio l’autonomia della commissione costituisce la garanzia fondamentale di imparzialità, trasparenza e oggettività”. Giuli ha anche annunciato che il suo dicastero “sta lavorando a una revisione complessiva delle regole di costituzione e funzionamento della commissione mediante apposito decreto”.

Vediamo un po’. Giuli è ministro dal settembre del 2024, Giorgio Carlo Brugnoni è stato nominato al vertice della Direzione Generale Cinema e Audiovisivo nell’ottobre dell’anno successivo in sostituzione di Carlo Borrelli.

Economista di formazione, con esperienze alla cassa Depositi e Prestiti, Brugnoni passa in un balzo dal bilanci alla settima arte e avvia una ristrutturazione nella Commissione chiamata a valutare le richieste di finanziamento, secondo la legge Franceschini.Vengono nominati quindici componenti, tra vecchi e nuovi, che vengono “spacchettati” in tre sottocommissioni. Giuli alla Camera ha appena predicato la completa autonomia delle commissioni dal ministro, eppure, arrivato in via del Collegio Romano aveva ripreso in mano la lista delle nomine firmata dal predecessore Sangiuliano, fatto qualche modifica, introducendo una maggiore componente femminile, e dato il placet.

I quindici esperti sono di nomina politica. Non sapeva Giuli che Paolo Mereghetti, critico del Corriere della Sera e qualificatissimo per valutare qualsiasi film, era stato declassato dalla sottocommissione 1 (sviluppo di opere televisive e opere web seriali; sviluppo di opere cinematografiche, tv e web non seriali;

Produzione opere di giovani autori) e infilato nella sottocommissione 2 che si occupa di cortometraggi e progetti di sceneggiature, decidendo contributi di poche decine di migliaia di euro? Condividerebbe ancora questo sgarbo nei confronti di un critico assolutamente libero?

Non sapeva Giuli che nella sottocommissione 3, incaricata di valutare documentari per cinema, tv e web, quella “imputata” per il pasticcio Regeni, siedono non per caso Giacomo Ciammaglichella, avvocato esperto di proprietà intellettuale, Pasqualino Damiani, professore all’università Roma Tre e nominato dall’uscente Gennaro Sangiuliano, Benedetta Fiorini esperta di comunicazione ed ex deputata di Forza Italia e Lega, Pier Luigi Manieri curatore di eventi culturali e “cultore della materia cinematografica” e la dimissionaria Ginella Vocca? Quasi tutte, inutile nasconderlo, nomine d’area, (vedi Manieri che chiudeva così una recensione, peraltro acuta, a “Loro 2” di Sorrentino:

“In attesa che dopo Andreotti e Berlusconi, ci offra un Togliatti”. Come se, tra Scola e Moretti, la sinistra avesse avuto il braccino corto nel satireggiarsi).

La sottocommissione 3 ha assegnato appena 36 punti allo sconvolgente, solido doc dedicato a Giulio Regeni, su un massimo di 63, giudicandolo insufficiente quanto a “qualità, innovatività e originalità della sceneggiatura e del soggetto”. Giuli non sapeva tutto?

Forse, ma ha operato attivamente, consapevolmente per creare le condizioni di certe promozioni e certe bocciature, in obbedienza all’invocata svolta meloniana. E dal pianeta Marte per ora è tutto.

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