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Martedì 14 aprile 2026 ore 20:06

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A pranzo nella Casa circondariale di San Quirico

Martedì 14 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Menti in fuga
A pranzo nella Casa circondariale di San Quirico
Menti in fuga

Per me si va ne la città dolente, per me si va ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente. Mentre attendo di entrare nella casa circondariale di Monza, i versi della celebre terzina dantesca si compongono nella mia mente quasi mio malgrado.

Appena succede, mi accorgo però che è un parallelismo troppo facile e, a dispetto delle apparenze, forse neppure calzante. È una frizzante mattina di fine marzo e la primavera pulsa prepotente nell’aria come se avesse fretta di attestare la riconquista del suo dominio sul mondo.

Attorno all’ingresso della Casa circondariale di San Quirico si è ammassato un piccolo campanello di persone. Si respira un’ allegria ciarliera e scomposta da gita domenicale.

Non so cosa attendermi da questo pranzo dietro le sbarre e neppure me lo chiedo. Ho imparato che le aspettative sono l’anticamera delle delusioni e di solito vanno a braccetto con i pregiudizi.

Quindi cerco di liberare la mente da tutto, compresi gli echi danteschi che continuano a riproporsi. D’altra parte se, con una generosa dose di fantasia, si può trasformare il passaggio dal metaldetector in una moderna versione dell’attraversamento del fiume Acheronte, non c’è modo di sovrapporre all’immagine della pigra e bonaria guardia carceraria che esamina i nostri documenti, quella del sulfureo traghettatore Caronte.

Una volta terminati i controlli, alleggerita di cellulare e documenti che mi saranno riconsegnati all’uscita, mi guardo attorno. Non è la mia prima volta in un carcere.

Anni fa ho avuto l’opportunità di visitare quello di Bollate in occasione di un evento formativo per avvocati. Oggi, però, sarà la prima volta che mangio in galera.

La cooperativa Le Crisalidi e l’associazione Geniattori hanno organizzato un ciclo di pranzi nella casa circondariale di Monza il cui ricavato andrà a favore dell’iniziativa Secondo atto Festival di Teatro e Carcere Comunità di Monza, un progetto pensato per dare spazio e visibilità a esperienze teatrali nate all’interno degli Istituti penitenziari. Prima di arrivare nella sala che ci ospiterà, attraversiamo un cortile con l’erba che spunta qua e là in ciuffi disordinati, ricorda un po’ il campetto di un oratorio se non fosse per l’ombra del filo elettrificato che lo incornicia.

Da questo momento in poi, e per tutto il tempo della visita, mi accompagneranno due impressioni contrastanti, da un lato quella di trovarmi, come in effetti è, in una prigione, con il suo inevitabile e necessario corollario di limitazioni e controlli, dall’altro in una realtà completamente diversa, qualcosa a metà tra una scuola e un laboratorio, un’officina di intenti e pensieri da cui possono nascere progetti come questo. La sala dove ha luogo il pranzo è sorprendentemente luminosa e occupata quasi per intero da una tavolata disposta a ferro di cavallo.

Dal momento in cui prendiamo posto, la giornata scivola via veloce, persino troppo. Il servizio è  informale, ma efficiente.

Si vede che i ragazzi di San Quirico ci tengono a fare bella figura. Il cibo è semplice, ma buono, certo un bicchiere di vino non avrebbe guastato, ma siamo in carcere e ci sono regole a cui non è possibile derogare.

Già il fatto di mangiare in piatti di ceramica con posate in acciaio è una concessione tutt’altro che scontata. Non credo serva aver visto tutte le stagioni di Prison Break, Orange Is the new Black e Oz (io, per la cronaca, l’ho fatto), per intuire che i rebbi di una forchetta o un piatto scheggiato possono facilmente trasformarsi in un’arma, da rivolgere agli altri o contro sé stessi.

Per questa ragione, non mi stupisce che i volontari non si limitino a ritirare le posate, ma verifichino con scrupolosa attenzione che nessuna manchi all’appello. Al momento del caffè – l’ottimo tiramisù che ci hanno servito attenua la mancanza di grappe e amari – l’atmosfera è rilassata, quasi festosa.

Ma non siamo ancora ai titoli di coda. Il cuore di questa esperienza che ha temporaneamente reso permeabili al mondo esterno le mura di una prigione è proprio adesso, nell’incontro tra noi e loro, i detenuti.

Senza questo confronto, in cui si alternano diversi registri – leggero e profondo, ironico e amaro – sarebbe facile dimenticare dove siamo e con chi. E, se fosse accaduto, sarebbe stato un errore o comunque un’ occasione sprecata.

Perché questi uomini, alcuni poco più che ragazzi, sono in carcere per un motivo e rimuoverlo non sarebbe di alcuna utilità. Né per noi né soprattutto per loro.

Perché il riscatto – per chiunque, non solo per chi dorme in una cella – non può mai prescindere dall’assunzione delle proprie responsabilità. Sono proprio loro, i detenuti, con la sincerità disarmante con cui rispondono alle nostre domande, a ricordarcelo.

Alcuni hanno occhi vivaci, altri stanchi, muscoli tesi e spalle larghe oppure ventri rilassati, si raccontano con voci sommesse o sicure, sorridono ammiccanti o distolgono lo sguardo imbarazzati. C’è chi è timido e chi seduttivo, chi maschera la commozione con la goliardia e chi resta defilato, chi si espone e chi, invece, si ritrae.

Sono in tutto e per tutto persone. Con i loro guizzi di luce e le loro ombre.

Con pregi e difetti. Limiti e qualità.

Sono proprio come noi, che magari liberi non lo siamo per davvero, ma almeno possiamo uscire di qua. E infatti una signora, ad alta voce, quasi sorpresa, dirà proprio così.

Siete come noi. Il che per un verso è vero, ma per un altro non lo è.

Perché il bene e il male, anche se non coincidono necessariamente con il concetto di legalità, non sono una vuota astrazione, un dilemma filosofico senza aggancio con la realtà. Sono vite attraversate.

Sofferenze causate o evitate. Sono una scelta, o un insieme di scelte, che ha condotto ciascuno ad essere esattamente nel punto, e nel luogo, in cui è.

Non so quali reati questi uomini abbiano commesso né mi importa saperlo. Dico davvero.

Se avessi la possibilità di chiederglielo, non lo farei. Non per una sorta di pudore né perché potrebbero mentirmi, ma perché questo non è il tempo del giudizio, ma dell’ascolto.

Un giorno, quando usciranno di prigione e torneranno liberi di abitare il mondo, chi li incrocerà, non potrà leggere sui loro visi o nei loro occhi, che sono degli ex detenuti. Ed è giusto che sia così.

Avranno ormai scontato la loro pena, non ci sarà nessuna lettera scarlatta, nessun marchio inciso a fuoco vivo sulla loro pelle ad annunciare che hanno sbagliato, che sono inciampati e hanno causato dolore. Saranno loro a decidere se e quanto di sé rivelare.

O a chi. Ma anche se scegliessero di tacere, di soffocare il loro passato nell’angolo più remoto della loro anima, non se ne potranno mai davvero disfare.

Quando accarezzeranno un bambino, quando faranno l’amore, quando scambieranno due chiacchiere mentre sono in coda in posta, quando siederanno in un cinema, in ogni momento della loro vita, in ogni incontro, la loro storia li accompagnerà. Ma noi non siamo solo la nostra storia.

Siamo anche le nostre scelte. E averne fatte di sbagliate, non preclude che in futuro se ne possano fare di nuove e, ci si augura, di migliori.

All’improvviso metto a fuoco perché il parallelismo con l’inferno dantesco mi è sembrato fin dall’inizio inappropriato. Perché questo non è il regno senza tempo dei dannati.

Questo è un purgatorio. Faticoso, zoppicante e imperfetto come ogni esperienza umana, ma comunque un luogo da cui la speranza non è bandita.

Dove il riscatto esiste. Non come certezza, ma almeno come possibilità.

Deh, quando tu sarai tornato al mondo e riposato de la lunga via, seguì ’l terzo spirito al secondo, ricorditi di me che son la Pia. Sono ancora i versi del sommo poeta a farsi strada dentro di me mentre torno a casa nella luce dorata del pomeriggio, ma questa volta sento che le parole vibranti di vita di Pia de’ Tolomei, con il suo desiderio di esserci ancora, di non essere cancellata, sono esattamente quelle che cercavo.

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