Cultura
Il complesso rapporto tra polizia e contestatori può cambiare solo in un modo
La storia è nota, e tuttavia è utile riassumerla perché assai istruttiva. Da oltre mezzo secolo si perpetua in Italia una piccola, eppure micidiale, truffa ideologica.
Ovvero la mistificazione, fino al ribaltamento di senso, di una notissima poesia di Pier Paolo Pasolini, Il Pci ai giovani!!, pubblicata da Nuovi Argomenti (aprile-giugno 1968, n. 10).
I versi, anticipati dall’«Espresso» del 16 giugno 1968, suscitarono grande scandalo e sono stati ripetutamente e sciattamente ripresi nel corso dei decenni fino a oggi, trasformandosi in un logoro stereotipo. Secondo l’interpretazione dominante, in quel testo Pasolini si sarebbe schierato dalla parte dei poliziotti in odio agli studenti contestatori, contrapponendo i primi (proletari e sottoproletari, “figli dei poveri”) ai secondi (borghesi e piccoloborghesi, “figli di papà”).
Sulla base di questa “falsa rappresentazione”, la poesia venne utilizzata – e continua a essere utilizzata oggi – in chiave reazionaria contro i movimenti di contestazione. Eppure fu lo stesso Pasolini a denunciare la manipolazione subita dalla sua poesia:
“Nessuno […] si è accorto” che i versi iniziali erano “solo una piccola furberia oratoria paradossale, per richiamare l’attenzione del lettore […] su ciò che veniva dopo […] dove i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescio”. Questa piccola ricerca filologica, che si deve all’acribia di Davide Ferrario, riveste notevole interesse in quanto rimanda, sullo sfondo, a un problema sociologico e ideologico di significativo spessore, ovvero quale sia il ruolo degli apparati dello Stato, e in particolare di quelli titolari del monopolio legittimo della forza, nella repressione dei movimenti sociali e nella creazione di consenso intorno a essa.
E attraverso quali dispositivi il potere possa contrapporre e rendere “nemici” gruppi sociali parimenti privi di risorse che intendono conquistare spazi più ampi per tutelare i propri interessi e affermare le proprie ragioni. Questo mi porta a rievocare una vicenda che ho raccontato diffusamente nel libro Poliziotto-Sessantotto.
Violenza e democrazia, scritto con Gaetano Lettieri e pubblicato da Il Saggiatore nel 2023. Uno dei centri della mobilitazione studentesca tra l’autunno del 1967 e l’autunno del 1969 fu l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.
Essa si trova in largo Gemelli, immediatamente dopo piazza Sant’Ambrogio, dove si apriva il portone della caserma di pubblica sicurezza. Ne conseguì che tra gli studenti del movimento e gli agenti di quella stessa caserma si creasse un rapporto, quotidiano e intenso, fatto di potenziale aggressività e latente dimestichezza.
E di violenza contenuta e trattenuta. Fino a quando, il 25 marzo del 1968, una serie di fatti portarono a scontri violenti, in quel quartiere e in quelle vie, tra poliziotti e manifestanti, con numerosi feriti e arresti.
Fu proprio a seguito della particolare asprezza di quegli eventi che si aprì una dinamica sorprendente. Una parte degli agenti – si scrisse all’epoca – reclamò una sorta di spedizione punitiva contro gli studenti che occupavano l’università, mentre un’altra quota, certamente assai minoritaria, parlò per la prima volta della necessità di dotarsi di una propria organizzazione dal basso.
E, incredibilmente, la cosa ebbe un seguito. Uno sparuto gruppo di agenti, tra mille titubanze, contattò alcuni studenti dell’Università Cattolica con cui si era creata una qualche “familiarità”: quelli più presenti nei picchetti e nell’organizzazione del servizio d’ordine.
E, tra allarmi e timore di “provocazioni” da ambo le parti, tra inquietudini e sospetti, avviarono una discussione sul ruolo di un possibile futuro sindacato di polizia. Proprio in quei mesi, la Camera del lavoro di Milano aveva iniziato ad affrontare il tema, che avrebbe richiesto una lunga e faticosissima gestazione e preparazione.
Fu allora che l’idea di un sindacato di polizia – che ancora non osava ricorrere a quel nome – compì i suoi primi e incerti passi a Milano, a Venezia e a Roma. Insomma, si può dire che il conflitto tra movimenti di protesta e tutori dell’ordine pubblico, tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta, diede vita a un modello di organizzazione e di azione che finì per coinvolgere – oltre che tanti settori della società – anche le stesse forze di polizia; e indirizzò progressivamente queste ultime verso l’adozione di uno schema di mobilitazione ispirato ai moduli della contestazione studentesca e giovanile che avevano dovuto fronteggiare, e con cui si era creato uno stato di costante tensione, tentato dal ricorso alla violenza.
È la conferma dell’esistenza di un robusto tessuto connettivo che avvicina le azioni e i destini di soggetti che pure sembrano muoversi secondo una logica antagonistica. E quelle due vicende di oltre mezzo secolo fa, sopra ricordate, possono aiutare a spiegare il legame profondo tra movimenti di protesta e apparati della repressione.
In estrema sintesi, definisco Contestazione l’azione collettiva dei movimenti sociali e le loro manifestazioni pubbliche e Repressione l’attività di contenimento e respingimento di queste ultime. Ciò può consentire di individuare più puntualmente le relazioni intercorrenti tra la prima e la seconda, i molti fili che le uniscono e la fitta trama di reciproche influenze che arrivano a determinare la comune appartenenza a un medesimo spazio emotivo e psichico.
È qui che Contestazione e Repressione scoprono le molte aree di sovrapposizione e condivisione e come l’una possa funzionare, magari in negativo, da calco e modello per l’altra. È una ulteriore prova del fatto che il legame tra Contestazione e Repressione non sia catalogabile sotto l’unica etichetta dell’odio reciproco e che il sentimento di avversione che mobilita gli uni contro gli altri – diciamo: poliziotti contro manifestanti e viceversa – non dia conto adeguatamente della complessità di quel rapporto conflittuale.
In altre parole, se è certamente vero che tra contestatori e poliziotti continui a non correre buon sangue, la reciproca ostilità ha il sapore delle lacerazioni domestiche, delle risse familiari e, infine, delle guerre fratricide. Ma facciamo un passo indietro: dove ha origine tanto accumulo di aggressività?
E come si manifesta ancora oggi? Non c’è dubbio, infatti, che nonostante i cambiamenti avvenuti all’interno del sistema delle istituzioni, e nonostante le profonde trasformazioni nella composizione sociale delle nostre comunità e, di conseguenza, nei movimenti collettivi, dal 1945 a oggi si può cogliere un elemento di forte continuità nelle relazioni conflittuali tra il Cittadino e il Poliziotto.
Se si esclude quello che chiamerei odio sistemico, nutrito dalla criminalità organizzata – di natura “esistenziale” e profondamente antistatuale –, le altre forme di antagonismo, che contrappongono alcuni segmenti della popolazione alle forze di polizia, hanno una origine comunitaria, o meglio: sottocomunitaria. E sono essenzialmente tre.
La forma di ostilità aggregata intorno al tifo calcistico (ma anche intorno ad altre discipline sportive), quella che nasce e si sviluppa nella vita di quartiere, quella di natura più direttamente politica. Qui, per ragioni di spazio, mi soffermerò sulla prima, considerando che queste tre diverse tipologie d’odio presentano alcuni tratti comuni.
Innanzitutto un forte insediamento territoriale: la squadra per la quale si fa il tifo, e in nome della quale ci si batte contro i membri dell’opposta fazione e contro le forze di polizia, appartiene al territorio in cui si vive e ne è espressione. E quegli stessi luoghi costituiscono la base materiale e il sistema di relazioni che vengono difesi rispetto all’imposizione di presenze estranee, come gli agenti di polizia, e di norme altrettanto estranee, come quelle del codice penale e delle istituzioni statuali.
In questo contesto, le forze di polizia richiamano nell’immaginario ultrà le figure classiche delle truppe di occupazione, strumenti di un potere nemico, lontano e straniero. Tutto ciò può essere incentivato e rafforzato dal riferimento a una ideologia di tipo radicale, collocata all’estrema destra o all’estrema sinistra dello spettro politico: ma anche in questo caso risulta determinante il connotato locale e localistico dell’appartenenza.
Si può dire, in generale, che il ricorso alla violenza, o l’evocazione di essa, si fondi in ogni caso sull’enfatizzazione di una identità territoriale e comunitaria che si avverte minacciata da un’autorità esterna. È possibile smontare e disarmare un simile meccanismo bellico?
Mezzo secolo fa, Gianfranco Manfredi cantava a proposito di un “teppista” dell’epoca: “E si dice: se ci fosse più lavoro/se il quartiere somigliasse meno a un lagher/non farebbe certo il cercatore d’oro/assalendo il fattorino delle paghe”.
Irrideva amaramente, così, il velleitarismo dei progetti di riforma urbanistica e sociale finalizzati a ridurre il tasso di emarginazione e di violenza nei ghetti urbani: strategie largamente fallite. Eppure è da lì, dai luoghi di una socialità sempre più friabile, che bisogna partire.
Ma resto convinto che ciò che è davvero dirimente è la riforma radicale dell’altro soggetto: la polizia, appunto. Quest’ultima continua a rivelare, infatti, uno spaventoso deficit di formazione: sotto il profilo culturale e psicologico, oltre che sotto quello tecnico-operativo.
Per ragioni storiche tutt’altro che superate, il senso comune e la percezione diffusa all’interno delle forze di polizia tendono ad assimilare la figura del manifestante, del dissidente, del contestatore a quella del Nemico. Non un cittadino che, nel protestare, esercita un proprio diritto inalienabile, bensì una minaccia per l’ordine costituito: un soggetto pericoloso da mettere nelle condizioni di non nuocere.
È il ribaltamento di un fondamentale principio del nostro ordinamento giuridico, da cui tutto deriva. Il cittadino che viene fermato non si trova più nella pienezza del godimento dei propri diritti, ma in uno stato di sottomissione.
È la cronaca di tante illegalità e di tanti abusi consumati nel corso di mobilitazioni pubbliche e all’interno dei luoghi di controllo e di detenzione lungo questi ottant’anni di vita repubblicana. Qui non si vogliono sottovalutare in alcun modo le responsabilità dei movimenti sociali, dei sindacati e dei partiti, e anche quelle di tanti attivisti militanti e singoli cittadini, nel contribuire a questo stato di tensione permanente che connota la gestione dell’ordine pubblico in Italia.
In tanti abbiamo sbagliato e in tanti siamo stati incapaci di offrire all’espressione pubblica del dissenso un quadro di regole e di limiti che potessero mantenerlo nell’alveo della legalità e dell’azione nonviolenta. Ma è difficile negare che la responsabilità maggiore sia da attribuire al soggetto che rappresenta lo Stato, che è titolare del monopolio legittimo della forza e che può contenere e ridurre, più di qualunque altra autorità, il ricorso alla violenza.
Tra l’altro, è questo soggetto pubblico che si è mostrato pervicacemente contrario a una normativa in grado di svolgere un ruolo virtuoso in situazioni di disordine. Mi riferisco al provvedimento relativo all’identificazione degli operatori di polizia nel corso della loro attività di controllo dell’ordine pubblico.
Una misura, cioè, che prevede l’obbligo per gli agenti di portare sulla propria divisa un codice alfanumerico in modo visibile, così da permettere ai cittadini di indicare, attraverso la segnalazione di quel codice, chi, in un determinato contesto, ha commesso abusi e azioni illegali e ha adottato comportamenti violenti. Chiariamo subito: non ci sarebbe in alcun modo il rischio di una “gogna mediatica”, e tantomeno di una istigazione alla violenza, verso questo o quell’operatore, in quanto a quel codice identificativo potrebbe accedere esclusivamente il magistrato inquirente.
E solo allo scopo di appurare l’identità del presunto responsabile di reato e tramite il collegamento tra quel codice e il nome e cognome dell’agente, conservati in una banca dati e periodicamente aggiornati. Sebbene la Corte europea dei diritti umani abbia ripetutamente richiesto l’introduzione di tale misura, in particolare quando gli agenti operino a volto coperto, l’Italia non si è dotata di una normativa in materia, presente negli ordinamenti di 22 paesi dell’Unione.
Il decreto sicurezza del governo Meloni del 2025 ha previsto l’adozione di videocamere per il personale di polizia, ma sembra lasciare agli agenti la possibilità di accendere, spegnere e orientare il dispositivo, permettendo loro di selezionare a propria discrezione le immagini. Attenzione: non intendo attribuire al codice identificativo chissà quale capacità miracolosa e chissà quale funzione risolutiva, ma è indubbio che potrebbe consentire un notevole passo avanti sul piano della trasparenza e della visibilità di ciò che in genere resta oscuro.
Un agente identificabile è un agente che sa di doversi assumere le proprie responsabilità, ed è consapevole di dover rispondere dei propri atti, errori compresi. E questa possibilità di “vedere” la polizia e di poterne individuare eventuali comportamenti sbagliati avrebbe un ulteriore effetto: quello di depotenziare e razionalizzare l’antagonismo “istintivo”, sottrarlo a una dimensione solo emotiva e indirizzarlo verso una attività di controllo e vigilanza secondi i principi propri di una democrazia matura.