Politica
Sudan, la guerra e la solidarietà
Riassunto generato dall'IA dell'articolo "Sudan, la guerra e la solidarietà". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.
C’è una tentazione, quando si scrive del Sudan: parlare della sua invisibilità. Chiedersi perché questa guerra non entri nel discorso pubblico, perché non produca la stessa attenzione di altri conflitti.
È una domanda importante, inevitabile forse. Ma all’inizio del quarto anno di guerra, vale la pena metterla da parte.
Invece di parlare di noi – di questa nostra straordinaria capacità di non vedere – parliamo di loro. I numeri li conosciamo: quattordici milioni di sfollati; centocinquantamila morti, o forse più, perché in gran parte del paese non entra nessuno a contarli; milioni di bambini senza scuola, altri milioni ai margini della fame.
Questa è la misura: la peggiore crisi umanitaria del pianeta, secondo le Nazioni Unite. Il resto, ciò che succede dentro la guerra e nonostante la guerra, è rumore che arriva a tratti.
È ancora notte, il 15 aprile 2023, quando i sudanesi si svegliano con gli spari. Due generali che fino al giorno prima governavano insieme – Abdel Fattah al-Burhan con le Forze Armate Sudanesi, Mohamed Hamdan Dagalo, detto Hemedti, con le Forze di Supporto Rapido (Fsr) – si contendono il paese a colpi di artiglieria.
Nei gruppi giovanili su WhatsApp e Telegram i messaggi servono a orientarsi in una città che non corrisponde più alle mappe: chi è vivo, chi ha bisogno di medicinali, quali strade sono percorribili. Poi i gruppi si moltiplicano.
Diventano altro: un nodo per coordinarsi nello spazio reale. Una consegna d’acqua, un passaggio per attraversare una zona più sicura, cucine comunitarie là dove il cibo scarseggia.
Qualcuno li chiama Emergency Response Rooms (Err), “stanze” digitali di risposta all’emergenza. Non nascono dal niente.
Vengono da prima, dai Comitati di Resistenza, gruppi giovanili che, nella rivoluzione del 2019, organizzavano la piazza. Di quella stagione in cui la parola era ancora protesta e non sopravvivenza, resta la rete, la fiducia, la conoscenza minuta dei quartieri.
Non hanno una sede, un Ceo, un logo, ma, mentre lo Stato si ritira, si strutturano con una precisione che sorprende: a un mese dall’inizio della guerra, nello stato di Khartoum, avevano formato un organo di coordinamento con rappresentanti eletti da ciascuno dei sette distretti, quote di genere e mandati a termine. Oggi le Err sono più di 700, distribuite nei 18 Stati del Sudan.
I loro ventiseimila volontari tengono in funzione ospedali, riparano linee elettriche e idriche, coordinano evacuazioni improvvisate, come a Gezira, dove tremila persone sono fuggite su auto, barche, in groppa ad animali. “Abbiamo remato con le mani per non avviare i motori e non allertare le forze in combattimento”, racconta un ragazzo.
All’inizio i finanziamenti venivano dalla diaspora e dalle tasche dei volontari, poi sono arrivate le organizzazioni internazionali, che hanno visto nelle Err referenti fondamentali: dove non c’è accesso diretto, loro sono già lì. Sanno dove trovare un medico.
Sanno chi soffre di diabete. C’è una parola, in Sudan, per quello che le Err stanno facendo: nafeer, “mobilitazione collettiva”: i vicini che si presentano a riparare una casa, le comunità che raccolgono il grano o che mettono insieme i risparmi per mandare un figlio all’università.
Non è beneficenza, è un contratto sociale orizzontale, l’idea che ci si salva insieme o non ci si salva affatto. Le Err ne sono la versione contemporanea, digitale e fragile insieme.
Si muovono dentro una guerra che di nafeer non vuol sentir parlare; in un conflitto così, la neutralità diventa sospetto: vengono minacciati, arrestati e uccisi da entrambe le parti, che li accusano – ciascuna – di sostenere il nemico. Da fuori sono arrivati riconoscimenti: una nomina al Nobel per la Pace, il Right Livelihood Award e il Chatham House Prize.
Ma nulla che sposti la bilancia del discorso pubblico globale. Il gruppo di mediatori internazionali che dovrebbe portare la pace – il cosiddetto Quad, composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati ed Egitto – ha un conflitto di interessi così vistoso da sfiorare il grottesco: due dei quattro membri stanno armando le parti in guerra.
Gli Emirati finanziano le Rsf in cambio dell’oro del Darfur, l’Egitto sostiene al-Burhan. Non è che la diplomazia fallisce.
È che coesiste con la guerra, la attraversa. La conferenza di Berlino del 15 aprile 2026, convocata per il terzo anniversario, ha promesso aiuti umanitari – un miliardo e mezzo di euro – ma non una pressione concreta su chi la guerra la alimenta.
Oggi non è più solo uno scontro tra due eserciti, ma una moltiplicazione di poteri, di economie, di fronti mobili. Intanto il Sudan è spaccato in due.
A est, le Forze Armate Sudanesi di al-Burhan, con sede a Port Sudan, capitale del governo riconosciuto internazionalmente; a ovest, le Rsf di Hemedti, che hanno costruito un governo parallelo, una burocrazia, un sistema fiscale. In mezzo una zona che non ha più un ordine.
Non c’è un buono presentabile in questa guerra. Al-Burhan nemmeno ci prova.
Hemedti è peggio. E una guerra senza una struttura morale riconoscibile fatica a diventare racconto.
Allora, proviamo a tenere a mente quei ragazzi, che la notte del 15 aprile 2023 si sono riuniti nei quartieri di Khartoum, mentre fuori si sparava, e hanno aperto un gruppo WhatsApp. L’hanno chiamato “stanza di emergenza”.
Non fermeranno la guerra. Ma da quella stanza, in tre anni, è uscita una rete di migliaia di persone.
E nessuna ci è entrata per salvarsi da sola. CREDITI FOTO: 9 aprile 2026, Ciad, Aboutengé:
Una donna sudanese si trova nel campo profughi di Aboutengé, nel Ciad orientale. Eva Krafczyk/dpa L'articolo Sudan, la guerra e la solidarietà proviene da MicroMega.