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Giovedì 16 aprile 2026 ore 14:23

Politica

Le convenienze economiche che si nascondono dietro lo stallo della guerra in Ucraina

Giovedì 16 aprile 2026 ore 12:16 Fonte: Strisciarossa

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La guerra in Ucraina, innescata dall'invasione russa, si trova attualmente in una fase di stallo a causa di diversi fattori economici che ostacolano le trattative di pace. Da un lato, la Russia è motivata a mantenere il controllo su territori strategici per garantire l'accesso a risorse naturali e mercati, mentre dall'altro, l'Ucraina, sostenuta da aiuti internazionali, è determinata a ripristinare la propria sovranità e integrità territoriale. Le sanzioni economiche imposte all Russia hanno avuto un impatto significativo, ma non sufficiente a costringere Mosca a negoziare, poiché il regime di Putin continua a considerare la guerra come un'opportunità per affermare la propria potenza. Inoltre, le dinamiche del mercato energetico e le interdipendenze economiche tra i vari attori globali complicano ulteriormente la situazione, rendendo difficile trovare un accordo che soddisfi entrambe le parti.
Le convenienze economiche che si nascondono dietro lo stallo della guerra in Ucraina
Strisciarossa

L’Ucraina è ormai uscita dai radar della politica internazionale. Fuori dai riflettori dei media.

Certo, per far spazio alla guerra in Iran e nel medioriente, e ai suoi riflessi geo economici immediati. Eppure v’è qualcosa di strano in questa sorta di cortina del silenzio che avvolge ormai il conflitto più pesante e sanguinoso scatenatosi in Europa e nel mondo dopo la seconda guerra mondiale.

A parte forse la guerra Iran -Iraq anni 80. Si parla infatti dopo l’invasione di Putin, addirittura di un milione di vittime russe tra morti e feriti.

E al ribasso, di più di 300 mila caduti militari per parte. Nonché di svariate decine di migliaia di vittime civili.

Una ecatombe che mette insieme guerra di attrito e tecnologica. Con costi umani altissimi e la disintegrazione di un paese che ha perso più di dieci milioni di abitanti fuggiti in Europa o altrove.

La Russia, a prezzo di immani sforzi dopo aver fallito il regime changing, – suo vero obiettivo – è riuscita però a conquistare il 20 per cento del paese, e a garantirsi la Crimea in larga parta russa già prima della indipendenza ucraina nel 1991, e tutelata da accordi di autonomia – la Repubblica indipendente di Crimea del 1994 – poi saltati fino al separatismo e alla annessione russa nel 2014. Trump e Putin (Mandatory Credit:

Photo by Benjamin Applebaum/Dod/Planet Pix via ZUMA Press Wire/Shutterstock (15443515l) Lo stato delle cose sul campo In pratica, Putin oltre a Crimea, ha preso quattro oblast al sud e li ha annessi. Ovvero Luhansk, Donetsk a lieve maggioranza etnica russa nelle due città, non nella regione.

Il Kehrson e Zaporithza, a maggioranza etnica ucraina e con forti minoranze russe. Ma fino al 2014 tutte zone a maggioranza filo russa elettorale schiacciante, tra il 70 e l’80 per cento.

Tuttavia fin qui Putin non ha occupato la città di Odessa. Una città assediata ma non presa e rimasta a Kiev come eventuale merce di scambio di un futuro compromesso di pace.

A differenza di Mariupol, conquistata a caro prezzo dopo la resa del battaglione Azov nella famosa acciaieria Azovsthal. Attualmente la linea del fronte si attesta tra il Kehrson e Kharkiv per una lunghezza di 1500 km con propaggini russe a ridosso di Sumy nel Kursk, oggetto di una incursione ucraina respinta.

Strategicamente è un buon risultato per la Russia, benché oneroso, se si esclude l’idea a nostro avviso fuorviante di una aspirazione russa a prendere tutto il paese. Gli obiettivi ideologici e non della Russia erano infatti altri, fin dall’ inizio, malgrado il fallito cambio di regime a Kiev: “smilitarizzazione e denazificazione Kiev”.

Secondo il linguaggio della “operazione speciale”. E quindi: neutralità Ucraina e no alla NATO.

E infine controllo diretto o indiretto dei quattro oblast citati annessi solo dopo il fallimento dei colloqui di Istanbul nell’aprile 2022. Ebbene a parte la Crimea annessa nel 2014, dopo la rivolta di Maidan e la guerra civile, la Russia non aveva mai voluto annettere le due repubbliche separatiste di Luhansk e Donetsk.

Ma esigeva un loro riconoscimento del tipo regione autonoma (come il nostro Alto Adige), nel quadro dell’Ucraina di allora. Oggi la guerra che si protrae dal febbraio del 2022, ha ormai sancito la russificazione forzata e statale di quelle zone che vanno ad aggiungersi al governatorato russo di Crimea, con Sebastopoli base navale sul mar nero, causa non ultima del conflitto.

Base che Kiev voleva eliminare. Al contempo l’Ucraina anti russa e filo Ue e NATO ha dimostrato di saper resistere e poter salvaguardare l’80 per cento del suo territorio, infliggendo gravi colpi al nemico con l’ausilio della NATO e dell’Europa, che hanno fatto del suo esercito una forza poderosa duttile e temibile.

Volodymyr Zelensky (Mandatory Credit: Photo by Benoit Doppagne/Belga/Shutterstock (16136950z)   Gli unici a ricavare un vantaggio sono gli Stati Uniti In sintesi: la guerra civile inter etnica, nata dal moto di piazza di Maidan e divenuta guerra geo politica tra Euro-NATO e Russia – sostenuta dalla Cina- si è alfine trasformata in uno stallo insuperabile e inaggirabile.

Sia dalla forza militare sia da ogni tentativo diplomatico. Una realtà che ha cambiato però tanto l’economia europea, quanto quella russa.

E ovviamente quella Ucraina. Nel segno di sanzioni, crisi continentale, riconversione militare di tutti gli attori in gioco.

Che hanno comportato sacrifici ed enormi dissipazioni di risorse. Unico attore che ne ha ricavato vantaggi, come tutti oggi riconoscono, sono stati gli Usa, destinatari non solo di ingenti commesse militari da parte della Ue schierata con Kiev, ma premiati da un aumento di ben due terzi  del suo export energetico in Europa sancito dal meccanismo sanzionatorio – oggi disdetto da Trump- e dalla distruzione  del gasdotto North Stream, il 26 settembre 2022, vero connettivo dei rapporti russo tedeschi oggi saltato.

Per quella distruzione, auspicata da Biden dopo la sua rielezione, sono oggi indagati in Germania quattro ufficiali tra cui il generale Zaluzny e due istruttori, tutti ucraini. Inchiesta della Procura federale ancora aperta.

Appurato lo stallo, ci si chiede allora: perché esso prosegue? Possono i russi avanzare ancora e infrangerlo?

Potrebbero, ma a prezzi politici e bellici immensi. E contraccolpi drammatici.

Per la contrarietà cinese. E per la reazione inevitabile dell’Occidente e forse anche degli USA, a quel punto richiamati contro voglia in Europa ad uscire dal disimpegno trumpiano, nel momento in cui gli USA patiscono a loro volta lo stallo in Iran.

Per rifarsi dallo scacco, per così dire. E d’altra parte proprio le gravi difficoltà generate dalla crisi di Hormuz inducono la Russia ad aspettare il momento buono per ridiventare indispensabile in Europa, profittando della nuova crisi energetica.

Ma cosa ostacola davvero la conclusione di una guerra che poteva essere evitata rinunciando ad espandere la Nato ad est nel 2019? E che nondimeno si trascina con prezzi altissimi e rischi permanenti?

Rischi di attriti ai confini, incidenti letali, provocazioni e relativi effetti domino con altre carneficine. Eppure la soluzione ragionevole sarebbe a portata di mano.

Eccola: tregua e spartizione de facto. Congelamento sulla linea del fronte.

Rinuncia russa al Donbass residuo non conquistato. E ombrello esterno a garanzia di Kiev, come da trattato di Lisbona del 2009 per i membri Ue, come l’Ucraina sarà.

E infine: esercito congruo e assistito da Ue ma non già truppe Euro-NATO a difesa in loco. E quindi truppe ONU come peace keeping, inclusive anche di paesi europei eventualmente.

A favorire questa soluzione ragionevole ci sarebbero le sanzioni anti russe revocate. Lo sblocco degli asset russi congelati in Europa e da investire nel paese con consenso russo già espresso, E un accordo di sicurezza euro americano e russo con Cina, in sede Onu.

Missili russi su Kiev Le questioni economiche dietro una guerra che non finisce mai E invece la via non si trova. Ancora una volta.

Malgrado la tregua ortodossa pasquale. Perché?

Certo la pretesa russa di annettere anche il poco Donbass non conquistato gioca a sfavore. Con gli ostinati bombardamenti russi continui.

Come pure nuoce la speranza russa di poter avere a Kiev un interlocutore più favorevole alla presidenza della repubblica, ruolo oggi in proroga. E tuttavia enormi sono le responsabilità europee in tutta questa tragica vicenda.

Dall’appoggio totale post Maidan ai nazionalisti di Poroshenko, che abolirono bilinguismo, autonomie interne e neutralità, legge respinta per difetti di forma nel 2018, ma poi confermata definitivamente dalla Corte Costituzionale nel 2019: unica lingua ufficiale l’ucraino, anche nelle regioni. E poi l’appoggio Ue all’ ingresso in NATO di Kiev come “partner” nel 2019, NATO sancita in Costituzione, e nel quadro di un “Piano di azione per la membership”.

Fino al progetto di installare in Ucraina un “porcospino armato” per dirla con la von der Leyen, garantito da truppe anglo tedesche e britanniche, a salvaguardia della pace. Progetto che rimette in gioco in nuova forma uno degli ostacoli chiave di questa guerra, da sempre denunciato dalla Russia: la presenza armata Euro-NATO in Ucraina ipotizzata fin dal 2019 con missili, basi e truppe a ridosso di Sebastopoli.

Un aspetto di quel generale accerchiamento militare occidentale alla Russia, dal Baltico al Mar Nero, determinatosi dopo il 1997, e che sempre sia Gorbaciov che Eltsin rifiutarono, fino ovviamente a Putin. Rientrerebbe così in altri termini dalla finestra ciò che la Russia tentò di cacciare dalla porta con l’invasione del 2022, non senza cercare la via diplomatica.

Talché, resta ostinata la domanda iniziale. Perché non si chiude la guerra in Ucraina?

Odio reciproco, costi, sacrifici, senza dubbio. Credibilità dei leader nemici in palio.

Ma c’è dell’altro. Ed è il blocco di interessi generatosi attorno a questa guerra.

Anche da parte europea, non solo russa. In primis la mole di colossali investimenti euro-americani dispiegati in Ucraina con le privatizzazioni ante e post Maidan del 2014.

Attualmente su 40 milioni di ettari del demanio ucraino, con edifici, terre agricole e giacimenti, 30 sono stati privatizzati con vincoli e 10 restano in mano allo Stato. Dal 2021 questi vincoli a rivendere sono stati rimossi, ed è in corso una nuova grande dismissione ai privati.

Si tratta di una nuova ondata di privatizzazioni che vede coinvolta la Banca europea, il FMI, e la Bank of America. Con in più imprese immobiliari e agroalimentari occidentali.

E si vedano al riguardo sul manifesto dell’11 Agosto 2025 le dichiarazioni di Heinz Michael Gahler, redattore del Facilty plan della Commissione Europea, fatto proprio nel 2025 dalla Rada di Kiev sulle privatizzazioni in Ucraina come condizione per l’ingresso nella Ue. Dichiarazioni relative a un mix obbligato di austerity e dismissioni di beni pubblici, con rifermento all’ esempio della Grecia.

Sempre su questo punto uno studio dello Oakland Istitut rivela oggi che 8 milioni di contadini ucraini posseggono tre ettari a testa, mentre solo otto grandi proprietari terrieri controllano il 28 per cento delle terre arabili. Frutto questo, dello smantellamento del sistema dei kolkoz sovietici.

E si veda al riguardo, sempre sul manifesto, il report di Manuela Bonaccorsi e Chiara D’Ambros del 12 luglio 2025, con l’insieme delle imprese multinazionali, minerarie e del comparto agro alimentare coinvolte in questo processo evocato come una sorta di Piano Marshall per l’Ucraina dalla commissione Ue per risanare il debito. Infine, gioca un ruolo dirimente nello stallo il complesso di interessi legati all’acquisto di energia americana. dopo le sanzioni a quella russa.

Ovvero, il progetto di integrazione militare e industriale dell’Ucraina nel sistema del Rearm europeo, che vede il 60 per cento delle commesse riservato alle industrie tedesche, polacche e italiane e il 40 a quelle USA. Con un intreccio pianificato molto preciso di joint ventures stimolato dalle seguenti cifre contenute nel piano Draghi del settembre 2024, in quello Readiness di von der Leyen del 4 Marzo 2025, e nella audizione di Draghi il 25 Marzo 2025.

Ecco le cifre in sintesi. Ottocento miliardi di Euro in spese per la difesa entro il 2030.

E cinquecento entro il 2035. Più altri 110-130 a regime annui, a partire dagli attuali 110, ormai stabili in Europa.

Il totale che racchiude tali cifre, a leggere il piano Readness 2039 presentato da von der Leyen, è il seguente: 6800 miliardi di Euro di spesa per la difesa, di cui la metà, ovvero 3400 netti, in difesa attiva, cioè armamenti veri e propri. Si tratta di cifre faraoniche, da raggiungere in dieci anni, con obiettivo del 3,5 del Pil, a beneficio della difesa europea, comune o nazionale poco importa.

E capaci di riplasmare profondamente l’economia europea in direzione di un keynesismo militare pubblico e privato. E proprio dentro tutto questo si colloca il ruolo della nuova Ucraina nella Ue.

Infatti, come scrive oggi il report del Foreign relations, think tank USA editore di Foreign Affairs, “l’integrazione delle aziende ucraine negli apparati europei e della NATO non è un atto di beneficenza ma un investimento strategico nella sicurezza collettiva”. Laddove “l’innovazione bellica ucraina ha trasformato la sua industria della difesa in un polo in rapida espansione per droni, sistemi autonomi e tecnologie per il campo di battaglia”.

Parole chiare, non certo di propaganda russa. Ecco dunque svelato il viluppo di convenienze economiche e strategiche che ostacola oggi ogni vera trattativa, e protrae a tempo indefinito la guerra in Ucraina.

In pratica, l’ambizione europea di integrare il paese in uno hub sperimentale del riarmo e della deterrenza continentale, in funzione di antemurale anti russa. Con il consenso americano.

Oltre alla protezione di più convenzionali investimenti. Insomma: necessità del piede armato in Ucraina.

Una prospettiva questa che esclude ogni piano di sviluppo civile, sociale e di coesistenza pacifica tra mondi e sistemi. Da attuare nel silenzio dello stallo.

E ben per questo è meglio non parlarne più di tanto. Al di là delle consuete e ben note polemiche ideologiche sull’Europa minacciata dal nemico russo alle porte.

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