Cultura
Questo spostamento de I promessi sposi in quarta liceo s’ha da fare
Le abbiamo attese a lungo, le nuove Indicazioni nazionali per i licei: quelle che qualche giornalista sbrigativo continua a chiamare “programmi”. Le abbiamo attese al varco, soprattutto da quando un anno fa, le Indicazioni per le scuole primarie e secondarie di primo grado diedero a molti osservatori la sensazione di un imperioso ritorno all’ordine: alle poesie a memoria, al latino, a una Storia più rigorosamente occidentale, e così via.
Così, quando finalmente abbiamo potuto scorrere le bozze, forse siamo rimasti un po’ delusi. Anche stavolta si ha la sensazione di un documento composito, non solo stilato da mani diverse (com’è giusto che sia), ma da autori che tra loro non sempre dialogano, o forse a un certo punto hanno deciso di non dialogare: non condividono nemmeno l’ortografia.
Di spunti interessanti ce ne sono parecchi, ma stavolta ad attirare l’attenzione dei giornalisti è stato lo spostamento della lettura dei Promessi sposi dal secondo anno al quarto. Un dettaglio tutto sommato secondario, ma decisamente in controtendenza rispetto a quanto potevamo aspettarci.
Lo stesso Valditara ha messo immediatamente le mani avanti, confessando le sue “perplessità” sulla specifica questione. Le indicazioni (lo dice il nome) non sono obblighi: gli insegnanti possono continuare ad affrontare il romanzo di Manzoni nel momento in cui preferiscono (in teoria potrebbero anche saltarlo del tutto).
Ma intorno alle Indicazioni ruota l’editoria scolastica, che trova nell’incessante opera riformatrice dei ministeri un’ottima occasione per giustificare nuove edizioni aggiornate e corrette; e l’attesa dei genitori, che i libri li comprano, e in generale si aspettano che a scuola l’insegnante segua un determinato “programma”, molto spesso tarato sui ricordi delle loro esperienze scolastiche. La sensazione è che i più critici nei confronti dello spostamento dei Promessi sposi siano stati appunto giornalisti e polemisti che a scuola non ci mettono piede da decenni, e che di solito approfittano dello spunto per celebrare la propria formazione: la scuola che rimpiangono è sempre la scuola che li ha formati; la scuola che non funziona è invariabilmente quella che è arrivata dopo, in seguito a oscure riforme, spesso più immaginarie che reali (ci sono giornalisti davvero convinti che una generazione di studenti sia stata valutata con il “6 politico”, o che i voti siano stati a un certo punto sostituiti da faccine sorridenti e tristi: non sto esagerando, potrei citare articoli che sono veramente stati pubblicati).
Man mano ci si allontana dalle redazioni e ci si avvicina alle scuole reali, l’accorata difesa dei Promessi sposi cede a un senso di rassegnazione, e a volte di liberazione: finalmente potremo usare il secondo anno per leggere qualcosa di comprensibile. Claudio Giunta, che come direttore del gruppo di lavoro su lingua e letteratura ha lasciato sul documento un’impronta inconfondibile, ha già avuto occasione di replicare, ricordando che l’abitudine di leggere i Promessi Sposi a sedici anni dipende da una scelta compiuta nel 1870, quando il romanzo poteva ancora essere considerato un “classico contemporaneo”.
A un secolo e mezzo di distanza, non solo la lingua di Manzoni non è più così immediatamente fruibile (forse tutto sommato non lo era nemmeno allora), ma soprattutto gli studenti liceali non sono più esclusivamente i rampolli delle buone famiglie: oggi provengono da ogni ceto sociale, a volte da famiglie in cui non si parla italiano, e di fronte alla frase «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno» hanno ancora bisogno che sia loro ricordato che il “ramo” non è quello di un albero, che “volgere” non significa “voltare”, né “mezzogiorno” sta per le 12 in punto. Non mancano, del resto, insegnanti che rivendicano lo studio dei Promessi sposi proprio in quanto testo difficile, che ricompenserebbe lo studente con la soddisfazione di essersi cimentato per la prima volta con un monumento letterario.
Ma siccome molti degli stessi studenti fino all’anno prima citano come letture preferite Geronimo Stilton o i Diari di una schiappa, l’ipotesi che prima di affrontare il monumento ci si possa fare le ossa con testi meno terrorizzanti non sembra affatto campata in aria: anzi le Indicazioni per una volta sembrano davvero avere interpretato una riflessione degli insegnanti sul campo. Del resto, se l’aspettativa media di vita cresce, non è così sbagliato accettare che l’età adulta slitti un po’, e con essa le letture più impegnative.
Detto questo, non trovo difficile immaginare che in molte sale insegnanti prevalga, almeno all’inizio, un certo smarrimento: e ora che si fa in seconda? I manuali nuovi ci metteranno un paio d’anni a registrare il cambiamento.
E nel frattempo? Nel frattempo ognuno è libero di programmarsi come vuole, ma tanta libertà può fare paura a insegnanti che comunque temono il giudizio dei colleghi, dei dirigenti, a volte persino degli studenti.
Forse il vero motivo per cui i Promessi sposi hanno funzionato così bene per un secolo e mezzo ha anche a vedere con l’inerzia: il monumento era così grande, così poco discutibile, che toglieva completamente l’impaccio di capire di cos’avessero bisogno i 15-16enni che si approcciavano allo studio della letteratura: ecco, la letteratura in seconda era il lago di Como, Don Abbondio, i bravi, la notte delle beffe, l’assedio ai forni, e così via. La didattica consisteva sostanzialmente in lunghe sessioni di lettura in classe, su testi finemente glossati dai migliori critici letterari; alla fine di qualche capoverso l’insegnante faceva il punto, e verso la fine della lezione assegnava infallibilmente il riassunto del capitolo intero: una pratica che, prima dell’avvento di Wikipedia e poi di ChatGPT, aveva fatto la fortuna delle edizioni Bignami.
Anche chi proponeva nuovi approcci didattici, accettava l’esistenza del monumento manzoniano come una sfida: così abbiamo visto i Promessi sposi diventare, di manuale in manuale, una palestra di scrittura creativa o un labirinto da risolvere con gli strumenti della narratologia. Io invece proiettavo i fumetti in classe, facendo recitare i ragazzi.
Ogni trucco alla fine poteva andar bene, purché fosse Manzoni. Alla fine la difficoltà del testo stimola la creatività: altri libri basta aprirli e leggerli.
Può darsi che questo sia uno dei segreti motivi del successo scolastico dei Promessi sposi (e della Divina commedia): sono libri che rendono necessaria la presenza dell’insegnante come mediatore, che spieghi a volte parola per parola, concetto per concetto, mettendosi tra lettore e testo – e parliamo di un testo che già di suo sembra affidato alla voce narrante di un maestro che ha un’opinione su tutto quello che succede, e non si perita praticamente mai di esprimerla. Forse in Manzoni molti insegnanti finiscono per specchiarsi: anche loro condividono la stessa ansia di spiegare più cose possibili, di aprire lunghe ma necessarie divagazioni, di moraleggiare ma non troppo, simpatizzando ma non troppo, di condire tutto con un po’ di ironia che però in molti casi va spiegata, ecc. ecc.
La stessa cura che l’autore aveva per i suoi “venticinque lettori”, l’insegnante la prova per i suoi ventotto studenti che forse sì, preferirebbero leggere testi meno mediati e più contemporanei: ma da un certo punto in poi li potrebbero leggere da soli, a casa, senza bisogno dell’insegnante, il quale a quel punto si domanderebbe a cosa serve. Mentre durante la lettura in classe dei Promessi sposi, l’insegnante sa sempre benissimo a cosa serve.
Ai monumenti col tempo ci si affeziona – servono anni, e forse aiuta molto andarsene per un po’ da quella piazza, da quella città: dopodiché un giorno ti ci ritrovi e il cuore ti fa un balzo. Sui Promessi sposi abbiamo tutti passato almeno un anno: quasi nessuno l’ha letto completamente (io stesso ho qualche dubbio), tutti probabilmente ne abbiamo sonnecchiato almeno un capoverso – ma tutti ne ricordiamo per sommi capi la trama, tutti possiamo citare frasi e situazioni.
Siamo italiani, dopotutto: per molto tempo non abbiamo avuto un punto di riferimento unitario, una sola capitale, una sola corte, una sola accademia: tutto il contrario. Non ci siamo incontrati nemmeno sui testi sacri: mentre in Germania Martin Lutero li traduceva in tedesco, i nostri vescovi ne mettevano all’indice le traduzioni in italiano.
Così alla fine ci siamo ritrovati tutti quasi per caso su un romanzo storico dell’Ottocento, abbiamo deciso che tutto sommato funzionava, e ce lo siamo tenuti – forse è andata un po’ come con Fratelli d’Italia, che per quarant’anni è rimasto l’inno provvisorio, dopodiché hanno iniziato a cantarlo anche i calciatori. A volte mi domando se quello di Manzoni è davvero il capolavoro che abbiamo deciso che fosse – se la straordinaria complessità che ci ritroviamo non sia il risultato dell’attenzione spasmodica che generazioni di lettori hanno esercitato sullo stesso testo, nel tentativo di non addormentarsi sulle interpretazioni dei glossatori precedenti.
Se il successo di Manzoni non abbia fatto ombra ad altri testi coevi (Le confessioni di Nievo?). Sono dubbi che di solito si dissolvono appena riapro la vecchia edizione che mia madre mise da parte coi suoi risparmi, il commento di Momigliano.
Uno dei problemi dei Promessi sposi, in effetti, è che è davvero un capolavoro: che continua a illustrare caratteri dell’italianità, e dell’umanità, con un’efficacia che tanti autori contemporanei si sognano, fornendo all’insegnante medio uno strumento che continua a sorprenderci, anno dopo anno, per la sua duttilità. Immaginate per un attimo di dover commissionare a uno scrittore un libro che ci permetta di discutere, a scuola, degli argomenti che più ci stanno a cuore, come collettività: e quindi per esempio dei problemi connessi al mancato rispetto delle leggi (vedi l’Azzeccagarbugli), all’intimidazione mafiosa («questo matrimonio non s’ha da fare!»), alle violenze di genere («Scommettiamo?»), alle fake news (la notte degli imbrogli) ai problemi connessi all’eccessivo sfruttamento delle risorse (la carestia), alla gestione irresponsabile dell’economia (l’assalto ai forni), all’irresponsabilità di chi conduce le nazioni alla guerra… Ecco, un libro del genere, miracolosamente esiste, e a scuola lo stiamo già leggendo – nel 2020 scoprimmo che Manzoni aveva previsto persino i novax!
Allo stesso tempo forse tutta questa complessità è un po’ sprecata su dei 14enni che anche quando leggono, di solito stanno ancora oscillando tra fantasy, romance e altri generi young adult. In quarta superiore sarà diverso, i Promessi sposi rientreranno nel loro contesto ottocentesco, tra romanticismo e realismo.
Per qualche insegnante sarà come troncare un cordone ombelicale: e pazienza. «Anche il bambino, dice il manoscritto, riposa volentieri sul seno della balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che l’ha dolcemente alimentato fino allora; ma se la balia, per divezzarlo, la bagna d’assenzio, il bambino ritira la bocca, poi torna a provare, ma finalmente se ne stacca; piangendo sì, ma se ne stacca».