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Mercoledì 29 aprile 2026 ore 13:40

Cultura

Istruzioni per smettere di odiare il prossimo

Mercoledì 29 aprile 2026 ore 11:20 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Istruzioni per smettere di odiare il prossimo
Lucy. Sulla cultura

Da bambino e da ragazzo sono stato costretto a vivere in ambienti che non erano adatti alla mia indole e ai miei interessi. Qualunque posto che non fosse la chiesa li convinceva pochissimo: sale prove con batteria e amplificatori, spogliatoi, centri sociali.

Purtroppo io non sono mai riuscito a disobbedire e scegliere da me. I miei genitori erano persone intelligenti e colte che sapevano spiegarmi perché ogni mio desiderio era vizioso.

Qualcosa nei miei circuiti mi faceva apparire impossibile ogni trasgressione o, per meglio dire, la ricerca di luoghi più adatti a me. E così, ben oltre la fine dell’adolescenza ho condiviso la vita con persone non affini, assuefacendomi alla fatica di sentirmi giudicato e sanzionato perché deludevo sempre le aspettative dell’ambiente.

L’unica forza che mi permetteva di prendere un minimo di spazio era l’odio. Dove riuscivo a sentire che odiavo delle persone, un minuscolo spazio di libertà cominciava a estendersi dentro di me, e ricordavo che la fidanzata troppo sana e il gruppo scout troppo fascista e la parrocchia troppo conservatrice non erano il piano dell’esistenza su cui vivevo: io vivevo altrove, nei quaderni e nei registratori a nastro multitraccia, nelle stanze di un paio di amici solitari con le chitarre elettriche.

Anche se ero costretto a quella vita di finzione, a me interessava solo scrivere e suonare, e chiunque avesse voluto frequentarmi, nel mondo da cui sentivo di non poter scappare, sarebbe stato deluso da una persona incapace di darsi agli altri, perché loro erano degli altri che mi erano stati imposti. Così io vivevo per esempio frequentando un gruppo di persone che mi definiva uno psicopatico e un sociopatico e io rispondevo – non sapendo come andarmene – presentandomi alle feste consegnando bigliettini ad personam ispirati da Nietzsche in cui spiegavo ai vari destinatari le falsità fondamentali al centro della loro esistenza di studenti e fidanzati.

Era una tortura sia per me che per loro. Avrei dovuto avere pena per quelle persone: di fatto erano i miei genitori a costringermi a frequentarli, i miei amici imposti dai miei divieti non avevano colpe per essere quel che erano.

Per me era una prigione e volevo male a tutti. Il fatto è che negli anni quell’odio si dimostrò cruciale.

In molti passaggi, infatti, logoravo talmente le situazioni che, finalmente, riuscivo ad allontanarmene per manifesta insensatezza, quando la mia presenza diventava un concetto privo di appigli come l’affetto e l’entusiasmo. Non ho mai riassunto così rapidamente i primi trent’anni della mia vita.

Il bilancio è una miseria umana tutta mia. Ho conservato solo mia sorella e il mio migliore amico, il resto si è perso nella rabbia e nell’incompatibilità.

E intanto, il non aver vissuto quel che avrei voluto mi ha anche privato di altri ricordi che avrei potuto farmi – di altra vita. Essendomi sempre vergognato a morte dei miei desideri, ho passato i primi trent’anni (fino alla fine del mio primo matrimonio) a cadere di gruppo in gruppo, sempre in ambienti inadatti a me, gli unici che non mi suscitavano la vergogna della felicità, trovando come unica forza liberatrice la goccia cinese del mio odio.

Quanto sarebbe stato più bello non vergognarsi e scegliere in positivo ciò che mi piaceva, risparmiando tutte le persone che avevo umiliato perché costretto a frequentarle da un demone invisibile (il demone che aveva ispirato i miei a coprire di ridicolo le mie inclinazioni). Sia come sia, l’odio era stata la sola parte di me che si era battuta per creare – distruggendo – degli spazi di libertà.

Dopo i trent’anni, e la qualifica di primo divorziato di una famiglia cattolicissima, sono riuscito a cercare persone più affini. Il fallimento agli occhi dei genitori mi aveva permesso di giudicarmi irrecuperabile e quindi libero di improvvisare.

Qualche anno fa, poco dopo i quaranta, un cataclisma familiare mi ha scatenato un disturbo d’ansia generalizzato. Una pasticca mi ha tolto il disturbo d’ansia in pochi mesi.

Funzionava così bene che lo psichiatra mi ha fatto capire ripetutamente che l’avrei preso per molti anni. Non volevo prenderlo sine die, allora ho fatto delle ricerche e scoperto che la Meditazione Trascendentale (T.M.), la cui tecnica avevo imparato a vent’anni senza poi praticarla, era capace  – questa la promessa della Maharishi Foundation – di fare lo stesso lavoro dello psicofarmaco che stavo prendendo – riparare i lobi prefrontali, che sarebbero la parte del cervello incaricata della regolazione emotiva.

Magari mi avrebbe permesso di smettere la pasticca, col tempo. Immagine no Era una scommessa, ha funzionato.

Dopo averle affiancate per quasi un anno, ho smesso la pasticca e ho continuato a stare bene. Poi la pratica mi ha portato a smettere di stringere i denti la notte e ho potuto riporre il bite nel mobiletto del bagno dopo cinque anni di sonni disturbati da un affare di plastica e metallo in bocca.

La meditazione trascendentale è considerata poca roba dai miei conoscenti che seguono pratiche più antiche. È una forma semplificata: un mantra, e la disciplina per interrompere la vita frenetica due volte al giorno ogni giorno.

Questo è il contesto in cui ho fatto una scoperta sulla particolare presenza che l’odio ha sempre avuto nella mia vita. Ero a occhi chiusi, a gambe incrociate, a tentare di recitare il mantra, e dopo qualche minuto mi è comparsa la faccia di una persona qualunque della mia vita.

Questa persona non è mia amica, è amica di persone mie amiche, ed è un tipo inevitabile nel mondo culturale e artistico: si muove in questo mondo in un modo disperatamente, scopertamente subdolo, che combina amicizia e diffidenza, untuosità e rudezza, vulnerabilità e cattiveria. È una persona che mi ha fatto talmente imbarazzare, sia in privato che in pubblico, da farmi pensare molto male, da farmi parlare male di lei alle sue spalle, da farmi augurare che sparisse dalla mia vita, cioè dal mondo che frequenta.

In sostanza mi ha fatto augurare che i suoi progetti non si realizzassero, che i suoi sogni si infrangessero. Ho sempre pensato così: questa persona la odio.

Essendo l’odio, nella mia vita, quella specie di istinto di dove non andare, mi abbandono ancora oggi all’odio professionale. Quando mi è comparsa nella mente la faccia di quella persona, con i suoi capelli intorno, vicinissima all’occhio della mia mente, ho fatto un’esperienza del tutto nuova.

Ho sentito una mia voce interna dire: No, non la odio.

Ho guardato ancora per un po’ quella faccia intima, stupefacente e aliena ma non sinistra, e poi è sparita. Nelle settimane successive, incontrando questa persona nelle occasioni sociali di lavoro, ho ritrovato la stessa identica figura pubblica che non mi piaceva, ma non sentivo più l’odio.

Detto così non significa niente: io non posso mica sapere se prima la odiassi davvero. Magari non provavo odio.

Quel che voglio dire è che dopo aver visto la sua faccia mentre avevo gli occhi chiusi, adesso, quando la incontravo, anche se vedevo confermate tutte le qualità per cui non mi piaceva, per cui me ne tenevo alla larga, è come se si fosse sganciato un moschettone che mi teneva attaccato a questa persona. Avevo la sensazione che ora fosse libera di andarsene dove le pareva senza sentirsi tirare dai miei pensieri, e che io non dovevo più preoccuparmi di lei.

La cosa delle facce ha continuato a succedermi con persone vicine e lontane. Dopo quella prima faccia, mi sono comparse le facce di mia madre e mio padre.

Si presentavano a turno in vari momenti. Li guardavo per un po’, e poi mi veniva da dire:

No, non lo odio. Non la odio.

Mi mettevo a piangere con gli occhi chiusi, ogni tanto li aprivo per l’incredulità. Dopo questi fatti, tutti capitati in un periodo di pochi mesi, e mai più, andando a trovarli non ho più provato odio per essere stato loro prigioniero.

Cosa voglio dire di questa esperienza? Avevo ancora le stesse opinioni sulla prigionia fisica e mentale subita da ragazzo, ma la questione della mia prigionia ha smesso di essere un mio argomento fisso di conversazione (con mia sorella, o con mia moglie).

Smettere di odiare qualcuno in questo modo è una strana esperienza, perché i miei ragionamenti rimangono gli stessi. Non ho argomenti per smettere di odiare queste persone, e poi, per me, l’odio è sempre stato il sostituto dignitoso della libertà.

La meditazione ha sospeso la sensazione di odiare, non causando nessun cambio di opinione. Potrebbe quasi sembrare una forma di obnubilamento, di quello che ti danno gli psicofarmaci.

Ovviamente se fossi meno imbarazzato di raccontare per la prima volta un aspetto della meditazione direi che è tutt’altro che un obnubilamento. È un piacere limpido.

Ma è vero che non produce un cambio di idee. Io non posso garantire che questa esperienza non sia un articolato effetto placebo.

Non sento il bisogno di giustificarla. Meditare mi ha permesso di estendere l’efficacia del periodo del farmaco.

L’unica cosa che riesco a scrivere di questa esperienza ha a che fare con l’odio, e il suo rapporto con il cervello. Ora, il mio problema è che posso farlo solo maneggiando termini scientifici e pseudo-scientifici fuori dalla mia portata.

Io mi fido della descrizione “scientifica” che fanno i proponitori della T.M. perché mi sembra corrispondere all’esperienza che sto facendo, la uso quindi come un codice per navigare questa esperienza, sapendo che potrebbe non essere un buon codice per raccontarla. Ha a che fare con le onde cerebrali.

Ossia le frequenze dell’attività elettrica del cervello. Studi commissionati dai proponitori della T.M. dicono che la pratica influisce su due delle varie onde a cui trasmette il cervello.

Delle diverse frequenze a cui va il cervello contemporaneamente, la T.M. intensifica l’attività delle onde alfa e delle beta. In breve, le onde theta sono quelle della mindfulness e del dormiveglia, le onde gamma quelle dell’attività molto concentrata. Le onde beta sarebbero le onde della vita pratica, quotidiana. Le onde di quando il cervello pensa alle cose da fare.

Meditare le rende più regolari, e questo aiuta a prendere decisioni migliori. (In effetti, meditando mi arrivano spesso soluzioni pratiche che mi fanno venire l’urgenza di aprire gli occhi e prendere il quaderno.) Le alfa invece sarebbero le onde che fanno funzionare il cervello in modo più integrato, portandoci a pensare oltre il senso pratico delle cose. Collego questo fatto all’impressione di vedere le cose in modo più vario di prima.

Le alfa mi sono state presentate come le onde cosmiche, quelle che ci fanno sentire in pace col mondo e con gli altri, mandandoci più in profondità rispetto al piano di mera sopravvivenza affrontato dalle beta. Non so se posso fare meglio di così, ma questo abbozzo mi basta per dire la cosa che voglio dire sul rapporto tra l’odio e il mio cervello.

Se questa storia per cui esistono diverse frequenze nella trasmissione dei segnali elettrici del cervello è vera, e se è vero che le diverse frequenze si adattano di più a certe funzioni del cervello che ad altre, potrei spiegare l’apparizione di quelle “facce odiate” in un certo modo. Ipotesi di lavoro.

Appare la faccia odiata mentre le mie onde alfa sono rafforzate dalla meditazione. Comincio a cogliere un senso di integrazione, di pace, di connessione con gli altri e la vita.

David Lynch, le cui conferenze mi hanno convinto a scegliere questa pratica, parlava di oceani sconfinati di gioia e di creatività. Nel cervello esisterebbe una parte che non ha come obiettivo vivere ma produrre questa convinzione di interezza, di essere interi e far parte di qualcosa di complesso ma armonico.

Mettiamo che sia vero. Cioè che il senso di riposo e beatitudine che provo dopo alcuni minuti di meditazione abbia a che fare con questa diversa frequenza, meno pratica della solita.

Allora potrebbe essere che quando mi appare la faccia di una “persona che odio” io sto solo scoprendo che nelle onde alfa, cioè nella parte del cervello che mi conferma la mia appartenenza all’essere, io sono in continuità con questa persona. A tutti gli effetti pratici, questa persona, continua a rappresentare per me un problema o un conflitto o qualcosa di non in sintonia con i miei desideri o la mia visione del mondo.

Ma in un’altra frequenza del cervello forse posso avere accesso a quella strana sensazione che odiarla non sia necessario. Posso evitarla, o allontanarla dalla mia vita pensandoci molto meno.

Ma non ho il bisogno di odiarla, di infilzare con degli spilli immaginari la bambolina con la sua faccia che mi porto sempre dentro. E allora cosa è stato l’odio nella mia vita?

Citazione Highlight “Che scherzo infinito sarebbe se l’odio fosse in gran parte il risultato dello sforzo che fa la mente pratica per spiegarsi l’esistenza del conflitto. Incaricato di decidere dell’importanza di un altro essere umano, quel cervello cerca di fare dei conti, dei ragionamenti, di stabilire così uno statuto, una dignità o una indegnità del nemico”.

Mi piace l’idea di una grande commedia degli equivoci costruita sulle onde beta. Da quel che capisco, a parte i pochi momenti di vera concentrazione (gamma), e quelli in cui ci svegliamo la mattina (alfa, come nella T.M.), e il dormiveglia e la meditazione  profonda (theta), noi passiamo la maggior parte della vita cosciente nelle onde beta, quelle delle soluzioni pratiche, della sopravvivenza.

Se è vero che sono le onde alfa ad avermi fatto smettere di odiare diverse persone, arrivando improvvisamente a dimenticarle, a smettere di allucinare la loro presenza con l’odio per riportarle alla dimensione oggettiva e limitata che hanno nella mia vita, potrebbe voler dire qualcosa di comico. Lo dirò come se fosse la premessa per una commedia di fantascienza.

Non è che il mio problema è stato che ho chiesto al cervello pratico di dirmi se quelle persone avevano diritto a esistere pur essendo in conflitto con me? In una commedia ispirata a questo problema, esisterebbe una macchina per spostare sulle onde alfa ogni forma di lavoro affettivo-spirituale ingiustamente caricato sulle beta.

Accettare l’esistenza degli altri non è un lavoro pratico. Che scherzo infinito sarebbe se l’odio fosse in gran parte il risultato dello sforzo che fa la mente pratica per spiegarsi l’esistenza del conflitto.

Incaricato di decidere dell’importanza di un altro essere umano, quel cervello cerca di fare dei conti, dei ragionamenti, di stabilire così uno statuto, una dignità o una indegnità del nemico. Mentre magari, a pochi hertz di distanza, esiste la frequenza cerebrale dove l’esistenza dell’altro viene osservata e verificata e data per giusta.

Questo spiegherebbe perché, nell’incontro mentale con la faccia della persona odiata, mi nasceva dentro questo bizzarro “No, non la odio”. Che ora che lo scrivo assomiglia un po’ al Preferirei di no di Bartleby Lo Scrivano.

Quella parte del cervello, come Bartleby, si rifiutava di continuare il lavoraccio fatto per decenni dalle onde beta nella valutazione del mio prossimo. Sarebbe davvero interessante se il cervello fosse così come i proponitori della T.M. lo descrivono.

Sarebbe interessante se per convincerci a smettere di perseguitare le persone con cui siamo in conflitto con azioni di sabotaggio o pettegolezzi o semplici cattivi pensieri, esistesse già nel cervello una stanza dove entrare per trovare una misura della nostra presenza nel mondo rispetto agli altri.

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