Politica
Da Hormuz a Beirut. Il mondo appeso a due fragili tregue
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Le prime navi civili “autorizzate” dai pasdaran hanno percorso quelle poche maledette miglia marine la cui chiusura ha caricato di angoscia il mondo intero. Le prime macchine stracariche si son messe in fila sulla strada che le riporta dalle macerie di Beirut e della valle della Bekaa al sud del Libano, dove i villaggi sono tutti distrutti e i razzi degli hezbollah sono stati nascosti chissà dove.
Il prezzo del petrolio è crollato e tutti hanno aspettato la riapertura delle borse asiatiche facendo scongiuri per una volta fondati su qualcosa di immediatamente percepibile. Forse si può cominciare a sperare che la Grande Crisi che grava sulle prospettive dell’economia mondiale non ci sarà.
Sventata per sempre o solo rimandata? Vedremo.
Intanto teniamoci quello che ci ha regalato la svolta che c’è stata, improvvisa. Con un comunicato un po’ burocratico il ministro del regime degli ayatollah ha annunciato la riapertura dello stretto di Hormuz proprio mentre quattro leader europei, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz e Giorgia Meloni (sì, stavolta c’era anche lei) da Parigi guidavano le danze di una gigantesca call collettiva con cui ai “volenterosi” convocati dal presidente francese univano testimonianza della loro buona volontà a farsi garanti della novità i responsabili di una cinquantina di paesi del mondo.
E a impegnarsi per cercare una via d’uscita a una crisi che pareva troppo intricata per la diplomazia c’erano tutti quelli che contano, anche i russi e i cinesi. Ma sulla soddisfazione del momento son destinate a calare, presto, le ombre di molti dubbi.
Uno, intanto: quanto durerà il nuovo provvisorio assetto dello stretto di Hormuz? Teheran ha fatto sapere di considerarlo in vigore finché “durerà la tregua”.
Non è chiaro se i dirigenti iraniani intendano il cessate il fuoco decretato di comune accordo con gli americani finché sono aperti i negoziati iniziati e presto interrotti a Islamabad ma che, sempre per intesa comune dovrebbero riprendere domani, domenica. Oppure intendano la tregua dei bombardamenti israeliani sulle posizioni degli hezbollah che hanno provocato migliaia di morti, un milione di sfollati, distruzioni tremende non solo nel sud del Libano ma anche a Beirut.
Quale che sia l’interpretazione giusta, la condizione posta da Teheran può essere tale da bloccare ogni intesa nel giro di pochi giorni, se non ore. L’ipotesi della tregua “libanese” è già minata in partenza dai dirigenti israeliani.
Il premier Netanyahu ha dichiarato chiaro e tondo che l’operazione contro gli hezbollah non è finita e riprenderà “fino all’eliminazione definitiva del pericolo”. Il ministro della Difesa Katz è stato anche più esplicito dichiarando che il cessate il fuoco durerà solo per e non oltre i 10 giorni fissati da Trump quando ha dato lui stesso (e non i diretti interessati a Tel Aviv) l’annuncio dell’interruzione degli attacchi.
Senza contare il rischio che tanto gli israeliani che gli hezbollah considerino una rottura deliberata dell’altra parte le scaramucce che, come sempre accade, si verificano in queste situazioni. Non c’è alcun dubbio, comunque, sul fatto che i dirigenti di Israele considerino l’interruzione dei combattimenti dell’Idf non una scelta presa volontariamente ma una concessione fatta obtorto collo al potente alleato di Washington che, per giudizio larghissimamente diffuso, hanno trascinato essi stessi nell’avventura della guerra all’Iran.
Ma non induce all’ottimismo neppure l’altra ipotesi sulle conseguenze dell’atteggiamento iraniano in merito al cessate il fuoco, ovvero la sospensione dei combattimenti in funzione dei colloqui diretti tra Washington e Teheran. L’imminente ripresa dei colloqui di Islamabad, ha sostenuto Trump reiterando il suo solito schema di bugie plateali alle quali non è chiaro fino a quanto nella sua confusione mentale creda lui stesso, porterà a un accordo “praticamente già fatto” che consisterebbe non solo nella rinuncia di Teheran all’arricchimento dell’uranio ma addirittura la consegna delle scorte già prodotte agli Stati Uniti o, comunque, a uno stato estero.
In cambio, Washington autorizzerebbe lo sblocco di 200 miliardi di dollari di asset iraniani congelati in occidente. La bella (se fosse vera) notizia della disponibilità iraniana alla rinuncia all’uranio arricchito, quando è stata diffusa dallo stesso Trump in uno dei suoi sproloqui su Truth ha stupito tutti gli osservatori occidentali, abituati a fare i conti ormai da anni con tutte le resistenze opposte da Teheran a questa ipotesi.
Infatti la notizia era falsa, come neppure un’ora dopo hanno fatto sapere stizziti dalla capitale iraniana. Un wishful thinking scambiato per realtà?
Oppure un tentativo dell’uomo della Casa Bianca di forzare le posizioni nell’imminenza di una tornata negoziale che si annuncia difficile? Ormai su certe strambezze del comportamento pubblico del capo della Casa Bianca ci si stupisce sempre meno.
Anche i più ottimisti sulla possibilità che prima o poi il regime di Teheran capisca che è anche nel suo interesse mollare la pretesa di dotarsi di una riserva di materiale che gli apra la strada al possesso di un’arma nucleare, non possono dubitare sul fatto che lo schemino semplice semplice immaginato da Trump – uranio a noi, soldi a voi – farebbe immediatamente saltare il tavolo negoziale. È anche dubbio che il vicepresidente J.D. Vance, se sarà ancora lui a comandare il gatto e la volpe del negoziato con Teheran Witkoff e Kushner, sia così ingenuo da pretendere di riprendere i colloqui da qui.
Tutte le considerazioni fatte, insomma, convergono sull’impressione che la novità della mossa del regime iraniano non segnali un mutamento reale verso intenzioni più pacifiche dei rapporti tra i due belligeranti e, lontano dal fronte iraniano, tra le forze che si contrappongono in Libano e su altri potenziali terreni come i paesi del Golfo o i territori dove operano i proxies di Teheran. È piuttosto possibile che gli iraniani si preparino a interloquire con gli europei, prendendo atto della evidente crisi che proprio la guerra “americana” (e solo americana) contro di loro ha finito per produrre nei rapporti tra le due sponde dell’Atlantico.
Un atteggiamento di apertura verso l’Unione europea e, nella contingenza, con l’iniziativa di Macron non sarebbe in fin dei conti una novità assoluta, giacché riproporrebbe una felice triangolazione del passato, quando furono proprio l’Unione europea e i maggiori paesi che ne fanno parte a negoziare, con un buon risultato un accordo con Teheran sul nucleare che avrebbe potuto risolvere definitivamente la questione. Allora gli americani, con il presidente Obama, furono della partita e, come sanno tutti, fu poi lo stesso Trump all’inizio del suo primo mandato a mandare tutto all’aria ritirandosi gli Stati Uniti dall’accordo.
Vedremo se questo possibile cambio di interlocuzione – dall’estremismo trumpiano alla ragionevolezza europea per dirla con una formula molto semplicistica – potrà funzionare, ammesso che il regime degli ayatollah voglia davvero perseguirlo. Cosa che finora non è avvenuta in alcun modo nelle pratiche dello stato teocratico, nei bagni di sangue degli oppositori e nell’uso del terrorismo come arma di politica internazionale.
Gli europei dalla loro parte anche sul complesso della situazione del Medio Oriente dovrebbero cercare la misura giusta dei loro rapporti non solo con la presidenza di Donald Trump, che viaggia ormai in una specie di stratosfera di solipsismo politico, ma con la necessità di porre su una base solida e razionale i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico. Le insopportabili isterie con cui l’attuale presidente americano considera i rapporti di Washington con i “parassiti” europei e quella “tigre di carta” che sarebbe la NATO indicano l’esistenza di problemi che non sono solo il frutto della sua distorta personalità quanto piuttosto il segnale di diversità strategiche, oltre che politiche e culturali, che esistevano prima, esisteranno dopo di lui e andranno affrontate.
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