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Domenica 26 aprile 2026 ore 07:47

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L’intelligenza artificiale è una bolla pronta a esplodere?

Domenica 26 aprile 2026 ore 07:47 Fonte: Valigia Blu

Riassunto generato dall'IA dell'articolo "L’intelligenza artificiale è una bolla pronta a esplodere?". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.

L'intelligenza artificiale si trova in una fase critica, con i "Magnifici Sette" che investono enormi somme in infrastrutture, mentre emergono problematiche significative legate alla sostenibilità e alla gestione di tali investimenti, suggerendo che la situazione potrebbe trasformarsi in una bolla finanziaria pronta a scoppiare. Questo scenario non rappresenta soltanto una sfida dal punto di vista tecnologico, ma solleva anche interrogativi sul rischio economico associato a un settore in rapida evoluzione, che potrebbe rivelarsi più fragile di quanto si pensi.
L’intelligenza artificiale è una bolla pronta a esplodere?
Valigia Blu

Immaginate di guidare una Ferrari a 300 all’ora verso un orizzonte che continua a spostarsi, sapendo che quella vettura è costata triliardi e il carburante ve l’hanno prestato. Se vi fermate i creditori vi raggiungeranno, e certe cifre possono far diventare la gente, beh, sgradevole.

Questo è al momento il mercato azionario che ruota intorno all’intelligenza artificiale. I "Magnifici Sette" - Apple, Meta, Amazon, Google, Tesla, Microsoft e Nvidia - controllano ormai il 30% dell'intero S&P 500, il più importante indice azionario statunitense, una concentrazione che minaccia di sfiorare il 40%.

Non siamo di fronte a una rivoluzione tecnologica organica, ma un processo subappaltato a una narrazione di espansione che ricorda un po’ troppo la crisi dei subprime del 2008. La maggior parte del loro sforzo d'investimento di questi big è indirizzato all'IA, o almeno a quella simulazione probabilistica che ci spacciano per tale.

E la cosa non sta funzionando come dovrebbe. L'ansia è palpabile anche nei piani alti di Davos.

Al World Economic Forum, l'atmosfera è passata dal messianismo tecnologico al damage control preventivo. Satya Nadella, CEO di Microsoft, ha già iniziato ad avvertire che l'IA potrebbe diventare una bolla se l'adozione non sarà massiccia.

È una strategia di colpevolizzazione del mercato piuttosto palese: se il castello crolla, la colpa non sarà di chi ha sovrastimato il prodotto, ma delle aziende "reali" (farmaceutiche, manifatturiere, editoriali) che non lo implementano con la velocità pretesa dai mercati. Nadella ha persino implorato di non usare il termine "slop" (eletto parola dell'anno dal Merriam-Webster) ovvero spazzatura, per descrivere i content IA di bassa qualità (cioè quasi tutti) che inquinano il web.

Che però, diciamocelo, al momento è la definizione più calzante. credits: Merriam-Webster Microsoft da quel punto di vista sta provando a fare quello che fece a fine anni ‘90, quando rese molto accessibili i propri prodotti in modo da condizionare l’adozione delle tecnologie informatiche al loro brand.

Se possedete un PC windows avrete notato sicuramente l’inclusione forzata della sua IA Copilot in diversi ambienti del sistema operativo, con alcuni strascichi anche nell’hardware: alcuni modelli di laptop, MSI tra gli altri, hanno sostituito uno dei tasti nativi Windows che attivano il menu principale del sistema con un bottone dedicato all’apertura della chat LLM del gigante di Redmond. Un tentativo piuttosto rozzo di rendere l’assunzione della tecnologia il più rapida possibile tra gli utenti.

Il fatto che molti abbiano iniziato a chiamare l’azienda Microslop non deve essere piaciuto affatto ai piani alti, ma non li ha scoraggiati. Di cosa parliamo in questo articolo:

Il trucco dei bilanci: "Round-Tripping" e l'azzardo trilionario Il CEO di Nvidia, Jensen Huang Il caso Ohio e il gioco di Musk "Workslop", digital sweatshop e l'ansia da controllo dell'1% ll Paradosso di Solow sotto steroidi L’utenza ha capito i rischi, in particolare i giovani Rifiutare il copione Il trucco dei bilanci:

"Round-Tripping" e l'azzardo trilionario I numeri però non tornano e non sono mai tornati. L’analista David Cahn di Sequoia Capital ha sollevato il velo: per giustificare le spese attuali in infrastrutture, l’industria dovrebbe generare 600 miliardi di dollari di fatturato annuo.

Oggi, ne incassa solo una frazione. Come riportato da Derek Thompson su Work in Progress, la spesa privata per l'IA ha superato i 700 miliardi di dollari, una cifra superiore alla spesa di picco annuale combinata per il Progetto Manhattan, il programma Apollo e il boom dell'elettricità degli anni '40.

L'inchiesta svela un azzardo sul credito con pochi precedenti documentati. Le Big Tech stanno accumulando una montagna di debito junk  (cioè ad alto rischio di insolvenza) che ha superato i 200 miliardi di dollari.

La società di consulting economico Morgan Stanley prevede che la spesa per i data center toccherà i 2,9 triliardi entro il 2028. L'aspetto più inquietante è la natura “circolare” degli accordi:

Nvidia investe fino a 100 miliardi in OpenAI, che usa quei soldi per ricomprare chip Nvidia. È un "wash trading" che gonfia le valutazioni, una bolla circolare costruita sull’estrazione ossessiva dei dati che richiama tra le altre cose il recente fallimento del metaverso.

Oracle ha appena annunciato piani per raccogliere 50 miliardi per potenziare il suo cloud, esponendosi a un flusso di cassa negativo per anni in attesa di un ritorno che Jim Covello (Goldman Sachs) definisce improbabile, dato che l'IA è una soluzione costosissima per compiti a basso costo. Il CEO di Nvidia, Jensen Huang Il caso Ohio e il gioco di Musk Mentre la finanza trova soluzioni di retroguardia, l'IA sequestra le risorse fisiche del pianeta.

Per alimentare i data center, Microsoft ha ottenuto la riapertura del reattore nucleare di Three Mile Island, legando server privati a infrastrutture critiche nazionali. Ma il vero costo si misura sul territorio.

In Ohio, che ospita circa 200 data center, il progresso è diventato un parassita energetico, le bollette sono salite, potrebbero arrivare a un più 70 dollari al mese entro due anni, e ogni struttura consuma il quantitativo di acqua giornaliero di una cittadina di 20-30mila abitanti circa. Non mi soffermerò sull’inquinamento da nitrati delle falde acquifere.

Il caso di Ark Data Centers è un investimento da 136 milioni di dollari che impatta su intere comunità aumentando il costo della vita di tutti, per creare appena dieci posti di lavoro. Per contestualizzare: un'azienda di cemento con meno capitale ne crea 125; una farmaceutica 120.

L'IA succhia capitali immensi restituendo briciole. Ark ha inoltre ottenuto sussidi per 4,5 milioni, ovvero 450.000 dollari di tasse abbuonate per ogni singolo posto di lavoro creato.

Intanto Google ammette un aumento delle emissioni del 48%. In questo scenario, Elon Musk attua un gioco delle tre carte: la possibile fusione tra SpaceX e xAI suggerisce il drenaggio di liquidità da un'azienda che produce valore reale (lanci spaziali) per alimentare il sogno di mandare data center nello spazio.

Ovviamente dopo una serie di licenziamenti per mantenere alto l’utile e non spaventare gli azionisti. "Workslop", digital sweatshop e l'ansia da controllo dell'1% Quando si parla di jobapocalypse, Disney è il caso scuola: come documentato da Forbes, la ristrutturazione colpisce i creativi per rimpiazzarli con automazioni, atto denunciato dal concept artist Wesley Burt, e spesso i modelli vengono istruiti proprio con il lavoro di quelli che poi vanno a rimpiazzare.

Ma l'inchiesta svela una verità ancora più cinica: l'IA è spesso solo un paravento per l'outsourcing selvaggio. Come spiegato da JP Gownder di Forrester AI in un'intervista a The Register, le aziende licenziano con la scusa dell'automazione per poi assumere team a basso costo in India poche settimane dopo.

Secondo la sociologa Tressie McMillan Cottom, questa narrazione è "un’ansia collettiva che le persone ricche hanno su quanto bene saranno in grado di controllarci". I dipendenti rimasti devono gestire il "workslop": una melma di contenuti a bassa qualità prodotta dalle macchine che richiede più tempo per essere corretta che per essere prodotta da zero.

L'IA non è autonoma; è alimentata da “Digital Peonage” come quello di Scale AI che sfrutta lavoratori sottopagati in Kenya e Filippine. È lo schema emerso dal leak di Mercor, manovalanza sottopagata e oberata esposta a software di controllo, continuamente licenziati e riassunti con condizioni via via peggiori, qualcosa che sembra fast fashion in versione digitale. ll Paradosso di Solow sotto steroidi Oltre alle connotazioni etiche la tecnologia in sé sta già mostrando il fiato corto.

Siamo di fronte alla riedizione del Paradosso di Solow avvenuto tra gli ‘80 e i ‘90 con l’informatizzazione e internet: vediamo la nuova tecnologia ovunque, tranne che nelle statistiche sulla produttività. Forrester segnala che l'aumento della produttività semplicemente non si vede, e un notevole studio del MIT rileva che il 95% delle aziende ha visto zero crescita nei ricavi.

Il ricercatore Yoshua Bengio, pioniere nello studio delle reti neurali, ha dichiarato al Guardian che potremmo aver colpito un muro invisibile, indirizzandoci verso un imminente crash finanziario. Certo ai tempi della prima rivoluzione informatica il fenomeno si risolse naturalmente nel giro di qualche anno, ma ora ci sono delle differenze sostanziali: il costo marginale non scende, negli anni ‘80 le tecnologie diventavano meno costose ogni anno che passava, a volte dopo pochi mesi, ora sta avvenendo il contrario.

Non c’era il workslop e non c’era il model collapse, cioè la caratteristica che hanno i modelli di istruirsi con contenuti di bassa qualità generati da altri modelli che porta all’effetto “fotocopia di fotocopia”. Per giustificare gli investimenti crescenti, la fame di energia e infrastrutture, l'industria ha bisogno del mito dell'AGI (Intelligenza Artificiale Generale).

David Cahn lo ammette candidamente nel suo Substack: «Niente di meno dell'AGI giustificherà questi investimenti». Ma siccome l'AGI resta una chimera, e soprattutto semplicemente gli LLM non sono strutturati nativamente per andare in quella direzione, i CEO iniziano a prendere le distanze dal termine.

La resa pratica è arrivata con l'inserimento di annunci pubblicitari in ChatGPT e con la chiusura di Sora nonostante un deal miliardario con Disney. Ma gli scricchiolii sono si sentono solo dalle parti di Sam Altman, ormai da settimane Google ha ridotto le risorse del suo Gemini, imponendo un limite all’uso della versione pro per gli utenti con abbonamento base alla suite IA (circa 20 dollari mensili) e riempiendo l’interfaccia della chat di tasti che spingono all’upgrade da 130 dollari.

Mentre Anthropic ha appena rimosso l’opzione code, la sua punta di diamante, dal suo abbonamento pro (stesso tier di costo di Gemini) a Claude.ai, relegando la funzione alle versioni superiori che partono da 100 dollari. Un aumento di cinque volte.

E come se non bastasse siamo nel pieno del già citato Model Collapse e nella Dead Internet Theory, confermata dal fatto che ChatGPT ha faticato per molto tempo a generare persino un poster dell'alfabeto per bambini (anche se è appena uscita la nuova versione del suo generatore immagini che riesce ad accedere a dati web in tempo reale, vedremo se durerà più di Sora). La causa del New York Times contro OpenAI e la battaglia di Getty Images potrebbero segnare la fine dell'estrattivismo selvaggio.

A quel punto ai modelli resterebbe davvero poco più del loro stesso slop su cui istruirsi, incrementando ulteriormente il degrado degli output. I segnali non tanto della crisi imminente, quanto della bolla e di come funzioni, sono tra l’altro parecchio diversificati.

Non sono solo i big ad essere in difficoltà e a mostrare i sintomi di un mercato isterico che si basa più sul’hype che sui dati. Il caso del brand di calzature Allbirds che ha chiuso per diventare un fornitore di servizi AI gli ha portato una impennata degli stock del 700%.

È durata pochi giorni, l’azienda non possedeva nessuna infrastruttura per concretizzare il progetto. Il tonfo si è sentito da qui, ma intanto qualcuno ha liquidato i suoi asset ed è scappato coi soldi.

Durante la febbre per le crypto i casi simili non si contavano, e abbiamo visto come è andata a finire. La magnitudine di quel fenomeno era una frazione dell’ossessione per l’IA del mercato attuale.

L’utenza ha capito i rischi, in particolare i giovani E questo escludendo il fatto che il grosso pubblico detesta questa tecnologia, specie i gen-z. Se storicamente i giovani hanno abbracciato le nuove tecnologie come motori del cambiamento, l'IA sembra fare eccezione.

Un sondaggio Gallup/GSV Ventures evidenzia una profonda ambivalenza in questa demografica: il 48% ritiene che i rischi sul lavoro superino i benefici, e l'80% crede che l'uso dell'IA come scorciatoia renda l'apprendimento più difficile. L'entusiasmo per l'IA è calato del 14% in un anno, e la rabbia è cresciuta dal 22% al 31%.

Tale scetticismo, alimentato dal timore che l'IA non migliori le capacità cognitive ma le metta a rischio, si traduce in azioni concrete: il 44% dei lavoratori gen-z ha ammesso di aver sabotato le implementazioni di IA sul posto di lavoro, temendo la perdita di posti e l'aumento paradossale del carico di lavoro. Questa disaffezione giovanile è un segnale di allarme significativo.

Sul web proliferano software open source tipo “Winslopr”, creati apposta per eliminare tutti gli elementi IA da Windows 11. Mentre quando Nvidia ha mostrato i video con il suo nuovo sistema di miglioramento grafico basato su IA, il DLSS5, che fa somigliare i personaggi dei giochi a vecchie generazioni pre Nano Banana o a filtri Tiktok, il feedback negativo è stato tale che il CEO è andato in un aggressivo controllo dei danni e il video ufficiale su youtube al momento ha poco meno di 4mila like contro quasi 25mila dislike.

Non è una cosa che succede tutti i giorni. Intanto Palantir ha pubblicato un manifesto programmatico, una sintesi in 22 punti del libro The Technological Republic del CEO Alex Karp, che tra le altre cose, parla di inevitabilità delle armi IA come nuova deterrenza che andrà a sostituire quella nucleare.

Il documento è il solito delirio tecno feudale a cui Karp e quelli come lui ci hanno abituato da anni, e non è neanche astruso a livello di alcune uscite del suo finanziatore Peter Thiel, ma - sorvolando su quanto sembri cucito addosso alla retorica america first MAGA in un chiaro tentativo di stringere ulteriormente il legame tra i nuovi tech-bros e il trumpismo che li vorrebbe totalmente privi di lacci o lacciuoli - è abbastanza evidente che lo spostamento dell’adozione IA dal mercato consumer a quello militare sia una strategia di mantenimento del valore dell’asset. Perché semplicemente, come lamenta Nadella di Microsoft, il pubblico non la sta usando quanto dovrebbe, le aziende non la stanno adottando abbastanza, non sta ripagando a sufficienza i costi, e forse è impossibile che ci riesca.

L’uso militare e i soldi statali sono probabilmente l’ultima opportunità per evitare il crack. Rifiutare il copione Il futuro dominato dall'IA non è un destino ineluttabile, ma una costruzione del potere.

Come ricordano la McMillan Cottom o il Prof. Christoper Brown, anche la schiavitù era considerata un fatto della vita inevitabile dai beneficiari dell'epoca.

Oggi, il CEO di Google dice che dovremo soffrire mentre l’AI passa la società nel tritacarne, e la jobapocalypse inizia a sembrare più reale di quel che credevamo, ma è un copione che possiamo e dobbiamo rifiutare. Dire di no alla narrazione che “tutto è già deciso” è un primo passo.

Se i miliardari usano l’IA per solidificare il loro controllo e il potere, il nostro rifiuto è la visione del futuro dove abbiamo un ruolo non solo da osservatore passivo. Chiedere governance, regole nuove e una drastica revisione del modello è imprescindibile.

Quando la bolla inevitabilmente scoppierà pagheremo noi, come sempre, il costo. Perché così funziona il capitalismo.

Ma c’è ancora una possibilità per rendere l’impatto meno devastante. Non cedere a queste narrazioni, non farne parte, è solo un passo per limitare i danni.

O quanto meno per non essere complici.  

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