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Il ritorno del “fronte unito” contro Netanyahu e il voto a Gaza e in Cisgiordania
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Gli ex primi ministri israeliani Naftali Bennett, esponente dell’estrema destra israeliana, e Yair Lapid, leader dell’opposizione centrista, hanno annunciato la volontà di unire le loro forze e formare un nuovo partito con l’obiettivo di sconfiggere l’attuale premier, Benjamin Netanyahu, alle elezioni che si terranno entro la fine del 2026 in Israele. “Siamo qui insieme per il bene dei nostri figli.
Lo Stato di Israele deve cambiare direzione”, ha detto Lapid al fianco di Bennett durante una conferenza stampa congiunta lo scorso 26 aprile. Alcuni analisti hanno paragonato la mossa politica di Bennett e Lapid alla coalizione di centro-destra che ha sconfitto Viktor Orbán in Ungheria.
Tuttavia, non si tratta di una novità nel panorama politico israeliano. Già nel 2021 i due leader avevano unito le loro forze e avevano vinto le elezioni, formando una coalizione che abbracciava partiti di destra, di centro e di sinistra, oltre che – per la prima volta in un governo israeliano – un partito che rappresentava i cittadini palestinesi di Israele.
Il governo – che prevedeva la rotazione della carica di primo ministro, con Bennett che avrebbe ricoperto l’incarico per primo, prima che Lapid prendesse il suo posto dopo 12 mesi e si proponeva di stabilizzare l’amministrazione israeliana dopo un periodo di stallo politico e continue elezioni – si reggeva su una maggioranza risicata ed è rimasto in carica però appena 18 mesi, logorato dalle defezioni del blocco di Bennett verso il Likud e dalla conflittualità interna sulla sicurezza e sulla politica nei confronti della Cisgiordania occupata. Alle nuove elezioni del novembre 2022 Netanyahu è tornato al potere con il governo più di destra nella storia di Israele.
In questi anni le accuse di corruzione e la gestione successiva all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 hanno indebolito credibilità e parrebbe consenso. Secondo un recente sondaggio del quotidiano Maariv, il partito di Bennett sarebbe alla pari con il Likud di Netanyahu con 24 seggi, seguiti dal partito Yashar di Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, con 12 e da Yesh Atid di Lapid con sette.
Proprio a Eisenkot starebbe guardando Bennett per allargare ulteriormente la coalizione anti-Netanyahu. Sebbene non abbia annunciato formalmente se entrerà a far parte della coalizione, Eisenkot ha accolto favorevolmente la nascita della nuova coalizione.
Tuttavia non è detto che la somma dei seggi che i sondaggi accreditano singolarmente ai tre partiti si trasformi in un consenso schiacciante per la nuova coalizione. Secondo un sondaggio pubblicato lunedì dal Jerusalem Post, il nuovo gruppo otterrebbe quattro seggi in meno rispetto al totale raggiunto dai singoli partiti qualora si presentino separatamente, e avrebbe un seggio in meno rispetto al Likud di Netanyahu.
In ogni caso, osserva un editoriale di Al Jazeera, anche con la vittoria della nuova coalizione poco sembra cambiare per i palestinesi. In passato mentre Lapid ha sostenuto a parole l’idea di una soluzione a due Stati, Bennett ha ripetutamente sottolineato la sua opposizione a uno Stato palestinese.
All'inizio di aprle ha anche affermato di non essere intenzionato a “cedere la nostra terra” e di voler “impedire la creazione di uno Stato palestinese”. Intanto il 25 aprile si sono tenute le elezioni municipali in Cisgiordania e in una città della Striscia di Gaza sotto assedio.
Si tratta delle prime elezioni a Gaza dal 2006 e delle prime consultazioni in Cisgiordania dal 7 ottobre 2023. Le elezioni si sono svolte “in un momento estremamente delicato, caratterizzato da sfide complesse e circostanze eccezionali”, ha dichiarato domenica il primo ministro palestinese Mohammed Mustafa in occasione dell’annuncio dei risultati.
Il voto a Deir el-Balah, nella zona centrale di Gaza, è stato un’elezione “pilota” in gran parte simbolica, hanno affermato funzionari dell’Autorità Palestinese, per dimostrare che Gaza è parte integrante di un futuro Stato palestinese. Hamas, che governa Gaza dal 2007, non ha formalmente presentato candidati a Gaza e ha boicottato le elezioni nella Cisgiordania occupata, dove era ampiamente prevista la vittoria di Fatah, non condividendo la legge elettorale dell’Autorità Palestinese che chiedeva a tutti i candidati di sottoscrivere lo statuto dell’OLP che prevede il riconoscimento dello Stato di Israele.
Tuttavia, Hamas non ha ostacolato lo svolgimento delle consultazioni e ha sostituito la compagnia privata a cui era stata inizialmente affidata la sicurezza delle votazioni. A Gaza, l’affluenza alle urne è stata del 23 per cento, mentre in Cisgiordania è stata del 56 per cento, secondo il presidente della Commissione elettorale centrale Rami Hamdallah.
Un dato simile alle ultime elezioni in Cisgiordania del 2022, ha fatto notare il portavoce di Fatah Abdul Fattah Dawla, elogiando gli elettori per aver partecipato nonostante le continue violenze da parte di Israele. L’affluenza a Gaza è stata bassa, ha Hind Khoudary di Al Jazeera, in collegamento da Gaza City, perché il registro anagrafico della popolazione è obsoleto a causa del genocidio, mentre la popolazione sopravvissuta è sfollata, con persone senza tetto per le strade, “impegnate a sopravvivere”.
La devastante guerra di Israele ha ridotto gran parte di Gaza in macerie. L’esercito israeliano ha continuato a condurre attacchi nonostante un “cessate il fuoco” entrato in vigore a ottobre.
Nonostante ciò, un residente di Deir el-Balah ha dichiarato di essere uscito per votare perché era un suo “diritto”. “Sono venuto a votare perché ho il diritto di eleggere i membri del consiglio comunale affinché possano fornirci dei servizi”, ha dichiarato Ashraf Abu Dan all’agenzia di stampa Associated Press.