Cultura
Viaggio al confine della guerra in Iran
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Quando arrivo nella città di Van nel profondo est turco al confine con l’Iran è notte, e dall’aereo non si vede molto. Si intravedono le luci della città, e la vecchia rocca attorno alla quale fino al 1917 era sviluppata la città vecchia.
Quando i turchi riuscirono ad espugnarla agli armeni all’inizio del secolo, durante il genocidio, venne rasa al suolo e ci costrurirono un’altra città. Il confine urbano si interrompe bruscamente poco prima dell’atterraggio.
Una macchia scura inghiotte il lato ovest di Van, è il lago per cui la zona è conosciuta fino a Teheran; è una popolare meta di villeggiatura per gli iraniani che giungono da non molto distante; poco più in là, in mezzo alle montagne, c’è uno dei pochi valichi che ancora si possono attraversare per lasciare il paese, quello di Kapıköy. Dall’inizio della guerra, dal 28 febbraio, i bombardamenti statunitensi e israeliani hanno colpito infrastrutture militari e civili in Iran.
Bunker, postazioni militari e di polizia, ma anche le raffinerie alle porte di Teheran, trasformando il cielo in una chiazza nera. Per rappresaglia, le forze iraniane hanno lanciato attacchi contro i paesi del Medio Oriente in cui sono dispiegate truppe statunitensi, oltre che contro Israele.
Finora l’Iran ha sferrato attacchi in nove paesi della regione: Bahrein, Iraq, Giordania, Kuwait, Oman, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.
Un drone iraniano ha inoltre colpito una pista di atterraggio in una base militare britannica a Cipro. Secondo il Ministero della Salute iraniano, dal 28 febbraio almeno 2.076 persone sono state uccise dagli attacchi statunitensi e israeliani.
Più di 26.500 persone sono rimaste ferite, tra cui almeno 4.000 donne e 1.621 bambini. Da allora il numero di profughi iraniani che lasciano il paese è rimasto costante, all’incirca un migliaio ogni giorno, ma nulla di paragonabile all’esodo di siriani durante la guerra civile, quando la Turchia accolse quasi 4 milioni di rifugiati.
Il governo turco ha lasciato il passaggio aperto ai profughi iraniani senza limitare il flusso in entrata e uscita. Perché sono in molti quelli che, nonostante abbiano lasciato il paese solo da poche settimane, decidono di tornare, nonostante la guerra e il regime.
Al confine ne incontro parecchi tra coppie, uomini soli e intere famiglie. Il confine dista un centinaio di chilometri da Van, lo si raggiunge attraversando pianure brulle, laghi di montagna e pendici innevate.
La strada è interrotta solo da un checkpoint dell’esercito, dove militari non troppo solerti controllano pigramente i documenti all’autista prima di lasciarci proseguire. Sul confine non c’è molto; una colonna di taxi, furgoncini e piccole baracche adibite a negozi è adagiata di lato alla strada, e il silenzio della montagna è interrotto solo dal rumore bianco delle ruote dei trolley che si trascinano sulla ghiaia.
Immagine no no Shirin (nome di fantasia) ha una quarantina d’anni e sta tornando in Iran dopo aver passato due settimane in Turchia, dove era riparata col marito appena iniziati i bombardamenti. Al collo ha una collanina con un ciondolo d’oro da un grammo a forma di lingotto, comprata per cambiare contanti in un bene sicuro, una sorta di assicurazione contro la svalutazione.
Si accende una sigaretta e mi dice, speranzosa, che come lei sono tanti quelli che credono che il regime possa cadere; queste bombe sono un bene per l’opposizione ai pasdaran. Le chiedo se ha sentito il discorso recente di Donald Trump quando ancora prima che iniziassero le trattative aveva minacciato di intensificare i bombardamenti.
“Non siamo spaventati, siamo abituati ad addormentarci sotto le bombe. E nonostante io sia contro chi governa il paese, torno perché è casa mia, e perché se Dio vorrà un giorno cadranno anche loro”.
Di tutt’altro avviso Darya (altro nome di fantasia). Ha ventidue anni, studia moda, e ha lasciato Teheran lo scorso pomeriggio con il fidanzato, spaventata dalle bombe, Per arrivare al confine si è fatta sedici ore di pullman.
Va a Istanbul, dove lei e il fidanzato hanno un appartamento. E poi, che faranno?
“Non penso che torneremo perché la situazione è davvero brutta. La mia famiglia ha deciso di rimanere In Iran, ma la vita e le condizioni economiche lì sono sempre più dure”.
Cosa ne pensa delle proteste? “In Iran non c’è libertà d’espressione, mentre dovrebbe esserci… si tratta della nostra libertà”.
Durante le proteste, molti suoi amici sono stati uccisi. Altri sono stati arrestati:
“I guardiani delle rivoluzione li hanno presi nelle loro case in piena notte. Di molti di loro non abbiamo saputo più niente, non sappiamo se siano vivi oppure no”.
Immagine no Ahmad è chino sul suo grosso trolley sgangherato. È di Tabriz, capoluogo della regione nord occidentale dell’Iran, che confina a ovest con la Turchia e a nord con l’Azerbaijan.
Attualmente a Tabriz vivono quasi un milione e mezzo di persone, la maggior parte di origine turca e azera. Qui Ahmad ha una piccola impresa dove lavora il ferro, e ha le mani consumate, piene di calli, che mi mostra con orgoglio.
Al tatto, sembrano di carta vetrata. Sta lasciando l’Iran con la moglie e il figlio più piccolo per raggiungere l’altro figlio, quello più grande, che da anni vive in Turchia.
Non hanno intenzione di rimanere in Turchia per molto tempo, due settimane al massimo dice, poi vorrebbero rientrare, nonostante le bombe che presumibilmente continueranno a cadere. E il regime?
Anche quello ci sarà ancora, probabilmente. “Abbiamo altri problemi ora” dice Ahmad.
“Gli americani ci hanno attaccati per il nostro petrolio, e per quanto io possa essere arrabbiato contro questo governo, adesso è in gioco la sopravvivenza del nostro paese. In molti, dice, la pensano come me”.
E infatti, dopo Ahmad, alcuni ragazzi che stanno attraversando il confine dicono di voler ritornare, e combattere per l’Iran in caso di un’invasione di terra. “Che ci provino, a invaderci!” mi dice uno di loro con aria di sfida.
Viaggiano leggeri, sembra che non abbiano molto con sé a parte quello che indossano, le borse che portano a tracolla e il pacchetto di sigarette che si passano tra loro. Immagine no no Anche Ashkan è pronto a tornare e a combattere per l’iran, nonostante penda su di lui una pena di morte.
Era un militare, ma ha disertato e ha lasciato il paese una decina di anni fa per sfuggire alla condanna. Da allora vive in Turchia in un piccolo appartamento a Van, dove lavora come operaio.
Vede sua figlia una volta all’anno, quando lei prende il treno e lo viene a trovare. Lo incontro in un locale di Van nella zona dove sono concentrati i negozi degli iraniani emigrati.
All’angolo della strada un paio di giovani vendono profumi che dicono arrivare dall’Afghanistan. Il locale è piccolo, ci sono narghilè ovunque, gli avventori, per la maggior parte iraniani, bevono tè chai.
Il negozio è gestito da un iraniano di Tabriz, che ha lasciato l’Iran una decina di anni fa; fuma il narghilè e ha al polso quello che sembra essere un pataccone placcato oro. Gli rivolgo la parola e comincia ad agitarsi, non vuole parlare, le mie domande sono troppo dettagliate mi dice, e non vuole certo correre il rischio di essere riconosciuto.
Mi chiede se l’Italia ha chiuso il transito aereo agli americani e agli israeliani. Da quando sono iniziati i bombardamenti ha portato tutti i membri della sua numerosa famiglia (35!) oltre il confine, a Van, dove per ora sono al sicuro.
Ashkan ha dei folti baffi e una camicia a scacchi da pastore, e non nasconde di avere parecchi problemi con il regime, visto che lo vogliono impiccare, ma crede che sia responsabilità degli iraniani rovesciarlo, senza interferenze straniere. “Certo, che vorrei il regime cadesse, ma non succederà, non ora quantomeno”.
Forse un giorno potrà esserci un regime moderato? “Forse se l’Occidente smettesse di voler imporre il proprio, di regime, allora forse si.
E l’unico che potrebbe farcela in questo momento è Masoud Pezeshkian, ma non è un religioso e questo complica le cose” visto il potere che il clero ha in Iran. “In ogni caso, dopo la guerra, il regime deve fare pace con il suo popolo, altrimenti non sarà facile.
Riguardo ai morti delle proteste c’è molto rancore nei confronti del regime, tanti erano giovani, siamo molto arrabbiati”. Anche se lui pensa che ad uccidere tutte quelle persone non siano state le guardie della rivoluzione, ma mercenari chiamati dall’estero, non si fa illusioni sull’attuale regime.
Non cambierà, la guerra ha contribuito ad un nuovo ordine interno, probabilmente più oltranzista del precedente. “Tuttavia saranno obbligati a fare pace con le persone, in qualche modo” ma se gli chiedi come non ne ha idea, “probabilmente aboliranno la pena di morte”.
Tuttavia non sembra esserci alcun segnale in questa direzione, anzi. Le pene di morte comminate lo scorso anno sono state mille, e solo quest’anno sono più di trecento.
Immagine no no Tra questi anche gli amici di Nasrin (nome di fantasia) che ha 23 anni, è una tatuatrice e ha lasciato il paese durante l’ultima ondata di proteste nel paese. Non torna e non ha contatti con la sua famiglia e i suoi amici da allora.
A Van lavora in un salone dove fa le unghie alle signore turche; ogni tanto la proprietaria le fa usare il locale per tatuare. Non ha i permessi per lavorare stabilmente in Turchia, e anche se non ha ancora fatto progetti, non vuole tornare in Iran.
Quando le chiedo delle proteste siamo nella hall dell’albergo in cui dormo, seduti di fronte ad un caffè con un traduttrice dal persiano. “Ero scioccata, non avevo mai visto così tanta gente per le strade di Teheran.
La prima sera hanno iniziato a sparare proiettili di gomma sulle persone per disperderle. Dal giorno successivo hanno iniziato ad usare quelli veri”.
“Quando durante la manifestazione hanno iniziato a inseguire i manifestanti, tutti hanno iniziato a correre e a cercare riparo, anche noi. C’era gente nascosta ovunque.
Quando abbiamo deciso di lasciare i nostri nascondigli per andare a casa non avevamo visto i cecchini appostati sui tetti. Ricordo ancora molto bene le luci dei laser che mi hanno rincorsa lungo la strada, pensavo di essere io il bersaglio, mentre invece hanno colpito la ragazza che stava scappando accanto a me”.
Nasrin ha continuato a partecipare alle proteste fino a ché non hanno iniziato ad arrestare le persone identificate durante le manifestazioni. Non sapeva che destino fosse toccato a molti suoi amici, alcuni tornavano cadaveri, altri no.
Dopo il sesto giorno non c’è l’ha fatta e ha lasciato il paese. Salita su un pullman è venuta a Van dove da allora sta cercando di costruirsi una vita.
Anche lei ha attraversato il confine a Kapıköy. Quando lascio Van ho trentotto di febbre e quello che sembra essere un principio di polmonite.
Sulla via dell’aeroporto guardo la città come si guarda qualcosa da cui scappare, nonostante abbia visto come per molti invece sia il luogo in cui arrivare e stare. Stare in attesa che qualcosa cambi in Iran, anche se però sembra che non cambi nulla, e intanto costruirsi una vita nella vana speranza che il regime cada, senza che gli americani e gli israeliani prendano il controllo del paese.
Si tratta di un sorta di equilibrismo delle speranza, fatta da stranieri in terra straniera che vogliono solo tornare a casa.