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Difesa civile, non armata e nonviolenta. La campagna per la legge di iniziativa popolare
La proposta di legge per istituire il Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta ha mosso i suoi primi passi: l’iniziativa popolare ha tempo fino a metà settembre per raccogliere 50mila firme ed essere depositata in Senato dove verrà discussa ed eventualmente approvata. La campagna “un’altra Difesa è possibile”, sostenuta dalla Conferenza nazionale enti di servizio civile (Cnesc), dalla Rete italiana pace disarmo e da Sbilanciamoci!, è la versione aggiornata della proposta che già nel 2015 era riuscita nell’obiettivo di collezionare il supporto di 53mila persone.
Si chiede anche la creazione di un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo, supporto scientifico del Dipartimento, e la possibilità per i cittadini di destinare il 6 per mille a un fondo nazionale che si occupi di attività di educazione alla pace, prevenzione dei conflitti e coesione sociale. Si coordinerebbero e si sostanzierebbero economicamente anche i Corpi civili di pace, oggi gruppi di volontari all’interno del servizio civile universale in sperimentazione sia sotto l’egida del governo italiano sia dell’Unione europea, che intraprendono azioni nonviolente di prevenzione e gestione dei conflitti in zone a rischio.
Se la legge diventasse effettiva l’Italia sarebbe il primo Paese al mondo ad avere un corpo stabile e ufficiale di questo tipo. La rilevanza della proposta, arenata allora a causa di cambi di legislature e pandemia, non è però mai stata messa in discussione e, anzi, oggi è più attuale che mai.
“Forse i tempi allora non erano maturi -commenta Gianluca Cantisani, presidente del Movimento di volontariato italiano (Movi) che appoggia la raccolta firme-. Dopo Ucraina, Palestina, Libano, Iran, la percezione di molti è di essere coinvolti senza volerlo nelle guerre e sono più attenti a ciò che può spostare l’asse dalle armi alla difesa civile”.
I promotori della legge vedono l’iniziativa come un completamento di ciò che la Costituzione già prevede: l’articolo 52, infatti, sancisce come “sacro dovere” la difesa della patria per ogni cittadino, ma al momento è rispettabile solo da coloro che decidono di arruolarsi perché non esistono alternative civili istituzionalizzate. Il servizio civile ha iniziato un percorso importante ma non ha mai ricevuto un inquadramento normativo e legislativo che, in linea con la sua storia, lo collochi come istituto equivalente, per valore e significato, al servizio militare.
Con la proposta di legge si vuole convertire questa scelta facoltativa, limitata nel tempo e dedicata solo ai giovani, in una struttura più articolata a disposizione di tutta la cittadinanza. “Ora come ora c’è un diritto non agibile -spiega Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne della Rete italiana pace disarmo-.
Sarebbe come sancire il diritto alla salute ma non costruire gli ospedali”. Inoltre, l’idea di fondo è quella di dare concretezza anche all’articolo 11 della Costituzione: se l’Italia ripudia la guerra, allora deve dotarsi di strumenti per educare alla pace, formare e proteggere i cittadini in modo non violento, prevenire i conflitti di qualsiasi natura, siano essi armati o sociali (ad esempio, intervenendo sulle disuguaglianze o sugli effetti della crisi climatica).
Il concetto di difesa della patria sotteso alla proposta di legge è quindi ciò che di più lontano può esistere dalla “difesa dei confini” e dalla “sicurezza nazionale”, protagoniste dei discorsi repressivi e securitari oggi in voga. “Alla base c’è il desiderio di costruire comunità resilienti, accoglienti, solidali”, continua Cantisani sottolineando i molteplici aspetti per cui questa legge contribuirebbe alla democrazia; non solo, permettendo a tutti e tutte di contribuire alla difesa, si restituirebbe alla cittadinanza il controllo di un aspetto importante dello Stato -ora totalmente delegato- ma si potenzierebbe anche una visione del mondo plurale, comunitaria, collaborativa.
Inoltre ritiene che un Paese attivo e mobilitato sarebbe meno permeabile a discorsi populisti, più pronto a prevenire, più organizzato e preparato nel caso in cui si trovi effettivamente coinvolto in un conflitto armato. “Questa iniziativa è innanzitutto un’alternativa concreta al pensiero che la guerra e il riarmo siano mali necessari -prosegue Vignarca-.
Si smaschera e smonta l’idea che riarmarsi sia una cosa naturale, ribadendo che è frutto di un sistema economico-culturale e di scelte politiche”. La forza della proposta sta proprio nel ribadire che è possibile pensare alla pace e dunque è indispensabile costruirla attivamente, avendola contemporaneamente come mezzo e obiettivo.
Il portavoce della Rete insiste sulla pragmaticità della legge, che sta nel dotare lo Stato e le comunità degli strumenti reali per preparare la pace, condizione che non si genera né si mantiene da sola: “La pace si fa solo facendo la pace.
Non c’è la ricetta, non c’è il decalogo per risolvere o impedire i conflitti. La pace è un percorso continuativo e creativo, nel senso che ogni contesto è differente e bisogna studiare le ragioni del conflitto”.
Come esempio di una soluzione pacifica non scontata ricorda la Commissione per la verità e la riconciliazione istituita in Sudafrica che ha ricostituito il Paese dopo la fine del regime di apartheid. Oggi un progetto che mette in campo questa concezione della pace è quello del Movimento europeo di azione nonviolenta (Mean) in Ucraina, dove i volontari lavorano a nuove strade dal basso per uscire dalla guerra, preparano un futuro diverso senza guerre e si impegnano nella gestione nonviolenta dei conflitti. © riproduzione riservata L'articolo Difesa civile, non armata e nonviolenta.
La campagna per la legge di iniziativa popolare proviene da Altreconomia.