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Canzonissima 2026: l’irreversibile tramonto del varietà televisivo
C’era una volta il varietà televisivo Canzonissima, programma costituito da un torneo di canzoni costellato da balletti e sketch comici, nipote del teatro di rivista, in onda per la prima volta nel 1956 su canale radiofonico RAI con l’abbinamento ad una lotteria annuale, trasmesso in tv dal 1957 al 1975. Al suo esordio televisivo, il programma in questione, con il nome di Voci e volti della fortuna – che ebbe quali prestigiosi registi l’esperto in comunicazione e spettacolo, poi diventato famoso regista, Lino Procacci e il futuro raffinato studioso e docente di semiologia Gianfranco Bettetini – fu incentrato su una gara tra cantanti dilettanti accanto a quella di cantanti più famosi.
Attori di calibro, tra questi Delia Scala, Paolo Panelli, Nino Manfredi, Lauretta Masiero, Aroldo Tieri, hanno impresso al varietà in questione la propria immagine quasi come sigilli, in quanto espressioni di una sorta di «maschera» dello spettacolo italiano, sia esso teatrale, cinematografico e poi televisivo, con immediata riconoscibilità del personaggio e del «numero» messo in scena. Con Dario Fo e Franca Rame insorge un elemento di frattura: i due attori, nel proporre sé stessi come autori dei propri sketch, rivendicano orgogliosamente la propria libertà espressiva e abbandonano improvvisamente il programma a seguito di un pesante intervento censorio su un testo riguardante gli incidenti sul lavoro.
Il format è proseguito negli anni, con nuove modifiche alle denominazioni, al regolamento e alle caratteristiche professionali di coloro che erano scelti per la conduzione (tra gli altri, Sandra Mondaini, Tino Buazzelli, Corrado, Mina, Raffaella Carrà, Pippo Baudo), rimanendo tuttavia sostanzialmente identico a sé stesso nell’iterazione di un medesimo modello di spettacolo, produttivo di fenomeni di acceso divismo e generatore di spin off esterni nel cinema e nella pubblicità. Le sigle, che ne circoscrivevano la dimensione immaginifica e onirica – vedi Zum Zum Zum, ideata da Amurri e Canfora ed eseguita simultaneamente da tutti gli 81 cantanti in fila, con un vertiginoso effetto moltiplicatore – e gli intermezzi di balletto (che introducevano un’ibridazione tra le forme dello spettacolo di rivista e le tecniche di danza contemporanea) caratterizzavano un genere televisivo compatto, che, privo delle odierne esigenze di competitività degli ascolti – essendo inesistenti canali e reti televisive concorrenziali e non essendo stato ancora realizzato un telecomando atto a fornire una sorta di «protesi» del corpo dello spettatore agganciata al mezzo televisivo – , si riproponeva annualmente suscitando il consueto atteso successo.
Le ultime edizioni del programma, condotte prima da Pippo Baudo con Loretta Goggi e poi da Pippo Baudo con Mita Medici, si conclusero negli anni ’70, venendo sostituite da altri programmi di intrattenimento. Il genere varietà andava infatti sfrangiandosi, in un periodo in cui si affermava un nuovo modello di comunicazione televisiva, quello del programma-contenitore, in cui l’intrattenimento non era più collegato all’aspetto musicale e più in generale spettacolare ma veniva integrato da giochi, interviste e servizi esterni.
Si moltiplicano nel tempo i programmi ispirati al varietà, sconfinanti tuttavia nei talk show [1] in cui si venivano simulate differenze di opinioni tra gli astanti, alimentate dall’invenzione di una sorta di partecipazione del pubblico televisivo, invitato ad interloquire dapprima mediante telefonate, poi attraverso i social. Il varietà televisivo, nella sua attitudine verso la rappresentazione dell’eccesso e nella sua permeabilità nei riguardi dei mutamenti socio-culturali, riflette la frammentazione dei linguaggi che investe le forme estetiche di massa, segno del mutamento di un immaginario in cui i confini tra esterno e interno, rappresentazione e memoria, lusso e bisogno diventano reciprocamente scambievoli e trovano nella messa in scena televisiva il terreno fertile per la loro reciproca integrazione [2].
Presentato con grande enfasi dalla RAI [3], è in onda dal 21 marzo al 25 aprile su RAI 1 il «nuovo» varietà televisivo Canzonissima 2026, che intende richiamare l’antica gara musicale eliminando, tuttavia, l’abbinamento con la lotteria e sostituendo la competizione tra i cantanti con una sfida fra canzoni appartenenti al repertorio di altri interpreti e in alcuni casi al proprio. Ciascuna puntata è dedicata ad un tema (la canzone del cuore; una dedica; il primo successo;
Sanremo; la canzone che avrei voluto scrivere io; il cavallo di battaglia), nell’ambito del quale il cantante o gruppo musicale propone un brano da presentare in gara. Ogni scelta è accompagnata da una clip, incentrata su toni generalmente molto intimi e personali, in cui viene dato spettacolo delle fragilità, che ricorda i videomessaggi che accompagnano le esibizioni presenti in altri programmi televisivi: da The Voice nelle sue diverse declinazioni (The Voice Senior, The Voice Kids, The Voice Generations) a Ballando con le stelle, per rimanere soltanto nell’ambito di RAI 1 e nell’ambito degli spettacoli di genere musicale.
I brani proposti vengono valutati da tre giurie, ossia da un gruppo di giurati in sala, dagli stessi artisti (che devono pronunciarsi su una canzone diversa da quella che hanno interpretato) e dallo spettatore televisivo, invitato ad esprimersi con un voto sui social. Lo spettacolo, al di là della bellezza senza tempo di alcune delle canzoni poste in gara (tra le altre, Lontano dagli occhi, Almeno tu nell’universo, La donna cannone, Alta Marea, Caruso), spesso ben interpretate, rivela sin dalle prime puntate un carattere obsoleto: ciascun personaggio ripete un cliché consolidato in ambito televisivo:
Paolo Jannacci continua a cantare Vengo anch’io, no tu no, rimanendo imprigionato nella coazione a ripetere della riproposizione dell’immagine paterna; i Jalisse persistono nella recita della coppia innamorata e perdente; Irene Grandi si ripresenta dopo un periodo di silenzio e incontra, «inaspettatamente » (Carramba!
Che sorpresa), la sua amica più cara. La giuria simula litigi, con la figura di un personaggio antagonista (Giacomo Maiolini) nei riguardi di colleghi e cantanti, con il compito di giudicare negativamente ciascuna performance, riproponendo schematicamente le funzioni oppositrici svolte da Selvaggia Lucarelli nella giuria di Ballando con le stelle, programma televisivo, tra l’altro, richiamato dalla numerosa presenza di balletti.
È quasi una trasmissione metatelevisiva, in cui la tv parla di sé stessa, riproponendo i propri consolidati stilemi [4]. Ma Canzonissima non c’è [5]: quel che rimane è una sequenza di brani non originali, che rimanda allo schema delle cover sanremesi, utili ad intervallare le serate soporifere del Festival con qualche brano di qualità atto a conseguire un miglioramento dell’audience.
Rimane, inoltre, una sigla, Zum zum zum, con la differenza che non viene interpretata dai cantanti in gara, ma viene danzata dal corpo di ballo. Ancora una volta, una citazione:
Ballando con le stelle. Il tentativo di una competizione vincente con il serale di Amici in prima serata su Canale 5, cui si cerca di contrapporre uno spettacolo di nostalgia, non ha conseguito il successo atteso, con un calo progressivo di ascolti e un’audience media, finora, inferiore al 20%.
Una trasmissione caratterizzata da un vago sentore di mestizia, in cui non c’è spazio per la verve che aveva caratterizzato le rutilanti Canzonissime originarie che, va detto, riproducevano in maniera quasi speculare il clima effervescente del boom economico. Spazzata via da tempo la satira, sparisce definitivamente nel nuovo programma un elemento intrinseco al genere, ossia la comicità.
Il comico continua ad essere percepito come disturbante e in sua vece si preferisce la più rassicurante e monotona riproposizione del già visto, con una neutralizzazione dello «shock di senso» prodotto dal motto di spirito e dall’umorismo in generale [6]. Perché chiamarla Canzonissima?
Senza rimpianti: è definitivamente tramontata e, con essa, il varietà televisivo. Imma Castropignano [1] Sul settimanale del venerdì del Corriere della Sera, è riportato il seguente estratto dal libro di Aldo Grasso Cara televisione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2026, in cui il docente e critico televisivo espone la sua visione pessimistica sul tramonto delle idee e sulla ribalta assunta dalle opinioni nell’ambito dei talk show: «Oggi i talk show sono diventati quelli che un tempo erano i “capannelli” che Karl Kraus mette in scena in Gli ultimi giorni dell’umanità: i capannelli non sono una forma di spontaneità democratica, ma l’ultimo rito che tiene insieme la società civile.
A frequentarli è una vastissima setta: quella dei devoti di una potenza ufficialmente inerme, essenzialmente persecutoria, l’Opinione». Grasso Aldo, Dice troppo o troppo poco, Che cosa non va (più) nella TV, Sette, Il Corriere della Sera, Milano 3 aprile 2026, pag. n.
49. [2] . «L’eccesso, il ritmo, la prevalenza del vissuto individuale, sono luoghi di confluenza tra immaginario dello spettatore e formule spettacolari del varietà. Varietà come “confezione dell’eccesso”: a partire da questo tratto, che ne ha caratterizzato la forma fin dalle origini, e continua a marcarla tuttora, è possibile rinvenire un fattore che permette di individuare un percorso risolutivo nei confronti dell’endemico problema dello scarto tra appartati produttivi, a loro volta “eccessivi” nella rigidità e nel didascalismo, e fome del consumo, che esprimono sovente un immaginario altro rispetto a quello contenuto nei modelli proposti.
È dunque la passione per l’eccesso a rendere l’iteratività godibile e produttiva: eccesso che si rinviene in tutti i livelli del testo, da quello attanziale a quello concernente la struttura dei singoli moduli». A. Bianco, L. Bolla, M. Buovolo, I. Castropignano 1980/1983.
Il varietà televisivo come modello di produzione RAI in appendice al volume di AA.VV. Ai confini della serialità, a cura di Alberto Abruzzese, Società Editrice Napoletana, 1984, p.
162. [3] «Torna “Canzonissima”, un pezzo di storia della e della musica dove i protagonisti saranno i brani – La nuova versione della popolare trasmissione televisiva di varietà, mandata in onda dalla Rai dal 1956 al 1975, torna in Tv dal 21 marzo su Rai 1. Direttore dell’Intrattenimento Prime Time della Rai: