Cultura
Attraversare la folla per arrivare al sogno: dentro la scenografia viva di Dante Ferretti
Arrivarci è già un racconto. Roma oggi non si lascia attraversare facilmente: è un fiume umano che spinge, urta, invade.
Turisti ovunque, corpi troppo esposti per la stagione, un’estetica spesso urlata che stride con la misura barocca che la città continua a offrire, ostinata, sotto la superficie. Più Venezia che Roma, ma senza regole, senza corridoi, senza tregua.
Anche le macchine, a tratti, sembrano voler entrare in questo flusso disordinato. Eppure è proprio attraversando questo caos che si arriva al bello In Piazza di San Salvatore in Lauro, nel complesso monumentale che ospita la mostra Dante Ferretti, con i miei occhi.
I segreti del maestro della scenografia — curata da Raffaele Curi e organizzata da Il Cigno Arte con Vertigo Syndrome — qualcosa cambia. Non il mondo fuori, ma lo sguardo.
Ci si arriva con il fiato corto — nel mio caso, dopo una mattina di lavoro e una piccola battaglia urbana — ma si entra con una specie di sollievo ostinato: quello di chi ha deciso di andare controcorrente. Dentro, altre donne, altre giornaliste, volti noti.
La leggerezza dell’incontro. Poi lui, Dante Ferretti, che scende le scale tra gli applausi.
E improvvisamente tutto trova una forma. La mostra — già passata dal Vittoriale degli Italiani prima di arrivare a Roma — raccoglie oltre quaranta opere tra bozzetti, dipinti, sculture.
Ma chiamarli semplicemente “bozzetti” è riduttivo. Il cuore del percorso — e del suo senso più profondo — sta proprio qui: il bozzetto non è uno schizzo, è una scintilla primaria.
Un’opera che esiste già, prima ancora di diventare cinema. E questa verità si impone con forza.
Davanti al bozzetto del casinò realizzato per Casinò di Martin Scorsese, il tempo si accorcia. Non è solo un disegno: è un portale.
Dentro ci sono Robert De Niro, Sharon Stone, Joe Pesci — ma soprattutto c’è quell’immaginario che supera il film stesso. Icone, quasi divinità contemporanee, che abitano la nostra memoria visiva.
Se potessi, quel bozzetto lo comprerei. bozzetto del salone di "Casinò" Altrove, i relitti: dipinti nati per un progetto mai realizzato. E qui emerge un altro aspetto potente della mostra — la vulnerabilità.
Ferretti espone anche ciò che non è diventato film. Progetti interrotti, visioni sospese, come nel caso del lavoro per Ripley’s Believe It or Not! di Tim Burton.
Non è fallimento: è incompiutezza accettata, resa visibile, quasi necessaria. Poi le maschere: sculture che sembrano avere un’anima propria, presenze più che oggetti.
E ancora il dialogo con Federico Fellini — ma anche con Pier Paolo Pasolini, che lo definì un genio: i lavori per La voce della luna ti fanno venire voglia di alzare le braccia verso una luna che non riposa mai, mentre quelli per Ginger e Fred riportano in vita Marcello Mastroianni — anche solo a carboncino — abbastanza da trasformare una stanza in un altrove. C’è anche il cinema visionario di Terry Gilliam con Le avventure del barone di Münchhausen: una locandina che da sola accende il desiderio di vedere il film.
E, senza accorgertene, ti viene voglia di rivedere tutto: da The Age of Innocence a Gangs of New York, da The Aviator a Hugo Cabret, fino a Silence. Ma ciò che resta davvero è un’intuizione: queste opere non sono ancelle del film.
Non sono preparazione. Sono già compiute.
Esistono perché qualcuno le ha viste, prima E questo qualcuno è un artista. Uno che ha imparato a guardare il mondo anche attraverso la pittura — da Piero della Francesca a Masaccio, da El Greco fino a Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio — trasformando quella memoria visiva in spazio, luce, racconto.
Roma, in questo senso, non è una sede casuale. È un luogo fondativo nel percorso di Ferretti — nato ad Ancona, ma profondamente legato alla capitale — una città che, come le sue opere, vive di stratificazioni, di grandezze e contraddizioni.
Non si misura solo con i suoi tre Oscar — per The Aviator, Sweeney Todd e Hugo Cabret — né con le nove nomination, o con il fatto che il suo lavoro sia passato dal Museum of Modern Art allo Smithsonian Institution. E nemmeno con definizioni come quella di Leonardo DiCaprio, che lo ha chiamato “lo scenografo più emblematico della sua epoca”.
Quando esco, la folla è ancora lì. Il disordine, il rumore, la stessa fatica.
Ma qualcosa è cambiato: attraversarlo non è più solo un ostacolo. È parte del viaggio.
E forse è proprio questo il senso della mostra: ricordarci che il bello non è mai immediato. Va cercato.
Anche a costo di andarci contro. The post Attraversare la folla per arrivare al sogno: dentro la scenografia viva di Dante Ferretti appeared first on ReWriters.