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Martedì 14 aprile 2026 ore 20:06

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La sconfitta di Orban e la fine del modello illiberale che ha ispirato Trump

Martedì 14 aprile 2026 ore 07:17 Fonte: Valigia Blu

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Dopo sedici anni di governo, Viktor Orbán è stato sconfitto, segnando la fine del modello illiberale che aveva ispirato leader come Donald Trump; il movimento Tisza ha ottenuto una supermaggioranza in un'elezione caratterizzata da un'affluenza record, mentre si prospettano cambiamenti significativi nelle relazioni con la Russia e nel recupero dei fondi dell'Unione Europea.
La sconfitta di Orban e la fine del modello illiberale che ha ispirato Trump
Valigia Blu

Una notte così Budapest non l'aveva mai vista. Centinaia di migliaia di persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade e nelle piazze della città e lungo il Danubio, come se si fosse appena vinto  un mondiale di calcio.

Dopo quattro mandati consecutivi - sedici anni - Viktor Orbán non sarà più primo ministro. La fine di un'era è stata decretata da una sorta di plebiscito che ha consegnato a Péter Magyar, leader del partito d'opposizione Tisza, la maggioranza dei due terzi dell'Assemblea Nazionale ungherese.

Di cosa parliamo in questo articolo: I numeri di un plebiscito L’ammissione di Orbán, il discorso di Magyar Chi è Péter Magyar Cosa cambia e cosa no Perché Orbán ha perso Le reazioni internazionali Una de-orbanizzazione lunga e difficile I numeri di un plebiscito Tisza ha ottenuto circa il 52,4% dei voti di lista, staccando nettamente Fidesz-KDNP, fermo al 39,1%.

Riesce a entrare in parlamento anche il movimento di estrema destra Mi Hazánk, appena sopra la soglia di sbarramento del 5%. Non ce la fanno, come da pronostico, Coalizione Democratica (DK) e il movimento satirico del Partito ungherese del cane a due code (MKKP).

Con il 98,2% dei seggi scrutinati, Tisza è proiettato a 136 seggi sui 199 dell'Assemblea Nazionale, contro i 56 di Fidesz e i 6 di Mi Hazánk — sufficienti per la supermaggioranza costituzionale dei due terzi (ce ne vogliono 133). Un ultimo seggio verrà assegnato quando sarà concluso il conteggio dei voti esteri.

La giornata è stata innanzitutto una grande festa di partecipazione democratica, con il record assoluto di affluenza dalla caduta del comunismo: oltre il 79%, il dato più alto da quando si vota liberamente in Ungheria dal 1990. Tisza ha incassato circa 3,3 milioni di voti, la cifra più alta mai raggiunta da un partito ungherese — un dato che lo stesso Magyar ha rivendicato nel discorso della vittoria.

I prossimi passaggi prevedono che, una volta certificati i risultati dalla Commissione elettorale nazionale, il presidente Tamás Sulyok avvii le consultazioni con i leader dei partiti entrati in parlamento, prima di indicare il candidato premier che sarà poi nominato dall'Assemblea Nazionale. Magyar ha già chiesto a Sulyok di convocare il parlamento il prima possibile, con l'obiettivo di insediarsi in tempi rapidi.

La coabitazione con Sulyok potrebbe essere un problema: Magyar lo ha accusato di essere un "fantoccio" di Orbán e gli ha chiesto esplicitamente di dimettersi subito dopo avere conferito l'incarico di formare il governo, estendendo lo stesso invito ai vertici della Curia, della Corte Costituzionale, della Corte dei Conti e dell'autorità per i media.

L’ammissione di Orbán, il discorso di Magyar L'alta affluenza, in particolare a Budapest e nelle città, aveva da subito dato l'impressione che le cose si stessero mettendo bene per Magyar. Anche negli anni di dominio orbaniano la capitale era stata l'unico fortino liberal e progressista a resistere all'egemonia di Fidesz.

Le sensazioni sono diventate concrete all’inizio dello scrutinio, dove da subito Tisza ha preso il largo con proporzioni inaspettate. Come sarebbe andata a finire la serata lo ha capito rapidamente anche Viktor Orbán, che già alle nove di sera, un’ora dopo l’inizio del conteggio dei voti, ha telefonato a Magyar per congratularsi ed è salito sul palco per un breve discorso in cui riconosceva la sconfitta.

“È un risultato doloroso ma inequivocabile”, ha dichiarato. “Cosa significhi per il destino del nostro paese e della nostra nazione il risultato di questa sera, e quale sia il suo significato più profondo o più ampio, non lo sappiamo ora, lo deciderà il tempo… noi non ci arrenderemo mai, mai, mai”.

Decisamente più articolato il discorso di Magyar. “Abbiamo liberato l’Ungheria”, ha esordito, sottolineando come l'elettorato non abbia votato solo per un cambio di governo ma per un cambio di regime.

Ha chiesto responsabilità invocando le dimissioni di dirigenti statali e giudiziari e ha promesso insieme riconciliazione politica e rendicontazione degli anni precedenti. Soprattutto Magyar ha annunciato la volontà di “ricostruire il rapporto con l'Unione Europea e con la NATO”.

Ha inoltre affermato che il suo primo viaggio da premier sarà a Varsavia, il secondo a Vienna, e il terzo a Bruxelles “per riportare a casa i fondi UE che spettano al popolo ungherese”. Non è un caso che la prima visita sia nella capitale polacca: due anni e mezzo fa Varsavia usciva da otto anni di governo sovranista e populista a marchio PiS, una situazione non troppo diversa da quella in cui si trova Budapest oggi.

Come Varsavia allora, anche l'Ungheria ha l'urgenza di recuperare il rapporto con Bruxelles e lavorare allo sblocco dei fondi di coesione e strutturali che l’Unione europea ha congelato a causa della violazione dello stato di diritto. Chi è Péter Magyar Sul prossimo primo ministro è utile spendere qualche parola, perché il fenomeno della sua vittoria non si spiega senza qualche nota biografica.

Magyar, 45 anni, è nato a Budapest in una famiglia di conservatori di spicco: il suo padrino era l'ex presidente della Repubblica Ferenc Mádl. Laureato in legge alla Pázmány Péter Catholic University, all'università strinse amicizia con Gergely Gulyás, oggi capo dello staff di Orbán.

Fu Gulyás a presentargli Judit Varga, la donna che ha sposato e con cui ha avuto tre figli, e che è diventata nel tempo una delle personalità più importanti di Fidesz, ministra della Giustizia dal 2019 al 2023. Finalmente in Ungheria c’è qualcuno che potrebbe strappare il potere a Viktor Orbán La parabola politica di Varga si è interrotta un anno più tardi, quando emerse che durante il suo incarico aveva controfirmato la grazia presidenziale concessa dall'allora presidente Katalin Novák a un uomo condannato per aver coperto il direttore di un istituto per minori macchiatosi di abusi sessuali.

Entrambe si dimisero. In un'intervista al canale YouTube Partizan, Magyar accusò Orbán di "nascondersi dietro le gonne delle donne" e rese pubbliche registrazioni della ex moglie che rivelavano le ingerenze di vertici di Fidesz in importanti casi giudiziari.

Nel giro di pochi mesi quella visibilità trasformò Magyar in un leader politico, fustigatore del sistema clientelare e corrotto di Fidesz. Preso il timone di Tisza — formazione nata nel 2020 — già alle europee del 2024 condusse il partito al 29,6%, risultato straordinario dopo anni in cui Fidesz aveva agito incontrastato.

Nei due anni successivi Magyar è riuscito a catalizzare le speranze di un'opposizione disintegrata dopo le fallimentari elezioni del 2022, promettendo restaurazione dello stato di diritto e ritorno a rapporti normali con l'UE. Tuttavia proprio a causa del suo passato, e del modo in cui è salito alla ribalta politica, restano dei dubbi intorno alla sua persona che solo l'operato dei prossimi mesi potrà fugare.

Cosa cambia e cosa no L'obiettivo primario di Magyar, come detto, sarà recuperare i 20 miliardi di euro di fondi UE congelati a Budapest per le questioni legate allo Stato di diritto. Per farlo dovrà convincere la Commissione Europea della volontà — più che della capacità — di attuare le riforme necessarie riguardanti il ripristino dell’indipendenza della magistratura, una gestione trasparente dei fondi UE, e lo smantellamento delle reti clientelari negli organi catturati da Fidesz.

Elezioni in Ungheria cruciali per il futuro dell’Europa In sede europea ci si può aspettare un'Ungheria più conciliante e che non funga più da ostacolo al sostegno all'Ucraina. Magyar dovrebbe ragionevolmente togliere il veto sugli aiuti a Kyiv, a partire dal prestito da 90 miliardi di euro bloccato da Orbán lo scorso dicembre.

Volodymyr Zelensky si è congratulato con Magyar per la “convincente vittoria”, scrivendo su Telegram che "è importante quando vince l'approccio costruttivo". Il cambio di regime a Budapest è una svolta per Kyiv, ma non sarà tutto rose e fiori.

In un'intervista a RFE/RL dell'ottobre 2025 Magyar aveva chiarito che la sua politica estera sarà all’insegna della cautela: niente fine rapida alle importazioni di combustibili fossili russi, nonostante la pressione UE per tagliare i legami energetici con Mosca entro il 2027. E sull'adesione ucraina all'UE il nuovo premier ha ribadito il suo no a un percorso accelerato.

Insomma, rapporti cordiali, ma con diverse frizioni da gestire. Sul fronte interno, un'altra cosa che non bisogna aspettarsi sono grandi passi in avanti sui diritti civili:

Magyar è un politico di centro-destra conservatore, non un liberal progressista. Perché Orbán ha perso Orbán avrà di che ragionare sul percorso che lo ha portato a una disfatta di così ampie proporzioni.

Le motivazioni sono state molteplici. In primo grado si può fare un’equazione semplice: la macchina di Fidesz ha funzionato finché l'economia ha girato.

Negli ultimi tre anni Budapest è entrata in una fase di stagnazione, mentre inflazione e costo della vita non si sono fermati. A creare questa situazione è stata una forte contrazione degli investimenti e della produzione, a cui si sono sommati shock esterni come la pandemia, la guerra in Ucraina e la crisi energetica.

Un certo peso lo ha avuto il blocco dei finanziamenti europei. L'impressione è che Orbán abbia sottovalutato il malessere interno concentrandosi sullo scenario internazionale: la sfida con Bruxelles, gli attacchi a Zelensky, il flirt con la Russia di Putin hanno dato l'idea di un premier disinteressato alle vicende domestiche, fornendo un forte argomento elettorale a Tisza.

Sul fronte interno la strategia si è concentrata sulla ricerca del nemico — celebre il discorso “sugli insetti e le pulizie di Pasqua" — mentre il governo veniva colpito da una serie di scandali che hanno portato alla luce il sistema di potere. La sfiducia è cresciuta soprattutto tra i giovani, andati in massa a votare per Magyar: nei sondaggi pre-voto condotti dall’istituto Medián, tre quarti degli under 30 intendevano votare Tisza, e il 63% della fascia 30-40 anni.

Fidesz raccoglieva in queste due fasce rispettivamente solo il 10% e il 17%. Nelle ultime settimane la ricerca del nemico esterno è apparsa esasperata, questa volta identificato in Zelensky, mentre hanno colpito le rivelazioni giornalistiche sui rapporti tra il ministro degli Esteri Péter Szijjártó e Sergej Lavrov.

Da ultimo, la telefonata tra Orbán e Putin in cui il primo ministro si paragonava a un "topolino" che serviva il "leone" ha mandato in crisi la narrazione di Orbán difensore della sovranità nazionale. Le reazioni internazionali Le prime congratulazioni sono arrivate da Bruxelles, e non poteva essere altrimenti:

"L'Ungheria ha scelto l'Europa", ha scritto Ursula von der Leyen, mentre Emmanuel Macron ha parlato di "vittoria che mostra l'attaccamento degli ungheresi ai valori UE". Il premier polacco Donald Tusk ha preferito un altro accento:

"Russi, andate a casa!", riprendendo una frase pronunciata da Magyar in un comizio qualche settimana fa. Giorgia Meloni ha scelto la via diplomatica.

Dopo aver sostenuto in maniera evidente Orbán durante la campagna, si è congratulata con Magyar "ringraziando l'amico Viktor Orbán per l'intensa collaborazione di questi anni". Meloni non vuole bruciare i ponti; dall'altra parte, anche Magyar ha dichiarato di essere pronto a parlare con la presidente del Consiglio italiana, definendo l'Italia un interlocutore importante e lodando i "grandi risultati" ottenuti da Roma "partendo da condizioni difficili".

Era inevitabile però che l'attenzione si concentrasse sulle reazioni di quelli che assieme a Orbán appaiono i due grandi sconfitti di questa campagna elettorale: Donald Trump e Vladimir Putin.

Ad oggi il presidente americano non ha rilasciato dichiarazioni: a una domanda dei giornalisti al suo rientro a Washington si è allontanato senza rispondere. L'irritazione deve essere palpabile, dopo che l'amministrazione Trump si era spesa per Orbán con le visite del segretario di Stato Marco Rubio e del vicepresidente JD Vance.

Quest’ultimo ha affermato nel post voto che il suo viaggio era da intendersi “come un sostegno a un alleato fedele, non perché ci aspettasse che ottenesse una vittoria schiacciante”. Le elezioni in Ungheria:

Orbán rischia grosso ma a sostenerlo c’è l’asse Washington – Mosca Dal Cremlino il portavoce Dmitrij Peskov ha dichiarato che la Russia "rispetta la scelta del popolo ungherese" e si aspetta relazioni pragmatiche con il nuovo governo, pur precisando che Mosca non intende congratularsi con Magyar, considerando l'Ungheria un "Paese non amico". Lo stesso Magyar ha detto che non sarà lui a chiamare Putin, ma che risponderebbe se venisse chiamato per dirgli “che sarebbe bello porre fine alle uccisioni dopo quattro anni”.

Ha anche aggiunto di sperare che l’aggressione russa finisca presto in modo che le sanzioni contro la Russia possano essere revocate, aggiungendo: “Siamo vicini alla Russia e non è nell’interesse dell’Europa acquistare materie prime a prezzi più alti perché questo distrugge la nostra competitività”.

Ungheria, il cavallo di Troia di Putin nell’Unione Europea Sia Washington che Mosca, senza Orbán, perdono un pilastro del campo populista globale. Il Cremlino perde il principale alleato dentro l'UE e vede complicarsi la capacità di dividere l'Europa dall'interno;

Trump vede raffreddarsi il sogno di un'ondata MAGA nel continente. Qualche giorno prima del voto il politologo bulgaro Ivan Krastev aveva descritto Orbán come "l'hub intellettuale, istituzionale e finanziario" della destra europea, avvertendo che una sua sconfitta avrebbe avuto "un impatto psicologico incredibile" sul campo populista globale.

Una de-orbanizzazione lunga e difficile L'Ungheria esce formalmente dal modello illiberale, ma la de-orbanizzazione non sarà semplice. I due terzi del parlamento forniscono a Magyar la grande opportunità di scardinare un sistema radicato, ma in sedici anni Orbán ha piazzato uomini fedeli in tutte le istituzioni chiave, ha preso il controllo totale dei media e ha costruito una struttura di potere oligarchica.

Magyar dovrà essere bravo e dovrà essere veloce, per non vanificare il capitale politico affidatogli. Va ricordato che sotto l'ombrello di Tisza si è ritrovato un elettorato eterogeneo, che non mancherà di far sentire la propria voce se il nuovo premier dovesse disattendere le promesse e limitarsi a sostituire il vecchio regime con uno nuovo.

Ungheria: storia di una democrazia sempre più illiberale (e della sua possibile fine) Il discorso si trasla a livello europeo. Come si comporterà l'Europa senza Orbán?

Almeno fino alle elezioni francesi e polacche del prossimo anno, Bruxelles ha l'occasione di ritrovare una spinta unitaria senza il grande ostacolo orbaniano degli ultimi anni. Il premier slovacco Robert Fico, chiamato a raccoglierne il testimone, non sembra avere né il physique du rôle né la solidità interna di Orbán: il suo potere si poggia su basi fragili e il suo margine di manovra è molto ridotto.

Per l'Europa, proprio come per Budapest, si tratta di un’occasione da non perdere.  

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