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Il mondo dopo l’Iran: anatomia di un ordine che si sgretola

Mercoledì 11 marzo 2026 ore 16:08 Fonte: Strisciarossa

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Il conflitto in Iran rappresenta solo la parte visibile di un contesto globale in cui le regole tradizionali non sono più efficaci, mentre non si sono ancora affermate nuove norme di riferimento.
Il mondo dopo l’Iran: anatomia di un ordine che si sgretola
Strisciarossa

«L’anatomia dell’uomo è la chiave per l’anatomia della scimmia». Quando Marx scrisse questa frase nei Grundrisse, non stava celebrando il progresso.

Stava indicando il modo in cui la storia diventa intelligibile. Il passato contiene tensioni reali e possibilità autentiche, ma è il presente a renderle visibili.

Solo quando una forma storica prende pienamente corpo diventa possibile riconoscere, retrospettivamente, i percorsi che l’hanno resa possibile, mentre altri sentieri sprofondano nell’ombra. Da questa prospettiva, ciò che oggi appare come una successione di eventi drammatici non è semplicemente una serie di crisi isolate.

L’apertura di un nuovo fronte di guerra contro l’Iran, l’erosione progressiva del diritto internazionale e la crescente concentrazione del potere nelle democrazie occidentali non rappresentano soltanto anomalie momentanee. Sono piuttosto segnali di qualcosa di più profondo.

Essi rivelano la natura di ciò che per decenni abbiamo chiamato “ordine internazionale”. Un ordine che, a ben vedere, non è mai stato davvero solido, ma piuttosto un equilibrio fragile, sostenuto da rapporti di forza specifici e presentato come universale finché quelle condizioni storiche hanno continuato a reggerlo.

Per molto tempo l’universalismo è stato guardato con sospetto. Si è sostenuto che ciò che si proclama universale, come i diritti umani, la neutralità del diritto o il linguaggio della libertà, spesso maschera gli interessi di potenze particolari.

Questa critica contiene senza dubbio una verità importante. Tuttavia lascia nell’ombra un’altra realtà, forse ancora più inquietante.

Mentre denunciavamo l’universalismo come ideologia, vivevamo già all’interno di una forma di universalità pienamente concreta. Il capitalismo globale ha intrecciato il pianeta in un’unica rete di produzione, finanza, logistica e comunicazione.

Culture diverse, lingue diverse e storie differenti continuano a esistere, ma si muovono ormai dentro una stessa architettura economica. Simbolicamente restiamo divisi.

Materialmente siamo inseparabili. La questione, allora, non è stabilire se l’universalità esista o meno, ma comprendere quale forma essa abbia assunto.

Nel capitalismo l’astrazione non è più soltanto un concetto teorico. Diventa una condizione concreta dell’esperienza quotidiana.

Gli individui non sono più definiti interamente da ruoli ereditati o da posizioni sociali fissate dalla nascita. Si presentano piuttosto come portatori di capacità astratte: la capacità di lavorare, di competere, di scegliere.

In questo senso la mobilità tende progressivamente a sostituire il radicamento. La posizione sociale non appare più come un destino stabilito una volta per tutte, legato all’origine o all’appartenenza, ma come qualcosa che può essere continuamente ridefinito all’interno del mercato del lavoro.

Ciò che colloca gli individui nella società non è più anzitutto la nascita, ma il rapporto con il lavoro salariato. È attraverso questo rapporto che ciascuno trova il proprio posto nell’ordine economico.

In questo modo il lavoro salariato diventa il principio centrale attraverso cui la società organizza e distribuisce le posizioni sociali. Questa trasformazione porta con sé una promessa di emancipazione, ma apre anche uno spazio di nuova instabilità.

Quando l’identità non è più radicata in un luogo stabile e in ruoli ereditati, ogni posizione diventa provvisoria e ogni appartenenza reversibile. Gli individui si trovano così esposti a un movimento continuo, in cui la libertà di muoversi tra diverse possibilità convive con l’incertezza di non appartenere pienamente a nessuna di esse.

In queste condizioni l’universale non si manifesta come armonia o come una totalità pacificata. Si manifesta piuttosto come una linea di tensione.

Diventa visibile proprio nel punto in cui l’ordine sociale non riesce più a contenere completamente gli individui che lo abitano, nel momento in cui qualcosa eccede la forma che dovrebbe racchiuderlo e rivela i limiti della struttura stessa. Nel nostro tempo questa tensione assume una forma paradossale.

Il capitalismo ha generato una rete di connessioni senza creare un significato comune Il capitalismo ha dato origine al primo sistema realmente globale della storia. Tuttavia questa integrazione planetaria non ha prodotto una visione condivisa del mondo.

Ha costruito una rete di connessioni sempre più fitte senza generare un significato comune, legando tra loro società profondamente diverse senza realmente riconciliarle. I mercati possono operare attraverso culture differenti, religioni differenti e regimi politici anche radicalmente incompatibili, perché ciò che il sistema richiede non è un accordo sui valori o sui fini ultimi, ma semplicemente la continuità della circolazione: la circolazione delle merci, del capitale, delle informazioni.

Per questo la sua universalità non è simbolica né morale. È una universalità puramente procedurale.

Il sistema coordina i movimenti dell’economia globale e rende interdipendenti regioni lontanissime del pianeta, ma non produce una narrazione capace di dare senso al mondo che organizza. La vita pubblica tende così a diventare sempre più tecnica e amministrativa.

Le decisioni appaiono meno come l’esito di conflitti politici e sempre più come problemi di gestione. All’interno di questo paesaggio gli individui sperimentano una pressione peculiare.

A ciascuno viene richiesto di riuscire, di distinguersi, di performare, mentre allo stesso tempo dovrebbe saper godere pienamente della vita. Se il successo non arriva, il fallimento appare come una responsabilità personale; se la soddisfazione resta sfuggente, sembra rivelare una mancanza individuale.

La libertà finisce così per restringersi progressivamente fino a coincidere con la possibilità di scegliere tra opzioni che non mettono mai realmente in discussione la struttura che le produce. Quando la politica arretra e si trasforma in amministrazione, il conflitto non scompare.

Si sposta altrove. Antagonismi culturali, conflitti identitari e narrazioni civilizzatrici occupano progressivamente lo spazio che un tempo apparteneva al confronto ideologico.

Il mondo appare allora come un mosaico di modi di vivere differenti, incoraggiati a coesistere pacificamente purché nessuno ostacoli la circolazione di merci, capitali e informazioni. L’universalità morale e politica è sempre più fragile Da qui emerge una singolare asimmetria.

Le differenze culturali vengono tollerate, e spesso perfino celebrate, finché restano compatibili con il funzionamento dell’economia globale. L’universalità economica rimane sostanzialmente indiscussa, mentre quella morale e politica diventa sempre più fragile.

In questo contesto la guerra contro l’Iran non rappresenta soltanto una crisi regionale. Rivela una trasformazione più profonda.

Sempre più spesso le decisioni strategiche precedono la loro giustificazione giuridica. Il diritto internazionale continua a sopravvivere come linguaggio di legittimità, ma fatica a imporre limiti effettivi all’esercizio del potere.

Gli Stati agiscono prima e spiegano dopo, mentre l’autorità delle norme globali si indebolisce proprio nel momento in cui la rivalità geopolitica si intensifica. Anche i sistemi democratici mostrano segni di tensione.

Di fronte a crisi che si muovono più rapidamente delle procedure istituzionali, i governi avvertono la pressione di concentrare il potere decisionale. La leadership diventa più personalizzata, mentre il linguaggio dell’emergenza tende progressivamente a sostituire quello della deliberazione.

Ciò che appare come l’ascesa di leader forti riflette spesso una difficoltà più profonda: le forme politiche esistenti faticano a governare la complessità che esse stesse hanno contribuito a generare. In alcune regioni del mondo il potere assume la forma di un controllo tecnologico sempre più sofisticato sulle infrastrutture digitali, sulle reti finanziarie e sui sistemi di comunicazione.

In altre si manifesta come dominio territoriale diretto, esercitato da milizie, eserciti privati o signori della guerra. Astrazione tecnologica e violenza nuda coesistono così nello stesso sistema globale, come due facce della stessa epoca.

Perfino lo sfondo naturale della storia umana appare meno stabile di quanto si fosse immaginato. I sistemi climatici mutano, gli ecosistemi si trasformano e l’idea stessa di un ambiente prevedibile diventa incerta.

La tentazione è credere che la conoscenza scientifica permetterà all’umanità di ingegnerizzare una via d’uscita da questi pericoli. Tuttavia conoscere i sistemi non significa dominarli completamente.

La nostra epoca è attraversata da crisi che si intrecciano e si amplificano reciprocamente: disgregazione ecologica, instabilità economica, rivalità geopolitica, trasformazioni tecnologiche e frammentazione sociale. E tuttavia la storia rimane aperta.

L’ordine presente non è il risultato inevitabile di una progressione lineare. È piuttosto l’esito contingente di conflitti tra possibilità diverse.

Ogni configurazione storica conserva le tracce di alternative che un tempo esistevano ma che non hanno prevalso. La storia non procede come una linea retta.

Assomiglia piuttosto a una struttura stratificata, nella quale sotto ogni vittoria continuano a sopravvivere le ombre delle strade non percorse. La libertà non consiste nell’uscire dalla storia per dirigerla come una macchina.

Restiamo sempre all’interno dei processi che tentiamo di orientare, e ogni decisione viene presa entro limiti che non possiamo controllare del tutto. Per questo non esiste alcuna garanzia che l’interdipendenza globale conduca alla cooperazione.

Potrebbe altrettanto facilmente intensificare la competizione. Le società più ricche potrebbero tentare di proteggersi dalle crisi spostandone altrove le conseguenze.

Nulla assicura che prevarrà una razionalità collettiva. L’umanità ha creato sistemi di potere immensi ma non sa guidarli Ciò che oggi diventa visibile non è la scomparsa dell’universalità, ma la sua tensione interna.

Il mondo è materialmente unificato e simbolicamente diviso. L’interdipendenza cresce mentre la coesione politica si indebolisce.

Le istituzioni che un tempo promettevano di incarnare un ordine universale esistono ancora, ma la loro autorità appare sempre più incerta. L’anatomia del presente non offre conclusioni rassicuranti.

L’umanità ha creato sistemi di potere immensi, ma non possiede un orizzonte stabile capace di guidarli. La storia non garantisce che il cammino davanti a noi sarà più coerente di quello alle nostre spalle.

Ed è proprio per questo che ogni decisione pesa oggi in modo particolare. Non come compimento di una necessità inevitabile, ma come scelta compiuta all’interno di un campo aperto e instabile.

La chiave del nostro tempo risiede forse proprio in questa chiarezza inquietante del presente: le strutture che tengono insieme il mondo continuano a funzionare, mentre il significato che le sosteneva si dissolve sempre più rapidamente. L'articolo Il mondo dopo l’Iran: anatomia di un ordine che si sgretola proviene da Strisciarossa.

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