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“Israele ci costringe a chiudere ma non abbandoneremo i bambini palestinesi”

Mercoledì 15 aprile 2026 ore 06:33 Fonte: Altreconomia

Riassunto generato dall'IA dell'articolo "“Israele ci costringe a chiudere ma non abbandoneremo i bambini palestinesi”". L'IA può commettere errori: ogni informazione va verificata sull'articolo originale.

Khaled Quzmar, direttore di Defense for Children International (DCI) Palestina, ha dichiarato in un'intervista ad Altreconomia che la crescente criminalizzazione delle organizzazioni non governative da parte del governo israeliano ha reso difficile il lavoro della sua associazione, costringendola a chiudere alcune attività; tuttavia, ha sottolineato con fermezza che non abbandoneranno i bambini palestinesi, evidenziando l'importanza di continuare a sostenere i diritti e il benessere dei più vulnerabili nonostante le pressioni e le restrizioni imposte.
“Israele ci costringe a chiudere ma non abbandoneremo i bambini palestinesi”
Altreconomia

Trasformare i diritti in strumento di tortura. Sta tutto in questo rovesciamento, secondo Khaled Quzmar, direttore di Defense for children international (Dci) Palestina, il trattamento riservato ai minori palestinesi che si trovano nelle carceri israeliane.

Ed è ancora più dura per lui ammetterlo, perché dopo 35 anni di operato il Dci chiude, “a causa della criminalizzazione mirata da parte di Israele delle organizzazioni palestinesi per i diritti umani”. Proprio ora che, per la prima volta nella storia dell’occupazione, dice, “oltre la metà dei minori palestinesi in carcere (dai 12 anni) è in detenzione amministrativa, cioè senza sapere perché, né quando uscirà”.

Lo abbiamo intervistato. Avvocato Quzmar, che cosa è successo?

Perché questa chiusura improvvisa? KQ Per una serie di motivi e di sviluppi.

Il primo è legato al fatto che nell’autunno 2021 il governo israeliano ha designato sei Ong palestinesi, tra cui il Dci, come organizzazioni terroristiche ma senza portare alcuna prova. Allora respingemmo l’accusa e, come prevede la legge israeliana, ci appellammo alla decisione.

Non abbiamo diritto a un giusto processo, possiamo solo fare appello a un comitato istituito dal ministero della Difesa israeliano e, anche se sapevamo già quale sarebbe stato il risultato, abbiamo deciso di farlo per dimostrare che non avevamo diritto a un giusto processo. Il comitato ha tenuto una sola seduta nel 2023 e da allora i nostri legali non hanno ricevuto risposte.

Allo stesso tempo, però, la designazione di organizzazione terroristica è rimasta valida e quindi abbiamo continuato a vivere con un grande rischio. Il secondo sviluppo che ci ha portato alla decisione di chiudere è che una delle altre organizzazioni palestinesi designate come terroristiche, l’Union of agricultural work committees (Uawc), non molto lontano dal nostro ufficio, ha subito un raid.

Hanno fatto irruzione negli uffici di notte ma durante il giorno i militari israeliani sono arrivati mentre il personale era al lavoro, arrestando uomini e donne. E l’hanno fatto accompagnati da una troupe televisiva, per registrare e mandare in onda le immagini che mostravano come hanno trattato i cittadini palestinesi.

Ma questo quando è successo, nel 2021? KQ Nel dicembre 2025.

E quando ho visto il video, in qualità di direttore, ho capito che non potevo assumermi la responsabilità di mettere così a rischio il mio staff. Perché in qualsiasi momento potrebbero essere arrestati e alcune colleghe sono incinta o hanno un bambino di pochi mesi.

E se li arrestano, che cosa posso fare per loro? Quante persone lavorano nel vostro ufficio?

KQ Una trentina. Il terzo problema riguarda il sistema bancario: l’unico modo per le banche palestinesi di accedere ai circuiti internazionali è attraverso gli istituti di credito israeliani.

Quindi, se la banca israeliana si rifiuta di fare questo tipo di connessione, diventa impossibile operare. Stavamo mettendo a rischio tutto e in particolare i bambini di cui ci occupiamo; quindi abbiamo deciso di interrompere il lavoro, per assicurarci che siano protetti e ricevano sostegno da altre organizzazioni che condividono la nostra missione e visione.

Avete già trovato chi vi succederà? KQ Sì, abbiamo fatto una ricerca con il ministero dell’Interno palestinese e abbiamo trovato una fondazione a cui abbiamo deciso di trasferire tutta la nostra esperienza e le nostre risorse.

E quale sarà? KQ Non è ancora pubblico. [caption id="attachment_244010" align="aligncenter" width="1600"] L'avvocato Khaled Quzmar, direttore di Defense for children international (Dci) Palestina, è una delle voci del podcast "Bambini senza pace" realizzato da Anna Maria Selini e prodotto da Altreconomia nel 2025[/caption] Quanti bambini avete supportato in questi anni o in media ogni anno?

KQ Nell'ambito del sistema militare israeliano rappresentiamo circa 10mila bambini nei tribunali militari, visitandoli nelle carceri, documentando le violazioni contro di loro e difendendoli. Offriamo diversi servizi, anche dopo l’uscita dal carcere, e alle famiglie.

Inoltre, dal 1996 lavoriamo con l’Autorità nazionale palestinese per creare un sistema di giustizia minorile in conformità con il diritto internazionale. Abbiamo partecipato alla stesura della legge sui minori, sui diritti dell’infanzia, lavorato con giudici, pubblici ministeri, avvocati, con la polizia e gli assistenti sociali, per creare un ambiente protettivo per i bambini.

Teniamo anche seminari nelle scuole, perché nel nostro Paese e nella regione araba la violenza è considerata uno strumento educativo nel sistema scolastico. Quindi ci è voluto del tempo per convincere gli insegnanti a non usare questi metodi e per far capire che la violenza porta solo ad altra violenza.

Se guardo indietro e a dove siamo ora, posso dire che abbiamo ottenuto molto. Abbiamo il sistema di giustizia minorile migliore del Medio Oriente.

Qual è l’obiettivo più importante che secondo lei avete raggiunto? KQ Prima di tutto siamo riusciti a stare con i bambini nei momenti più duri, quando vengono arrestati nel cuore della notte, il mattino dopo siamo con loro in prigione e in tribunale per cercare di rompere il circolo vizioso in cui vengono inseriti.

Gli viene fatto credere che nessuno li può aiutare, che sono soli e che quindi devono collaborare con chi li interroga. Siamo riusciti a documentare il sistema israeliano dall’interno, non solo per dire che è illegale: lo critichiamo, documentando come funziona a ogni passo, ossia secondo la legge militare e non il diritto internazionale.

Quindi, mostrando come sia lontano dagli standard del giusto processo, dal diritto internazionale, dalla Convenzione di Ginevra e così via. Abbiamo dimostrato che lo Stato che si considera l'unico democratico del Medio Oriente sta commettendo crimini di guerra e crimini contro l’umanità, con pratiche di tortura, uccisioni e ferimento di bambini.

Pensa che questo lavoro di documentazione sia ancora possibile oggi? KQ Da parte nostra abbiamo deciso di condividere tutta la nostra esperienza e tutti i nostri sistemi, proprio per continuare il lavoro.

E abbiamo considerato la designazione di questa fondazione come un messaggio per i bambini, per dire loro che il diritto umanitario e il diritto internazionale li possono aiutare. Li addestriamo a usare il diritto, perché non diventino parte del conflitto e della resistenza armata.

Quanti casi avete vinto in tutti questi anni? KQ Negli oltre 20 anni in cui ho esercitato come avvocato ho vinto meno di dieci casi.

Il sistema è progettato per punire, non per ottenere giustizia. Arrestare il minore nel cuore della notte, senza un avvocato, sottoporlo a interrogatorio da parte della stessa polizia che interroga gli adulti, ottenere la confessione sotto pressione e talvolta sotto tortura è legale secondo il sistema militare israeliano.

E le sentenze di condanna sono superiori al 98% dei casi, lo dicono organizzazioni israeliane per i diritti umani. Qual è oggi la situazione dei minori palestinesi nelle prigioni israeliane?

KQ Ci sono stati due grandi cambiamenti. Il primo è che i diritti del bambino ora sono usati come strumento di tortura.

Quindi fame, maltrattamenti, torture, negare le visite dei familiari o dei legali. Ogni minore in prigione è esposto a un alto rischio e per la prima volta, da quando siamo sotto occupazione, un ragazzo di 17 anni, Walid Khalid Abdullah Ahmad, è morto in prigione (ne abbiamo parlato nel podcast "Bambini senza pace").

Il secondo problema è la detenzione amministrativa, cioè l’arresto senza accuse e processo. Di solito documentavamo pochi casi: ora su 350 minori più di 180 sono sottoposti a questa pratica.

Non era mai successo prima. La pena di morte, approvata dal parlamento israeliano, per “chi causa morti con atti di terrorismo, con l’intento di negare l’esistenza dello Stato di Israele”, cioè per i palestinesi, può essere applicata anche ai minori?

KQ Sì. Non c'è differenza tra adulti e bambini, non viene menzionato nulla a questo proposito.

Come si sente a lasciare? KQ La vita in Palestina è anormale.

Viviamo sotto occupazione e sentiamo sempre di essere felici, perché confrontiamo la nostra vita con chi sta peggio, non meglio, di noi. Ora la confrontiamo con la gente di Gaza che vive nelle tende, senza case, cibo e medicine.

Quindi sentiamo di stare bene, ma siamo esseri umani e meritiamo di essere trattati come tali, come in qualsiasi altra nazione al mondo. E rispetto ai minori in carcere?

KQ Il mio lavoro è stato molto frustrante e a volte mi ha portato a essere aggressivo e a sbagliare con i miei figli. Quando lasciavo un bambino in prigione e tornavo a casa da mio figlio, che magari si stava divertendo o mi chiedeva di andare al ristorante o di uscire, spesso gli negavo quel diritto.

Ma dopo 20 anni ho deciso di smettere di lavorare, non potevo continuare. © riproduzione riservata L'articolo “Israele ci costringe a chiudere ma non abbandoneremo i bambini palestinesi” proviene da Altreconomia.

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