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La crisi energetica in Europa
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L’evolversi del conflitto tra Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra sta avendo ripercussioni che vanno oltre l’aspetto geopolitico. La centralità della regione per quel che riguarda il mercato dei prodotti energetici e il ruolo che gioca lo stretto di Hormuz nel traffico marittimo sono due dei fattori principali che stanno influenzando la situazione economica.
Anche alla luce dei recenti sviluppi, con la riapertura dello Stretto, la situazione resta fragile. Proprio perché si tratta di uno snodo cruciale per il traffico commerciale, la sua prolungata chiusura ha prodotto effetti che richiederanno tempo per riassorbirsi.
Soprattutto, non vi è alcuna garanzia che questo equilibrio regga nel tempo: qualora la tregua venisse meno, il regime iraniano ha ormai dimostrato di poter utilizzare lo Stretto come leva negoziale. A essere più colpita è l’Asia, che ha dovuto prendere misure emergenziali per far fronte alla chiusura dello Stretto.
Oltre ai prodotti energetici, un fattore di rischio è anche l’aumento dei costi e l’eventuale carenza di fattori di produzione agroalimentari, come i fertilizzanti. Come fa notare l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), tra il 20 e il 45 per cento di questi prodotti attraversa lo stretto di Hormuz.
Qualora la situazione non dovesse risolversi in tempi brevi, questo comporterebbe gravi ripercussioni. Saranno i paesi più poveri a essere più esposti a questo fenomeno, con il rischio di una grave riduzione dei raccolti.
Ma anche l’Europa, dopo aver già attraversato lo shock energetico dovuto all'invasione russa dell’Ucraina, si trova oggi in una situazione delicata. Di cosa parliamo in questo articolo:
Le prospettive di crescita Il taglio delle accise: una questione complessa Imparare dai decenni persi Le prospettive di crescita Un quadro della situazione, seppur ottimista, viene fornito dalle prospettive di crescita pubblicate recentemente dal Fondo Monetario Internazionale (IMF). Secondo le stime, la situazione in Medio Oriente peserà sull’economia.
La crescita del PIL su scala globale ha subito una revisione di 0.2 punti percentuali, da 3.3 a 3.1, ma il Capo Economista dell’IMF Pierre-Olivier Gourinchas ha sottolineato come queste stime non tengano conto dell’evoluzione della situazione in Iran. Le prospettive, secondo Gourinchas, dovranno essere riviste al ribasso, con una crescita del PIL globale intorno al 2 per cento e un aumento deciso dell’inflazione.
Soprattutto per i paesi europei, che già presentavano tassi di crescita prossimi allo zero, questo lascia presagire una contrazione che potrebbe portare a una recessione. Anche il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti ha sottolineato che il perdurare della crisi potrebbe spingere il nostro paese verso la recessione.
Inoltre, il ministro ha invitato l’Europa a sospendere il Patto di Stabilità per far fronte alla situazione. La decisione ha un precedente: durante la pandemia di SARS-CoV-2, per garantire lo spazio fiscale necessario per sorreggere il tessuto economico, l’Europa aveva prima sospeso e poi modificato il Patto.
Il problema è che tipo di politiche si vogliono mettere in campo per far fronte a questa crisi e in che modo il Patto di Stabilità le ostacola. Infatti, ci troviamo davanti a uno shock di tipo energetico, in un contesto sensibilmente diverso rispetto al 2022.
In quel caso, si usciva dalla pandemia e il ciclo economico era positivo, con un aumento considerevole della crescita e degli occupati. Già oggi l’Europa si trova in una situazione di debolezza, con una crescita stentata, una dinamica occupazionale stazionaria e un’economia meno dinamica rispetto agli anni precedenti.
Quindi, è necessario mettere in campo delle misure di sostegno al tessuto economico e alle famiglie per far fronte a un aumento del costo dell’energia e a probabili movimenti anche sul lato dell'inflazione. Ma questi interventi andranno fatti tenendo conto del tipo di shock.
Non ci troviamo infatti in una situazione di recessione endogena. In quel caso, politiche fiscali espansive per rilanciare la domanda sarebbero auspicabili e una sospensione del Patto di Stabilità garantirebbe margini per intervenire in maniera più decisa.
La situazione è delicata proprio perché, oltre a una situazione economica meno rosea rispetto agli anni precedenti, ci si trova davanti a uno shock esogeno sul lato offerta: i beni intermedi che vengono utilizzati per la produzione, per il trasporto e non solo, hanno subito un aumento di prezzo dovuto alla situazione in Medio Oriente. E questa è la visione più ottimista.
Qualora dovesse persistere il collo di bottiglia dovuto all’instabilità circa il passaggio dallo Stretto di Hormuz, si prefigura una situazione non solo di aumento di prezzi, ma di vera e propria carenza sistematica di beni. Non si tratta di uno scenario inverosimile: già oggi, le compagnie aeree segnalano criticità nell'approvvigionamento.
In una situazione come quella descritta poc'anzi, le misure che il governo dovrà intraprendere dovranno reggersi su questo equilibrio: da una parte servirà, appunto, sostenere il tessuto economico e le famiglie davanti agli aumenti; dall’altro però è necessario che gli interventi in materia fiscale- sulla monetaria ci arriviamo- non portino a ulteriori pressioni su beni scarsi. Per questo motivo bisogna procedere con cautela sul Patto di Stabilità.
Il rischio infatti è che, soprattutto in un periodo in cui vi saranno appuntamenti elettorali come le elezioni in Francia e in Italia, i governi in carica utilizzino i maggiori margini fiscali a fini elettorali. Questo, oltre a peggiorare la situazione dal punto di vista della carenza di beni energetici, potrebbe inoltre ripercuotersi sul Rendimento dei Titoli di Stato.
Un discorso a parte merita la politica monetaria della Banca Centrale Europea (BCE). Durante la precedente crisi energetica, si è discusso ampiamente della scelta di alzare i tassi per contrastare l’inflazione.
Le critiche si erano concentrate sul fatto che il rialzo dei tassi, in un contesto di inflazione da shock d’offerta, non potesse agire sulle cause scatenanti, mentre avrebbe avuto effetti negativi sull’accesso al credito delle imprese e quindi sull’economia nel suo complesso. Non è possibile stabilire con precisione quanto le politiche della Banca Centrale abbiano inciso sul rallentamento dell’inflazione.
Tuttavia, è necessario sottolineare una differenza rilevante rispetto al passato: dopo la pandemia, sia la politica monetaria sia quella fiscale avevano immesso una quantità significativa di liquidità nel sistema, rendendo più efficace una successiva stretta monetaria. Oggi la situazione appare diversa.
Il tasso di crescita degli aggregati monetari nell’Eurozona è sensibilmente più contenuto rispetto al periodo post-pandemico e il ciclo economico è già debole. In questo contesto, un ulteriore irrigidimento della politica monetaria rischierebbe di incidere prevalentemente sul lato della domanda, aggravando il rallentamento economico senza affrontare le cause dell’aumento dei prezzi, legate in larga parte a vincoli dal lato dell’offerta.
Questo non significa che la BCE possa ignorare la dinamica inflazionistica, ma che il margine di intervento è più ristretto e il trade-off più accentuato rispetto al passato. In presenza di uno shock energetico persistente, la politica monetaria si trova quindi a operare in un contesto particolarmente complesso, in cui il rischio di comprimere ulteriormente l’attività economica si affianca alla necessità di mantenere sotto controllo le aspettative di inflazione.
Il taglio delle accise: una questione complessa Per far fronte all’aumento del prezzo dei carburanti alla pompa, il governo ha varato un taglio delle accise che vanno a comporre il prezzo assieme al costo della materia prima e dell’IVA. Si tratta di un provvedimento che era già stato adottato durante la precedente crisi energetica, dovuta all’invasione russa dell’Ucraina.
La prima questione da chiarire è che la misura ha effettivamente ridotto i prezzi alla pompa, ma non in valori assoluti. La dinamica dei prezzi, infatti, mostra un andamento crescente nel corso dell’ultimo mese, come riportato nel grafico tratto dalla pagina del ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica.
Tuttavia, è necessario tenere conto del meccanismo di formazione del prezzo. Semplificando, il prezzo che compare nei distributori di benzina dipende da tre fattori: il prezzo di mercato, l’IVA applicata e le accise.
Nel grafico, è rappresentata la dinamica del prezzo netto- cioè quello di mercato- e il valore dell’accisa, entrambi per 1000 litri, come riportato nel sito del Ministero. Si può vedere che nonostante il taglio delle accise, a crescere è stato il prezzo netto, a causa dei movimenti di mercato.
Se quindi è vero che il prezzo alla pompa è più alto rispetto ai mesi precedenti, c’è da sottolineare che il prezzo odierno sarebbe sensibilmente maggiore qualora non ci fosse stato l’intervento da parte del governo. Su questa misura si è riaperto il dibattito.
Secondo vari osservatori ed esperti, si tratta di una misura errata da mettere in campo in questo momento. Si pensi ad esempio a quanto scrive sul Corriere della Sera l’economista Carlo Cottarelli o all’editoriale sulla Stampa di Veronica de Romanis.
A supporto di questa tesi sono addotte due motivazioni principali. In primo luogo, il taglio delle accise porterebbe a un maggior risparmio per le persone più agiate.
Infatti, poiché solitamente sono proprio queste a guidare macchine con una cilindrata maggiore, spenderebbero di più a fare rifornimento rispetto alle persone della classe media. La misura, quindi, avrebbe un carattere regressivo.
In secondo luogo, la misura va a ridurre artificialmente il prezzo del carburante, sempre con il caveat fatto in precedenza. Il motivo dell’aumento del prezzo di mercato è dovuto, in breve, alla scarsità del bene e all’incertezza della situazione geopolitica.
Quando c’è scarsità di un bene, i prezzi si alzano e i consumatori dovrebbero (in linea teorica) ridurre il consumo. Se il governo interviene per abbassare artificialmente quello che sarebbe il prezzo finale in assenza di intervento, la riduzione del consumo sarà inferiore rispetto a una situazione senza intervento.
E quindi, proprio in una situazione in cui il bene scarseggia, questo va a peggiorare la situazione. Questa analisi però non tiene conto di vari fattori.
L’idea che il taglio delle accise risulti regressivo, ad esempio, rischia di portarci a una visione semplificata e superficiale della realtà. Se si definisce regressivo un intervento solo perché i benefici assoluti sono maggiori per i redditi più alti, diventa difficile individuare politiche che non lo siano.
Quando si valuta la regressività di una misura, è necessario tenere conto sia del comportamento degli agenti sia del loro livello di reddito. Le fasce meno abbienti, infatti, tendono a destinare una quota più elevata del proprio reddito disponibile ai consumi.
Per questo motivo, nonostante il beneficio in termini assoluti possa risultare maggiore per le fasce più abbienti, l’effetto relativo del taglio delle accise non è necessariamente regressivo e dipende dalla distribuzione dei consumi rispetto al reddito. La discussione sul peso dei consumi sulle fasce meno abbienti porta a un’ulteriore considerazione.
Quando si sostiene che la misura sia regressiva perché i benefici maggiori, in valore assoluto, andrebbero ai redditi più alti, si tende a trascurare gli effetti indiretti lungo la filiera produttiva. I carburanti rappresentano infatti un input rilevante per il trasporto delle merci, e una quota significativa dei beni di consumo viene movimentata su gomma.
Un aumento dei prezzi dei carburanti può quindi tradursi, almeno in parte, in un aumento dei costi di trasporto e, attraverso un meccanismo detto pass-through, in prezzi finali più elevati per i beni di consumo. Poiché tali aumenti incidono in misura relativamente maggiore sui redditi più bassi, che destinano una quota più elevata del proprio reddito ai consumi, questi effetti indiretti possono risultare regressivi.
Sul secondo aspetto, la discussione è ancora più complessa e si interseca non solo con questioni di tipo “economico”, ma anche valoriale e morale. Bisogna infatti partire da un presupposto: per quanto un aumento dei prezzi generalmente porti a un calo dei consumi, c’è una parte che non è facilmente sostituibile.
Una fetta considerevole dei lavoratori, con le dovute differenze di tipo geografico che vanno a esacerbare queste dinamiche, devono recarsi a lavoro con il proprio mezzo. Su questa componente non è possibile intervenire a livello individuale: possibili soluzioni al problema richiedono tempo, come per un potenziamento del trasporto pubblico.
Qualora la situazione dovesse diventare critica, non sarà nemmeno più possibile affidarsi solamente al lato incentivi: serviranno interventi da parte del governo come il divieto di circolazione in determinati giorni-rievocando quindi le misure dall’austerità degli anni ‘70. Non solo: questa discussione si innesta su una questione meno tecnica e più valoriale.
Abbiamo visto che c’è una quota di consumi dei carburanti che non può essere ridotta in maniera decisa, perché le persone, fino a prova contraria, devono recarsi nel proprio posto di lavoro. Pertanto, il calo dei consumi dovrebbe concentrarsi su altri tipi di utilizzo dei propri mezzi di trasporto, che non sono legati al lavoro.
Si tratta di una situazione simile a quanto successo durante la pandemia: a venir salvaguardate erano le “attività essenziali”, cioè quelle economiche. Se è vero che senza la produzione e l’erogazione di servizi un paese non può reggere, una visione di questo tipo tende a comprimere e considerare sacrificabili attività di altro tipo che sono necessarie per il benessere mentale e fisico degli individui.
Per far fronte all’inadeguatezza della misura, i critici hanno proposto una strategia mirata con buoni carburanti destinati alle famiglie più povere. È un’ottima idea, sulla carta.
Nella realtà, la questione è più complessa. Il difetto del taglio delle accise è che non differenzia tra chi ne ha davvero bisogno e chi no.
Ma qualora si dovesse virare su una misura che pone dei criteri su chi aiutare e chi no, il problema si sposta: come individuare correttamente le persone bisognose? Già stabilire dei criteri apre a vari dibattiti: si deve tenere conto solamente dell’aspetto economico- cioè aiutare solamente famiglie e individui che hanno un certo tipo di reddito- oppure bisogna tenere conto anche dell’occupazione- chi può lavorare da remoto e chi no, giusto per fare un esempio- e della disuguaglianza spaziale- è più svantaggiata una persona che vive nelle aree interne e deve utilizzare la macchina per andare a lavoro pur avendo un reddito più elevato rispetto a una persona con un reddito inferiore che vive nelle periferie dei centri.
Questo porta a un’ulteriore conseguenza: anche qualora si raggiungesse un accordo unanime su come definire chi aiutare e chi no, individuare queste persone richiederebbe procedure burocratiche di non poco conto. E queste operazioni hanno a loro volta un costo per l’amministrazione pubblica e lo Stato.
Proprio il padre del Welfare State, l’economista e parlamentare britannico William Beveridge, avvertiva dei rischi di questa procedura, detta means testing. La discussione fatta finora non implica che la misura sia scevra da problematiche.
Un taglio delle accise sui carburanti ha un costo ingente per le casse dello Stato. Se è vero che una parte di questo mancato gettito viene recuperata da quello generato dall’IVA, il flusso rimane comunque negativo.
Per questo motivo, il Governo Meloni ha finanziato la misura anche con tagli a vari ministeri, tra cui quello dell’Economia, delle Infrastrutture, della Salute e dell’Istruzione. Se quindi il taglio delle accise presenta problematiche, le proposte alternative presentano criticità non meno rilevanti, aggiungendo inoltre difficoltà di implementazione.
Imparare dai decenni persi I problemi che l’Europa si trova ad affrontare oggi non nascono di certo soltanto dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Si tratta, come avevamo sottolineato anche per la questione del gas russo, di una conseguenza della dipendenza energetica dell’Europa da fonti energetiche fossili.
In entrambi i casi, seppur con dinamiche differenti, quello che viene messo a nudo è il ritardo che sconta l’Europa riguardo all’indipendenza energetica e alla transizione ecologica, con particolare riguardo a certi settori. Negli ultimi anni, l'Europa si è contraddistinta per un approccio spesso contraddittorio sul tema dell'indipendenza energetica e della transizione ecologica.
A fronte di misure regolatorie ambiziose, i progressi concreti sono stati più lenti del necessario e le stesse misure sono state progressivamente indebolite sotto la pressione dei settori industriali. Sotto questo aspetto è emblematico il caso dello stop alle immatricolazioni di auto a motore termico, rivisto dopo le obiezioni di Germania e Italia, ma anche le recenti discussioni sul futuro dell’Europa e le critiche alla “burocrazia” di Meloni e Merz.
Sovranismo europeo o modello Trump? Il bivio dell’Unione Europea tra Macron e l’asse Merz-Meloni I leader europei sono consapevoli che oggi, davanti alla situazione che si è venuta a creare, la transizione ecologica è una necessità.
Come riporta Politico, durante il Consiglio “Affari Esteri” si è sottolineato come per far fronte alla situazione serva una netta accelerazione. Sotto questo aspetto la situazione venutasi a creare sul mercato dei prodotti energetici può essere un’opportunità.
Le pressioni degli attivisti per far fronte alla crisi climatica così come gli allarmi degli scienziati possono restare inascoltati dalla politica. Ma oggi la transizione ecologica non è più una questione scientifica.
La posta in gioco è di tipo economico. Una maggiore indipendenza energetica, che passa necessariamente da un mix di fonti, è urgente in un mondo dominato da tensioni geopolitiche.
C’è tuttavia un esempio virtuoso: la Spagna, soprattutto grazie ai provvedimenti voluti dal governo di sinistra guidato da Pedro Sánchez, ha dimostrato che una transizione rapida è possibile, arrivando a coprire stabilmente una larga fetta del proprio fabbisogno elettrico da fonti rinnovabili. Anche la strategia seguita dal governo Starmer nel Regno Unito, portata avanti dal Segretario per la Sicurezza Energetica e Net Zero Ed Miliband, appare particolarmente promettente.
Se per anni abbiamo avuto politici che hanno descritto la transizione ecologica come “un bagno di sangue”, oggi sappiamo che non solo è necessaria per evitare un aumento del rischio di eventi climatici estremi. È anche l’unica via per garantire il benessere economico e la crescita. (Immagine anteprima via Rawpixel)