Cultura
Divise ma unite dall’odio: tutte le anime della destra trumpiana
Pochi rivendicano con orgoglio di odiare qualcun altro. Per alcuni di questi, l’odio altro non è che un eccesso di amore per il proprio gruppo.
E dunque, per difendere la propria parte dagli altri, l’odio è lecito. Gli altri incarnano una minaccia per il benessere e i valori della comunità di appartenenza.
La destra trumpiana, nelle sue diverse anime, dall’isolazionismo MAGA ai falchi in politica estera, dall’elitismo apocalittico dei miliardari della Silicon Valley alle diverse frange post-liberali e nazionalconservatrici, è tenuta insieme dall’odio per minoranze e stranieri. Emerge così una coalizione in cui coesistono maschi involontariamente celibi e giovani coppie bianche senza grandi prospettive economiche, afroamericani ostili alle politiche delle quote, che considerano anti-meritocratiche, e miliardari che giustificano la loro vendita di servizi di sicurezza tecnologica con la difesa della civiltà cristiano-occidentale.
Vediamo quindi le articolazioni del binomio di amore e odio in alcuni esponenti della destra trumpiana. Kirk L’influencer di estrema destra e debater Charlie Kirk, ucciso il 10 settembre 2025 mentre parlava alla Utah Valley University, camuffava il suo razzismo con la fede cristiana, religione fondata sull’amore per il prossimo, sulla carità e sulla misericordia.
In questo modo, quando affrontava i giovani e le giovani che andavano a sfidarlo dialetticamente nei college statunitensi, cercava di argomentare le sua posizioni contro la discriminazione positiva (affirmative action) – ovvero i criteri di selezione per le assunzioni al lavoro e gli ingressi in università sulla base dell’identità sessuale e razziale – come una postura tesa all’eguaglianza. Per Kirk, le quote per i neri nelle università erano uno schiaffo alla parità tra esseri umani: una forma di razzismo al contrario.
Secondo lui, apparentemente, essere neri non era un problema: semplicemente, al di là della appartenenza razziale, solo il merito avrebbe dovuto contare. Per questa ragione, Kirk aveva sostenuto che, a bordo di un aereo pilotato da un nero, non si sentiva tranquillo.
Non perché nero, ma perché, grazie alla politica delle quote, era probabile che quel pilota avesse preso il posto di un altro “più meritevole” (e bianco). Kirk, attraverso l’apparente disinteresse per l’identità razziale (race blindness), difendeva il razzismo istituzionale e l’accumulo di vantaggi garantiti ai bianchi.
Che i bianchi fossero più meritevoli dei neri era l’implicito assunto ma, nei dibattiti con gli studenti, Kirk si poneva come un bonario fratello maggiore che castigava, con il potere delle sue ragionevoli argomentazioni, le “sciocchezze” liberal inculcate dalle università progressiste, nemiche storiche della destra statunitense. D’altronde, l’affirmative action nell’università è stata seppellita dalla sentenza della Corte Suprema nel giugno 2023.
Sul sito della Casa Bianca si può trovare una tesi simile a quello di Kirk in merito all’abolizione delle politiche di diversità, eguaglianza e inclusione (DEI) nell’amministrazione federale realizzata nel gennaio 2025 da Trump. L’opposizione a queste politiche antidiscriminatorie non è legata solo alla supposta violazione del principio meritocratico, ma alla sicurezza dei cittadini statunitensi: se nell’aviazione, nella sanità o nei diversi livelli dell’amministrazione accede chi è meno bravo ma dotato di un maggior capitale identitario (neri, donne, persone trans, etc.), l’inferiore abilità dei lavoratori impiegati in questi servizi minaccia la vita degli americani.
Se è noto l’aspetto feroce e razzista di Trump, meno lo è quello che emerge dietro la facciata di apertura cristiana di Kirk. In un dialogo con un’altra star MAGA, il giornalista Tucker Carlson, Kirk ha sostenuto che l’Inghilterra, accogliendo troppi stranieri, ha perso il suo carattere nazionale.
Gli inglesi, continua, sembrano essere addirittura contenti di venire “stuprati” etnicamente, in particolare dai pachistani. Carlson, intanto, se la ride.
I deliri razziali di entrambi, d’altronde, poggiano sulla stessa teoria, quella della grande sostituzione etnica. Carlson era un giornalista della tradizionale destra repubblicana che, progressivamente, è scivolato verso le posizioni MAGA e, per alcuni, nel 2028, potrebbe sfidare Trump da destra.
Una delle questioni sulle quali i MAGA sono più attivi, dopo gli Epstein Files – tragica vicenda divenuta ossessione antisemita –, è l’ostilità a Israele. Gli Stati Uniti, secondo i MAGA, non dovevano venire coinvolti nella guerra contro l’Iran.
In tal senso, l’ex direttore dell’antiterrorismo Joe Kent, dimettendosi, ha avvalorato la convinzione che i MAGA condividono: è colpa di Israele se Trump è stato coinvolto in una guerra inutile, dove i soldati americani rischiano la vita per gli interessi dei sionisti. In guerra si deve andare solo per salvaguardare l’interesse nazionale.
La violenza contro i nemici è legittima solo se a essere minacciata è la propria comunità. Negli Stati Uniti effettivamente c’è una lobby che lavora per difendere gli interessi israeliani, accanto ad altre lobby che spingono interessi di gruppi distinti.
Ma la politica estera statunitense in Medio Oriente è quella di una potenza imperiale, non di un suddito rispetto ad un influente gruppo di ebrei: Israele è per gli Stati Uniti un “alleato satellite”, non il contrario.
Inoltre, Trump è amico di Israele di lunga data – l’uccisione del generale iraniano Qassem Suleimani risale al 2020 –, così come lo è larga parte della destra statunitense e come lo era, fino a pochi mesi fa, la maggioranza dei Democratici. Il fatto che molti sostenitori MAGA siano antisionisti per ragioni antisemite, piuttosto che per una reale attenzione ai diritti umani dei palestinesi, è facilmente spiegabile; basta ascoltare come si riferiscono a musulmani e stranieri, e quanto insistono su antichi stereotipi antiebraici.
Manosfera James Fishback è un giovane candidato MAGA al governo della Florida contro un altro repubblicano, Byron Donalds. Figlio di una donna colombiana, è convinto che negli Stati Uniti stia già avvenendo la grande sostituzione etnica e perciò vorrebbe chiudere i confini all’immigrazione.
Sostenitore di Nick Fuentes – un “giovane nazionalista bianco amante di Hitler” (Michelle Goldberg) che ritiene che “gli ebrei controllino la società, le donne debbano tenere chiusa quella cazzo di bocca, e la maggior parte dei neri vada incarcerata” –, Fishback ha partecipato a un podcast di Myron Gaines, uno che si presenta come il “Charlie Kirk nero”. Gaines ha la stessa abilità e sveltezza dialettica di Kirk e la stessa abitudine di andare nei college a sfidare gli studenti liberal.
Ma è più radicale di Kirk nella misoginia, ed è antisemita, a differenza di Kirk che era sionista. Per Gaines le donne hanno un’intelligenza inferiore dell’uomo ma sono avvantaggiate dall’aspetto fisico.
Il loro ruolo è stare a casa mentre gli uomini lavorano. Questi orrori tipici della cd. manosfera – i gruppi maschilisti che si lamentano dell’ingiustizia sofferta “a causa” delle donne e del relativo declino del potere degli uomini, il cui più noto esponente, pur se con posizioni meno radicali di Gaines, è l’influente podcaster Joe Rogan – si accompagnano a vaghi riferimenti alle disuguaglianze economiche negli Stati Uniti.
Così come le ingiustizie di classe sono raccontate come ingiustizie razziali (la white working class contro i neri e i migranti), similmente le difficoltà economiche delle famiglie o degli uomini statunitensi vengono spiegate con l’emancipazione di donne e comunità LGBTQ+ a cui seguirebbe un declino del rispetto per i maschi. Anche Fishback unisce all’ostilità nei confronti dei migranti una certa attenzione alle istanze sociali ed economiche.
Lotta contro Onlyfans perché considera immorale arricchirsi vendendo foto e video pornografici; osteggia le grandi aziende come Palantir, pensa che gli insegnanti siano pagati troppo poco e lamenta che i giovani abbiano poche possibilità di comprarsi una casa e mettere su una famiglia. Avendo a cuore la sua gente, non crede che il denaro pubblico vada sperperato nella guerra dei sionisti.
La destra statunitense è attraversata da alcune linee di faglia: Israele è una di queste.
Ben Shapiro è un MAGA ebreo che sostiene il libero mercato, il tradizionalismo e l’aggressività in politica estera, e quindi per lui l’odio può essere rivolto sì verso le altre minoranze o i migranti, ma non verso i sionisti. E per questo attacca il suprematista bianco Fuentes e Candace Owens, afroamericana e già direttrice della comunicazione dell’associazione di Kirk, Turning Point USA.
Dopo che Tucker Carlson ha ospitato nel suo programma Nick Fuentes nell’ottobre 2025, molti repubblicani hanno preteso che il giornalista venisse escluso dai circuiti della destra statunitense. In quell’intervista, Carlson si dice scandalizzato dal fatto che Fuentes non abbia ottenuto un posto di lavoro, a suo dire “solo” perché si era “preoccupato di chi vive nel suo paese” – Fuentes aveva detto che il cambiamento della composizione demografica degli Stati Uniti avrebbe presto determinato la fine dei bianchi.
Nel corso dell’intervista i due si erano trovati d’accordo anche sul fatto che fosse inaccettabile essere sanzionati per aver espresso posizioni islamofobe. “All things to all people” Ci sarebbe poi la favola per cui Trump è un presidente di pace.
In realtà, oltre all’attuale guerra contro l’Iran, il presidente degli Stati Uniti ha bombardato sette paesi in un anno. Alcuni commentatori sostengono non sia mai stato un isolazionista in politica estera (Daniel Immerwahr), altri che le linee di continuità di Trump con il neoconservatorismo siano più di quante si potrebbe credere (Samuel Moyn e Suzanne Schneider).
Secondo il giornalista Séamus Malekafzali, come i neocon, il presidente USA vuole espandere e assicurare il controllo globale statunitense. Ma, a differenza di questi ultimi, Trump non ha bisogno di alcuna retorica sui valori e la democrazia da esportare: il suo è il primato della forza, e i suoi interessi sono solamente politici ed economici.
Tuttavia, certo, il senso di superiorità e l’etnocentrismo, così come l’aggressività islamofoba, rientrano tra le eredità di quel movimento politico, che in Italia è ancora, più o meno involontariamente, amplificato attraverso la lente dello scontro di civiltà. Come spiega lo storico Michele Cento il neoconservatorismo, nato in seno al liberalismo della guerra fredda, è “l’ideologia che soccorre l’ordine neoliberale ogni qual volta è necessario puntellare l’autorità in crisi, ricostituire gerarchie in frantumi e offrire al ‘popolo’ una tradizione che fornisca una visione rassicurante del futuro per rendere più tollerabili le ingiustizie del mercato”.
Bisogna tuttavia ricordare che molti degli esponenti di quella corrente ideologica oggi si oppongono a Trump, da David Brooks a Bill Kristol passando per Robert Kagan che ne ha denunciato il rischio per la democrazia. Ma per alcuni, questo movimento ha avuto come unico esito di stabilire false equivalenze tra il presidente MAGA e Bernie Sanders, frenando la sinistra del Partito Democratico più che contribuendo a costruire un’alternativa all’autoritarismo della destra.
In via cautelativa si può dire che Trump non rappresenti la fine del neoconservatorismo, ma incarni una riconfigurazione degli equilibri interni alla destra, in cui quel movimento perde la supremazia rimanendo in tensione con altre correnti. Per il giornalista Osita Nwanevu, Trump è “all things to all people”.
Nel presidente degli Stati Uniti soggetti diversi possono identificarsi per ragioni varie: i MAGA isolazionisti possono trovarsi rappresentati da alcune politiche e dall’odio contro l’establishment – nonostante la generosità fiscale di Trump verso i più ricchi –, alcuni repubblicani aggressivi in politica estera possono riconoscersi nelle operazioni di regime change in Venezuela e Iran, alcuni sionisti possono gioire del sostegno a Israele ma non dell’antisemitismo di alcuni riferimenti d’area etc.. Per Shapiro, Trump, oltre che umorale e “senza filtri”, è pragmatico, “post-ideologico“, cerca ciò che funziona e per questo cambia di continuo e combina posizioni apparentemente, o effettivamente, contraddittorie.
Ad ogni modo, l’estrema destra statunitense contemporanea è tenuta insieme dall’idea di far tornare grande un popolo che è stato umiliato – dalle politiche inclusive, dal femminismo woke, dal politicamente corretto, dai liberal, dagli stranieri, dall’odio verso l’Occidente, talvolta – nelle frazioni ostili ai tecno-oligarchi – dalle élite economiche. Sull’economia non tutti però la vedono allo stesso modo:
Kirk amava teorici neoliberali come Milton Friedman e Friedrich Von Hayek, Fuentes nasce libertario, con una giovanile fascinazione per la Scuola di Chicago, ed è poi diventato protezionista; Fishback vuole tassare le grandi aziende e sostenere le famiglie, mentre i tecno-fascisti come Elon Musk, Curtis Yarvis e Peter Thiel sono liberisti autoritari che prospettano forme di governo feudali e monarchiche aggiornate ai tempi dell’intelligenza artificiale.
Thiel si colloca nella scia di Leo Strauss, come i neo-conservatori – per farsi un’idea del suo pensiero si può leggere “Il momento straussiano” scritto nel 2003 e pubblicato oggi da Liberilibri. Il fondatore di Palantir legittima la sua fornitura di servizi di sicurezza e sorveglianza agli Stati Uniti in termini di difesa del paese dalle minacce esterne e interne.
Thiel sostiene che i liberal, con il loro ottimismo e con il politicamente corretto, abbiano troppo a lungo rimosso la violenza dalla sfera politica e che l’11 Settembre abbia invece costretto un’intera nazione a farvi i conti traumaticamente. Le conseguenti restrizioni della libertà personale erano giustificate dal più alto fine di difendere la civiltà americana dal terrorismo e di garantire la sopravvivenza dei suoi valori.
Non a caso, Thiel ha definito la wokeness come una delle fonti del comunismo cinese: la mollezza occidentale favorisce la civiltà concorrente. Al contempo, molti dei tecno-oligarchi desiderano che gli stranieri con una formazione di alto livello possano accedere agli USA per lavorare nella Silicon Valley grazie al programma di visti H-1 ma la base MAGA si è opposta a questa proposta.
Il vicepresidente J. D. Vance, protegé di Thiel e noto tra l’altro per il suo romanzo autobiografico sulla comunità deindustrializzata e bianca degli Appalachi, rappresenta la sintesi tra l’elitismo post-umano e il populismo dei cd. dimenticati della globalizzazione. Il razzismo che unisce questi due filoni della destra statunitense contemporanea si ritrova, oltre che nelle politiche migratorie combinate con le sperimentazioni degli oligarchi digitali sull'”eugenetica libertaria“, nelle parole di Musk sulla “persecuzione“ dei bianchi in Sud Africa.
Il mito del “genocidio bianco” funziona da monito per gli Stati Uniti qualora questi accettassero il progetto di sostituzione etnica che passa dalle migrazioni. Vance, come alcuni anche a sinistra, ritiene che i migranti siano un ostacolo alla solidarietà, perché una comunità è coesa solo quando è culturalmente omogenea.
Il vicepresidente degli Stati Uniti non odia i migranti, vuole semplicemente creare un ambiente favorevole allo sviluppo delle famiglie che già vivono negli Stati Uniti. Vance aveva detto che, cristianamente, bisogna amare anzitutto la propria famiglia, poi il vicino, poi la propria nazione e infine il resto del mondo.
L’attuale Papa, Leone XIV, prima di diventare tale e prima di scontrarsi in questi giorni con Trump stesso, lo bacchettò per la distorsione dell’insegnamento cristiano. Nazional-conservatori, postliberali e comunitaristi Secondo la studiosa Suzanne Schnaider, “una nuova ondata di intellettuali e istituzioni ‘post-liberali’– inclusi il movimento del nazional-conservatorismo, l’America First Policy Institute, il Conservative Partnership Institute e l’Heritage Foundation – ha lavorato per rendere rispettabili le posizioni minoritarie del conservatorismo, riformulandole nel linguaggio alto della teoria politica”.
Yoram Hazony, intellettuale israeliano, è reputato il teorico del nazional-conservatorismo globale, da Orban e Trump, passando per Meloni. Nel 2019 la giornalista del «Financial Times» Constanze Stelzenmüller scrisse che leggere Le virtù del nazionalismo di Hazony era “centrale per comprendere la politica di Trump verso l’Europa” e ancora oggi lo ritiene indispensabile per interpretare la destra globale.
Hazony, folgorato dall’estremista di destra Meir Kahane, il cui partito Kach verrà considerato fuori legge in Israele per odio anti-arabo, è dagli anni ’90 un collaboratore di Netanyahu per cui ha lavorato come speechwriter. L’interpretazione della fase storica di Hazony è dicotomica: da un lato i globalisti (gli Stati Uniti a vocazione imperiale e l’Unione Europea) che vogliono negare l’autodeterminazione dei popoli, dall’altro i nazionalisti, che, da dopo la Brexit, hanno avuto una seconda vita.
Hazony, da sionista, ritiene che amare il proprio paese sia pratica virtuosa e non segno di arretratezza come sostiene molta stampa liberal. In quello che il teorico politico Daniel Luban considera “il manifesto intellettuale” della nuova destra, Hazony cerca di dare lustro alla sua opzione nazionalista attraverso la ricostruzione del ruolo della nazione nella storia del pensiero politico occidentale.
Hazony vuole dimostrare che la nazione non si esprime nell’odio per gli altri, ma nell’amore per la propria comunità. E, alla luce di ciò, è apprezzabile l’affermazione per cui il termine “patriottismo” sia un inutile ingentilimento della prospettiva nazionalista.
Immagine no Oltre al nazional-conservatorismo, l’altra fonte teorica della nuova destra è quella del cd. mondo post-liberale o conservatorismo del bene comune – Patrick Daneen e Adrian Vermeule sono i principali esponenti a destra, ma esiste anche una costola a sinistra che, brevemente, potremmo definire “comunitarista”. Queste correnti, a partire da alcuni problemi contemporanei, come la crisi climatica, il governo della tecnologia o la precarietà economica, propongono il ripristino di ruoli più stabili all’interno di un’armoniosa divisione tradizionale della società.
Per questi autori, la modernità liberale avrebbe tradito le origini cristiane (e, a volte, anche giudaiche) dell’Occidente. Individualismo, burocrazia, mercato avrebbero fatto deragliare la civiltà occidentale.
La famiglia ne sarebbe uscita disgregata, valori come modestia, carità e moderazione perduti, parallelamente alla diffusione di droga, libertinismo sessuale, aborto e omosessualità. L’atomismo del mercato avrebbe dissolto i rapporti sociali.
La comunità, le relazioni di vicinato, le piccole città non sarebbero più luoghi di incontro bensì insiemi di individui isolati. A questo “problema” hanno provato a porre rimedio anche alcuni comunitaristi di sinistra – in Inghilterra, ad esempio, c’è stato il movimento del Blue Labor, progressisti rispetto alle politiche economiche e conservatori sui valori.
Specchio di questi ultimi furono i Red Tories, tradizionalisti su famiglia e religione e attenti ad attutire i risvolti sociali delle trasformazioni economiche – il premier inglese di fine Ottocento Benjamin Disraeli ne fu campione, come racconta Karl Polanyi in La Grande Trasformazione. Con il nome di postliberalism e postleft, queste tendenze si incontrano oggi nella rivista statunitense «Compact» e, in Inghilterra, in «Unherd».
Comune è la volontà di difendere delle idealizzate comunità virtuose, apparentemente mosse dall’amore umiliato per le proprie origini e tradizioni, e di fatto brutali verso stranieri e minoranze. Politicamente, l’opzione ha una sua forza, come mostra il successo dell’estrema destra in tutto il pianeta.
Al contrario, il tentativo da parte dei nazionalisti o populisti di sinistra di ingentilire o addomesticare la violenza xenofoba in un democratico amore per la propria identità non funziona alla prova degli argomenti. Né da un punto di vista teorico, dato che non è chiaro perché i propri connazionali meriterebbero più eguaglianza e libertà di altri, né praticamente, dato che alla copia, come noto, si preferisce sempre l’originale.
Infatti, all’esclusione apparentemente moderata degli migranti, con qualche limitazione posta dai diritti umani o dalle costituzioni, si preferisce la pura brutalità del nazionalismo di destra. Il rancore per un passato perduto Come visto, la plasticità del comportamento trumpiano permette alle diverse tendenze, spesso opposte, della destra statunitense di coesistere in un’ampia coalizione.
Per tutti c’è una grande tradizione da ripristinare o un orgoglio da riscattare. In ogni caso, pur se per ragioni diverse, c’è un passato perduto alle spalle a cui porre rimedio in modo distinto.
Infatti, Trump, mentre attua misure redistributive a favore dei più ricchi, offre dei compensi immateriali sul piano del riconoscimento ai meno abbienti: la retorica MAGA contro le élite di fatto coincide con lo scatenamento del rancore contro dei capri espiatori. Chi, pensando la società come un organismo unitario da preservare, vuole maggiore solidarietà tra i membri della propria comunità finisce per accettare che essa non si realizzi sul piano materiale, ma resti confinata a quello simbolico della coesione attorno ai valori tradizionali.
La progressione che va dal nucleo familiare alla patria, richiamata da Vance, risuona nella socializzazione di molti: l’investimento emotivo in questi gruppi struttura l’identità della maggior parte delle persone. A fronte dell’impoverimento o dell’assenza di prospettive di mobilità sociale, un’appartenenza comunitaria solida pone un limite all’incertezza radicale alla quale si è esposti.
L’odio per stranieri e “devianti” costituisce così il supporto interno della propria costruzione identitaria. Che si tratti dei bianchi in generale, delle giovani famiglie o dei maschi celibi bianchi in particolare, che si invochi l’intera civiltà occidentale o le singole nazioni, l’orgoglio comunitario, attraverso la costruzione di un nemico comune, contribuisce a preservare le gerarchie esistenti.