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Curarsi con le parole: “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi

Mercoledì 15 aprile 2026 ore 08:02 Fonte: Lucy. Sulla cultura
Curarsi con le parole: “Lo sbilico” di Alcide Pierantozzi
Lucy. Sulla cultura

Un gioco, quello che per me era un gioco, che facevo da bambino, non credo di essere il solo, era quello di imparare le parole. In quel momento della vita in cui la nostra memoria è puro prodigio, passavo la giornata a incamerare il mondo sotto forma di lemmi uditi per la prima volta, e la sera – almeno è questo quello che raccontano i miei – mi mettevo nel letto a ripetere la lista del vocabolario imparato nella giornata, come se downloadassi il carico linguistico della ram della corteccia prefrontale all’ippocampo e alle aree neocorticali per conservare con un backup mentale più profondo.

Mio padre e mia madre potevano ascoltare dall’altra parte della parete il processo avvenire in diretta. La sensazione di conoscere parole nuove riguarda un particolare tipo di piacere.

Un articolo del 2014 intitolato The Role of Reward in Word Learning and Its Implications for Language Acquisition mostra come l’apprendimento di nuove parole attivi, anche negli adulti, non solo le aree classiche del linguaggio ma anche i circuiti di ricompensa neuronali, in particolare il nucleo ventrale dello striato, un’area profondamente coinvolta nella motivazione e nella codifica di ricompense. Questa attivazione non si limita alle ricompense primarie (come cibo o stimoli fisici), ma include ricompense astratte associate al successo cognitivo: il fatto stesso di apprendere correttamente una parola o di ricevere un feedback positivo ci dà piacere.

Un articolo del 2015, A universal role of the ventral striatum in reward-based learning: Evidence from human studies, articola il meccanismo per cui l’apprendimento per rinforzo ci permette di adattare il comportamento per massimizzare le ricompense, attraverso il segnale dell’errore di predizione: i neuroni dopaminergici emettono scariche fasiche per ricompense impreviste, non rispondono se la ricompensa è prevista e riducono l’attività se una ricompensa attesa viene omessa.

Questo segnale, inviato al ventrale striato, favorisce la plasticità sinaptica attraverso una «regola di apprendimento a tre fattori», che richiede l’attivazione pre-sinaptica, post-sinaptica e il rilascio di dopamina. Non so se Alcide Pierantozzi abbia letto questo genere di studi durante la scrittura dello Sbilico, ma a un certo punto del romanzo dichiara che tra le sue varie forme di automedicamento per una depressione da borderline (che vanno dalle canne all’alcol all’allenamento ossessivo in palestra) ce n’è una che ha cominciato a coltivare da ragazzo: esattamente la lettura del vocabolario dei sinonimi e dei contrari.

A pag. 132 l’alterego (o l’idemego?) protagonista trova una copia del Dizionario dei sinonimi e dei contrari, De Agostini, a cura di Decio Cinti, e comincia a compulsarlo. “Mi attirava che le parole non fossero organizzate in un ragionamento.

Potevo pescarne una a caso e leggerla senza dover seguire per forza l’ordine alfabetico. Quando leggevo cosí, il ticche e tacche dei pensieri si fermava, i mille canali aperti della mia mente si chiudevano, e un senso di ristoro mi penetrava.

Non capivo il significato di quasi nessuna parola. Non m’interessavano quelle facili, ‘casa’, ‘topo’, ‘ospedale’, mentre le alternative dei sinonimi mi sconvolgevano”.

Non è un caso che questo rapporto quasi fisico con i vocabolari abbia una sua tradizione letteraria italiana. Giorgio Manganelli dedica un canto d’amore al Premoli in Il rumore sottile della prosa e un pezzo notevole allo Zingarelli in Laboriose inezie: la stessa riconoscenza, oltre che per l’espressivismo, per questa idea molto artigianale di strumento di lavoro che Pierantozzi riconosce nel dizionario come oggetto terapeutico.

Tra i ringraziamenti in calce al libro, la confessione del debito viene ampliata: “I dizionari che ho consultato durante la scrittura sono cinque:

Vocabolario nomenclatore di Palmiro Premoli (Fratelli Melita Editori); Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia (Utet);

Dizionario analogico della lingua italiana a cura di Donata Feroldi ed Elena Dal Pra (Zanichelli); e infine il mio adorato Dizionario dei sinonimi e dei contrari a cura di Decio Cinti (De Agostini), di cui molto si parla in questa storia. Per alcuni termini medici desueti mi è stato d’aiuto il Dizionario medico Larousse (Saie Edizioni) del 1959”.

Il successo del libro di Pierantozzi è dovuto anche alla sua espressività linguistica. Non si hanno molto spesso testi che riescano ad avere una lemmodiversità così ricca.

La tradizione italiana dei Gadda, dei Manganelli, dei D’Arrigo, dei Busi, negli ultimi anni ha trovato pochi scrittori capaci di usare così tante parole differenti. Lo sbilico non è un libro lungo, contiene 67mila e passa parole, ma con più di 13mila parole uniche.

Per dire, L’amica geniale – il primo della saga di Elena Ferrante – è composto di quasi 100mila parole, ma la lemmodiversità si ferma a poco più di 12mila. Anche Quer pasticciaccio brutto de via Merulana sta sulle 100mila parole di lunghezza, ma queste appartengono a più di 20mila parole uniche.

Sodomie in corpo 11 di Aldo Busi arriva a 130mila parole e a 22mila parole uniche. Il romanzo che ha vinto il Booker Prize quest’anno, Nella carne, di David Szelay, ha poco più della lunghezza dello Sbilico (70mila parole), ma le parole uniche sono circa 8mila.

Il modello a cui ambisce Pierantozzi chiaramente si rifà a un canone del romanzo linguisticamente espressionistico; il suo registro fa proprio un lessico pieno di termini desueti, tecnici e neologismi. Ma l’oriente a cui si volge, proprio perché forse lo immagina capace di proprietà medicamentose per la psiche, è – lo dichiara nelle note di ringraziamento – la versione italiana di Infinite Jest, a cura di Edoardo Nesi.

Parliamo di un testo di 1400 pagine, il che vuol dire 600mila e passa parole (comprese le famose note) per 42mila forme di parola uniche. Non so se esista un altro romanzo, italiano o tradotto, che raggiunga una cifra simile.

Se si tiene conto che un vocabolario come il Devoto-Oli contiene nella sua versione maior circa 120mila voci, lo Zingarelli circa 145mila, si capisce bene come la mira di uno scrittore come Pierantozzi sia quella “vertigine della lista” di cui scrive Umberto Eco nell’omonimo saggio, un afflato inebriatamente enciclopedico, sulla scorta dell’esempio wallaciano, con una chiara predilezione per l’accumulo di vocaboli come ipotesi terapeutica di saturazione. Feticisti di dizionari:

Manganelli è l’esempio italiano che ci viene più facile. Emiliano Ceresi ricorda su  «Doppiozero» questa passione come una delle indagini “geocritiche” di Manganelli scrittore-onnirecensore.

La ristampa anastatica dello storico Dizionario Tommaseo-Bellini diventa per Manganelli “un gradevolissimo luogo di passeggio” in quanto atta a quell’ozioso passeggiare di forma in forma, di colore in suono, infine di sostantivo in verbo”. Per amare i dizionari ci vuole effettivamente una specie di amore tardoromantico più che la mania di trasformare sé stessi in un panopticon illuminista.

Non si vuole trovare in fondo nulla, ci si vuole smarrire. Manganelli ha l’andatura attardata del flâneur.

Il vocabolario può diveintare, almeno per un periodo o per sempre, la passione (la fisima maniacale) di molti scrittori. L’istinto può essere opposto: quello babelico che sembra sottendere le opere di Borges come «L’enciclopedia cinese» (in Altre inquisizioni), o quello pentecostale che sembra animare anche la ricerca lessicografica e narrativa di Pierantozzi.

Nel suo celebre saggio «Autorità e uso della lingua» (originariamente pubblicato su Harper’s Magazine nel 1999, poi raccolto in Considera l’aragosta, uscita Usa 2005), Wallace mette a confronto le ratio descrittive e prescrittive che animano i diversi vocabolari d’uso statunitensi. Non è il solo a scrivere così estesamente e così letterariamente di vocabolari.

Simon Winchester ha pubblicato nel 2003 The Meaning of Everything, un saggio narrativo sulla storia dell’Oxford English Dictionary, che cerca di riscoprire e mantenere vivo lo spirito epico degli illuministi che redassero l’Enciclopedia: la ricerca e la scrittura collettiva per dare luce a un’opera che mappasse (torna la geocritica manganelliana) la lingua di un’intera nazione. Se Winchester ricostruisce fallimenti e eroismi del lavoro di un consistente manipolo di logofili, c’è da dire che l’amore lessicografico di Pierantozzi assomiglia di più a quello del libro immersivo di Ammon Shea del 2008, Reading the OED:

One Man, One Year, 21,730 Pages, che è il memoir di un anno di esplorazione/terapia/addiction a stretto contatto con l’Oxford English Dictionary. Citazione Highlight “Mi attirava che le parole non fossero organizzate in un ragionamento.

Potevo pescarne una a caso e leggerla senza dover seguire per forza l’ordine alfabetico. Quando leggevo cosí, il ticche e tacche dei pensieri si fermava, i mille canali aperti della mia mente si chiudevano”.

Per questo genere di scrittori esuberanti, maniacali, o che raccontano scrupolosamente la malattia mentale come Pierantozzi o Wallace, l’assillo per la lingua si nutre soprattutto dell’infatuazione per i registri e i gerghi tecnici. La cura con cui Pierantozzi dà conto delle diagnosi che i medici e lui stesso producono sulla psiche fuori sesto è innanzitutto una scansione voce per voce dei lemmi medici.

Sempre dallo Sbilico: “Le parole, per i matti, sono feconde.

Io ne conosco tantissime, perché sono l’unico strumento che mi consente una ricostruzione degli eventi fededegna. Sono sempre in cerca di parole assolute, che mettano il guinzaglio ai pensieri, che facciano un po’ d’ordine nella scompagine che ho in testa.

Ogni giorno le cerco nei dizionari, nei libri antichi, nelle traduzioni, e ne faccio dispensa”. Timismo, agnosia sensoriale, domini dell’orientamento psichico, crisi serotoninergica, stimming, distonia oro-facciale: il piacere quasi fonico generato dalle collisioni consonantiche di molti termini da cartella clinica esplode ancora di più quando Pierantozzi si concede di imbottire le pagine dei nomi dei farmaci, marchi o generici, che paiono far valere il loro principio a partire dallo stesso spelling: paroxetina, depakin, lamotrigina, cymbalta, aripiprazolo, noradrenalinina, sereupin, bromocriptina, argillina, bupropione… Insieme compongono una specie di evocazione agiografica contro la teoria di malanni che possono essere subiti dallo stesso corpo.

O, se azzardiamo, di luoghi incantati in cui la nostra mente trasformata in stutifera navis può approdare per qualche tempo e trovare conforto. Ma non è la mente la protagonista dello Sbilico.

Non si tratta solo di leggere, ma di sentire. Le parole devono avere un suono quasi carnale per poter far effetto sul corpo.

Il protagonista dello Sbilico più che la vita (poco) activa o anche la mente ossessiva di Pierantozzi, è la sua carne. Le duecento e passa pagine del romanzo sono comprese in larga parte in una continua confessione sintomatologica, di effetti primari e collaterali: quasi come se contrapporre questa enumerazione di tutte le possibilità di sbando fisico potesse fungere da esorcismo contro un danno vero.

“Catalessi, pustole, rottura della barriera encefalica, ritenzione idrica, verruca seborroica, emottisi, anorgasmia, dolori neuropatici, edema psicotico, tachipsichia”. Lo spirito anamnestico che anima Lo sbilico sembra avere quindi una duplice natura: da una parte l’interesse a scovare il residuo razionale nel gorgo di una condizione mentale deflagrata, dall’altra il desiderio di conservare il tono di una preghiera laica, la condivisione di un gergo catacombale con il lettore con cui poter stabilire una liturgia a due.

Anche nel leggere Infinite Jest si prova la stessa tensione: l’appello al lettore come nerd e l’appello al lettore come coinvolto nella preghiera laica della letteratura. Quello che potrebbe essere il passaggio chiave di questa poetica è il Discorso della montagna evangelico riadattato alla predica che Madame Psychosis – personaggio-fantasma del romanzo di Wallace, conduttrice di una trasmissione radiofonica notturna, figura che incarna insieme il dolore, il mistero e l’ascolto – recita dalla sua stazione:

“Quelli col naso incurvato. Quelli con gli arti atrofici.

E sì, chimici e matematici puri, anche quelli con il collo atrofico. Scleredema adultorum.

Quelli che trasudano, quelli con la dermatite seborroica. Venga uno, vengano tutti, così dice questa circolare.

Gli idrocefalici. I tabescenti e i cachettici e gli anoressici.

Quelli con il Morbo di Brag, con le loro pesanti pieghe di carne rossa. Quelli con l’angioma e il carbonchio o gli steatocriptotici o Dio salvi tutti e tre.

Sindrome di Marin-Amat, dici? Vieni avanti.

Quelli con la psoriasi, con l’eczema. Gli scrofolodermici.

Gli steatopigi a forma di campana, con i vostri pantaloni speciali. Gli afflitti da Pityriasis Rosea.

C’è scritto Venite tutti a me, voi detestabili. Beati i poveri in corpo, perché di loro…” Continua per varie pagine questa litania.

Beati i deboli, beati i poveri in corpo sì. Questo potrebbe essere il claim del romanzo di Pierantozzi, che trova proprio nel guasto del corpo (la sua impotenza, le malformazioni del fratellino) la possibilità di ritrovare, letteralmente, un affratellamento con i vivi e con i morti.

Nel 1997 Wallace pubblicava Certainly the End of Something or Other, One Would Sort of Have to Think, il saggio letterario in cui attaccava Philip Roth e John Updike proprio a partire dall’interesse eccessivo di questi due giganti del romanzo per la propria virilità, accusandoli di aver a cuore soprattutto le ferite narcisistiche dell’uomo intellettuale bianco americano ossessionato dal sesso e dalla propria mascolinità, ovviamente eterosessuale. “The Great Male Narcissists” li definisce Wallace, scrittori che “worship and obey” la propria coscienza al punto da fare della fiction uno specchio del proprio ego ferito.

Anche il protagonista dello Sbilico è un intellettuale bianco, e la sua ferita narcisistica è quella che, per colpa dei farmaci, l’ha reso impotente. Ma l’attitudine di tutto il romanzo sembra voler andare nella direzione opposta a quella che Wallace attribuisce a Roth e Updike.

“L’anno scorso mi sono astenuto dal masturbarmi per quasi sei mesi, terrorizzato all’idea di avere un’erezione. Una paura che non mi è ancora passata del tutto.

Parlandone con lo psichiatra, senza nessuna vergogna, è venuto fuori che esiste una fobia chiamata itifallofobia. Ho riluttato a masturbarmi fino a sentirmi scoppiare.

E per un anno intero non ho mai fatto sesso. Avevo un attacco di panico a ogni accenno di inturgidimento, mi svegliavo la notte sudato e con le mutande bagnate”.

Ecco, questo passaggio rivelatorio, una dichiarazione di poetica de facto, in cui il protagonista affronta il tema della propria impotenza non tanto come una semplice menomazione fisica, ma come una scelta protettiva o un meccanismo di difesa del proprio cervello. Vale la pena ricordare che, in un’intervista, Pierantozzi ha raccontato di aver riletto Il Bell’Antonio di Brancati per affrontare questo tema: un modello scelto per recuperarne gli aggettivi e ribaltarli, usarli al rovescio.

La condizione viene definita dallo psichiatra come itifallofobia (un altro meraviglioso vocabolo clinico). Il cervello del paziente avrebbe preferito lo stato di impotenza totale piuttosto che dover accettare un’erezione parziale o “mortificante” causata dagli effetti collaterali dei farmaci.

“Il suo cervello ha preferito rinunciare a tutto, piuttosto che accontentarsi”. Il piccolo porto a cui attraccare il naufragio della bildung dello Sbilico come romanzo di formazione sarà proprio un accontentarsi invece della rinuncia.

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