Politica
Il “ponte” è crollato: malattia e morte del trumpismo di Meloni
E adesso, povera Giorgia? Nel giro di una ventina di giorni la presidente del Consiglio leader indiscussa della destra italiana – e non solo – ha ballato di brutto su un terremoto che ha devastato tutte le sue certezze politiche.
Prima il referendum perso alla grande, poi lo sconquasso delle rivelazioni sul marcio nel suo cerchio magico e le dimissioni a catena, quindi il naufragio nelle urne del suo alter ego di Budapest, ora il tradimento del padre padrone che, di colpo, non è più tale e nella sua delirante grafomania la fa a pezzi come se fosse un’amante inaspettatamente infedele (e un po’, diciamolo, lo è). Basterebbe questo per dare la misura di una crisi che allo stato delle cose è davvero difficile prevedere come si evolverà e dove andrà a sfociare, ma c’è anche dell’altro: nella concitazione delle novità di scena delle ultime ore ha rischiato di passar quasi inosservato un altro tradimento.
Protagonista, stavolta, lei che proprio ora, nel mese di aprile dell’anno 2026, ha compiuto il gesto che la logica e la morale della politica seria avrebbero dovuto imporle molto ma molto prima, quando il genocidio di Gaza riempiva di orrori insopportabili le immagini della guerra: l’annuncio del (possibile) non rinnovo dell’accordo di cooperazione con Israele. Non è un caso che la svolta di ragionevolezza sia arrivata proprio nelle ore in cui contro l’empietà della guerra si levava la voce coraggiosa del papa americano.
Meglio tardi che mai, certo, ma come spiegare al mondo, anche a quello a lei più vicino, perché solo oggi? Perché solo oggi?
La risposta a questa domanda racchiude tutte le contraddizioni e tutti i dubbi che l’azione – o anche l’inazione – politica di Giorgia Meloni ha scaricato sul paese da quando si è trovata a governarlo. E quella risposta non dovrebbero essere soltanto lei stessa e i suoi sodali politici di ieri e di oggi a cercare di darla, ma tutto il mondo politico, inteso nella sua dimensione più larga: i dirigenti dei partiti e delle organizzazioni sociali, i parlamentari, i giornalisti della carta stampata e i conduttori dei talkshow, i maghi del digitale e i guru delle comunicazioni, i diplomatici e gli esperti degli istituti di studi politico-strategici… Quali sono stati i motivi che hanno portato la destra di casa nostra ad abbracciare valori e modelli che disinvoltamente contraddicevano platealmente sentimenti, cultura, perfino la storia del nostro vivere comune in questa parte del mondo che abbiamo deciso di chiamare, considerando spesso i due termini interscambiabili, Occidente e Europa?
Come ha potuto la destra italiana chiedere il Nobel per il presidente Usa? Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca.
Foto di Hu Yousong, CHINE NOUVELLE/SFotogramma Per porre la questione nei termini più banali: come hanno potuto Giorgia Meloni e Matteo Salvini continuare a reclamare il diritto di Trump al premio Nobel per la pace quando lui non solo aveva promosso e fatto combattere guerre in vari continenti e stava in tutta evidenza preparando le prossime? Come hanno potuto i trumpiani di casa nostra passare sopra a certe volgarità del linguaggio e dei comportamenti, ignorare i miasmi dell’affaire Epstein?
Mettersi il cappellino MAGA in testa per partecipare alla surreale farsa del Board of Peace, se qualcuno si ricorda ancora di quella scena umiliante? Si tratta di domande retoriche, certo, ma forse meno ingenue e meno scontate di quanto potrebbe apparire a prima vista.
Chi cerca le risposte in una dimensione solo ideologica, quasi metafisica, e chiama in causa l’ondata di destra che da un certo momento in poi avrebbe sommerso le opinioni pubbliche dell’occidente come un inspiegabile vittoria di un misterioso Zeitgeist, spirito del tempo, descrive una cosa vera ma non fornisce una spiegazione. Bisognerebbe, piuttosto, più modestamente mettersi a cercare i meccanismi che non hanno funzionato nell’organizzazione delle società occidentali, dagli Stati Uniti all’Europa delle democrazie e dell’Unione all’autarchia neoimperiale della Russia di Putin, che è Europa anch’essa.
E vedere che cosa si può fare per ripararli. Vediamo qualche elemento di questo fallimento dell’ordine occidentale.
L’integrazione politica del continente si è fermata perché prevale ancora nei ceti dirigenti dei paesi l’egoismo dei privilegi da difendere. Non ci sono solo Giorgia Meloni e la buonanima (politica) di Viktor Orbán a far barriera intorno ai diritti di veto che sono dietro all’ostinatezza del no al voto a maggioranza: quando si viene al dunque di decisioni esposte alla contaminazione di “interessi nazionali”, magari in materia fiscale, finanziaria o ambientale, si può essere certi che i non possumus finiranno sempre per prevalere.
Il discorso sulla difesa europea è stato impostato soprattutto per impulso della attuale presidente della Commissione in termini del tutto incongrui prevedendo enormi piani di spesa tutti nazionali. Gli insulti sanguinosi di Trump agli europei perché non lo “aiutano” a Hormuz hanno disvelato la profondità della crisi della NATO, che proprio Trump, il commander in chief che ne detiene tutto il potere militare, minaccia ora di distruggere.
I russi, invadendo l’Ucraina, hanno mostrato che la guerra è ancora uno strumento che le potenze militari possono usare a loro piacimento e con tutta la brutalità necessaria per ridisegnare i confini internazionali e fanno notare, non senza qualche ragione, che si tratta di un esercizio già messo in campo, nei Balcani, anche dagli occidentali alla fine del secolo scorso. Si potrebbe continuare, ma lasciamo perdere le geremiadi sull’hinc et nunc.
Quel che manca nella politica internazionale dei giorni nostri pare proprio essere la volontà di ritrovare l’ordine delle relazioni tra gli stati in occidente. Quello che c’è stato, ancorché fondato sulla paura della mutua distruzione, durante la guerra fredda e quello del quale si è intravisto solo un timidissimo inizio, quasi subito abortito soprattutto per iniziativa di Washington, dopo la caduta del Muro di Berlino.
Forse bisognerebbe rimettersi al lavoro su quel piano e su quei progetti, cominciando da serie iniziative per la riforma e il rilancio delle Nazioni Unite. Tramonta l’idea che Meloni possa essere il “ponte” tra Europa e Usa Intanto si consuma la parabola disgraziata del “ponte” che Giorgia Meloni avrebbe voluto essere tra l’America e le democrazie d’Europa.
Quel legame era impossibile da (ri)costruire perché era basato sul nulla su tutte e due le sponde. Con un presidente americano già tarato da narcisismo e megalomania, prima ancora che si manifestassero in forme di vera e propria malattia mentale, e una realtà politica europea caotica e sostanzialmente divisa persino nel momento in cui soltanto un minimo di unità d’intenti e d’azione avrebbe potuto assicurare una difesa ragionevole nella guerra scatenata da Trump sui dazi.
Per troppo tempo, e non solo a destra dello schieramento politico, in Italia si è dato credito a quella incongrua metafora del “ponte”, illudendosi intanto su un ancoraggio di Meloni che era in realtà quasi sempre una finta. Il trumpismo di Meloni e dei suoi è stato l’altra faccia della loro mancata fede nell’Europa con i suoi fondamenti di democrazia che, bene o (troppo spesso) male, la facevano diversa dall'”alleato” d’Oltreatltantico.
E non è un caso che la commedia del ponte sia caduta nel momento dell’affermazione di una grande verità, quella della assurdità e la immoralità della guerra, che è venuta dal papa americano. L'articolo Il “ponte” è crollato: malattia e morte del trumpismo di Meloni proviene da Strisciarossa.