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I giorni di Vetro di Nicoletta Verna

Sabato 18 aprile 2026 ore 05:00 Fonte: Menti in fuga
I giorni di Vetro di Nicoletta Verna
Menti in fuga

Nicoletta Verna scrive in nota, alla fine del libro, una frase che vale come dichiarazione di poetica: «In questo romanzo non c’è niente di vero, eppure non c’è niente di falso». Non è un paradosso retorico, né una captatio modesta, è la descrizione precisa di come funziona la sua scrittura.

I personaggi sono inventati, le vicende sono inventate, eppure ogni singola cosa, ogni dinamica familiare, ogni violenza di genere, ogni scelta partigiana, ogni delazione, ogni atto di solidarietà clandestina, è strutturalmente vera, ricavata dalla tessitura profonda di ciò che è realmente accaduto. Ne I giorni di Vetro lo sfondo della Grande Storia fornisce la legittimazione delle vicende, le precede e le ingloba, così i personaggi esistono nella misura in cui intercettano gli eventi pubblici, vi partecipano o ne vengono travolti; c’è poi la finzione letteraria che occupa gli spazi interstiziali e anima ciò che i testimoni non hanno tramandato.

La Storia è l’aria che i personaggi respirano, l’aria che li intossica o li nutre, senza che loro stessi ne siano sempre consapevoli: Redenta, la protagonista, non decifra il fascismo, ma lo sente sulla propria pelle storpia, nelle sue giornate di umiliazione domestica, nel modo in cui gli uomini del paese guardano una donna che non risponde agli standard del corpo fascista, produttivo, fertile, sano, obbediente; è così che le arriva, filtrato dalla sottomissione, dalla fame, dalla paura notturna, restituito attraverso il dialetto che è l’unica lingua in cui riesce a esprimere se stessa.

Il registro del verosimile trascende l’intento documentario ma anche il piano finzionale, pur contenendoli; l’autrice ragiona per abduzione storica: dato quel contesto, date quelle strutture di potere, dati quegli uomini e quelle donne, questo è ciò che sarebbe potuto accadere, e che probabilmente è accaduto, migliaia di volte nelle vite minute e marginali. Nel romanzo la Storia é come la luce in una fotografia: non serve a illuminare tutto in modo uniforme, ma a creare ombre che rivelano la forma delle cose, fa emergere la vita dei nomi senza monumento e delle morti senza cronaca, proprio perché è lì che il fascismo ha esercitato la sua violenza più capillare e più duratura.

Il verosimile preme sul lettore con il peso delle cose accadute, non con la leggerezza della probabilità e chiudendo il libro ho avuto la sensazione fisica, non metaforica, di aver letto testimonianze reali, che raccontano dittatura e resistenza attraverso la texture della materia viva, la grana della violenza, l’ordito del terrore che si deposita nelle abitudini, nei corpi, nelle parole che non si pronunciano. La focalizzazione della narrazione dal basso delle vite è una soluzione che rivela le strutture del potere dal di dentro, mostra come il totalitarismo non sia soltanto una dottrina politica ma una grammatica quotidiana, un modo di distribuire il diritto di esistere.

Una famiglia romagnola degli anni Trenta non delibera sul fascismo: lo vive come si vive il tempo atmosferico, subendone le improvvise violenze e i periodi di relativa bonaccia, adattandosi o soccombendo, senza mai avere la visione d’insieme che appartiene soltanto allo sguardo retrospettivo. È questa asimmetria, tra il sapere del lettore e l’ignoranza dei personaggi il vero motore emotivo del romanzo.

Noi sappiamo già come va a finire: il 25 aprile, la sconfitta del nazifascismo, la Liberazione, ma Redenta non lo sa, vive il presente come assoluto, senza la consolazione del futuro. Il percorso della protagonista si configura come un viaggio dalla colpa ereditata alla responsabilità scelta: attraverso gli orrori della guerra e le violenze del fascismo, Redenta smette di essere un oggetto della Storia per diventarne un soggetto.

La sua “redenzione” non arriva dall’alto, ma dalla sua capacità di restare umana e di compiere atti di estremo coraggio e pietà proprio quando il mondo intorno a lei sembra aver perso ogni barlume di umanità; è una donna che ci insegna che anche chi è nato ai margini, debole, marchiato dal pregiudizio, può diventare il perno attorno a cui ruota il cambiamento. Il romanzo comincia con una coincidenza che è già una condanna:

Redenta nasce a Castrocaro il giorno del delitto di Giacomo Matteotti. Il 10 giugno 1924 non è soltanto la data in cui il deputato socialista viene ucciso da una squadra fascista sul lungotevere di Roma, è il giorno in cui il fascismo smette definitivamente di essere una forza politica e diventa regime.

Matteotti aveva denunciato con argomenti inoppugnabili le violenze e i brogli delle elezioni dell’aprile precedente: un atto solitario e destinato al martirio. La reazione al delitto fu una forte protesta pubblica contro i fascisti che mise Mussolini in difficoltà, ma fu breve: il 3 gennaio 1925 il duce si assunse pubblicamente la responsabilità politica dell’assassinio e da quel momento la dittatura non ebbe più bisogno di maschere.

L’autrice fa nascere Redenta in quel giorno preciso perché la vita individuale e la storia collettiva coincidano: una bambina segnata dalla scarogna, che porta sul corpo i segni della poliomielite, entra nel mondo nello stesso istante in cui l’Italia perde la possibilità di un futuro democratico. Una vita comincia mentre un’altra finisce: la morte di Matteotti è la ferita del corpo politico della democrazia italiana, la nascita di Redenta è la ferita del corpo femminile che entra nel mondo già lacerato.

Il nome stesso, Redenta, è una trappola semantica: chi redime chi? Il nome promette una funzione salvifica che il romanzo sembra sistematicamente negare o differire, ma bisogna arrivare all’ultima pagina, solo allora il lettore comprende che la vulnerabilità può resistere alla ferocia.

La forza della protagonista si costruisce, lungo tutto il racconto, attraverso il rapporto di fiducia e di affetto con Bruno, l’amico d’infanzia che non si era mai curato della sua “gamba matta”, che era scomparso senza motivo e che lei non aveva mai smesso di aspettare. Nel tempo, per Redenta, Bruno è morto, la sua assenza lo trasforma in un fantasma: lei non è spaventata dai morti, ha una consuetudine con loro, una domestichezza con l’aldilà come una percezione allargata del reale, è una creatura liminare marchiata fin dalla nascita dalla scarogna, come colei che porta la morte con sé, e proprio per questo sa stare sul confine tra i vivi e i morti senza perdere l’equilibrio, con la sua “gamba matta” che zoppica in questo mondo, cammina spedita nell’altro.

La notte che l’aveva portata nel fienile di San Rocco, Bruno aveva scelto lei, l’unica di cui si fidava e che sapeva ci sarebbe stata sempre, senza pensare alle conseguenze, ma poi l’aveva abbandonata. Era diventato partigiano portando con sé il peso delle promesse non mantenute e dei destini divisi.

Ora, da fantasma, ha nel viso «qualcosa di trascurato, di perduto», e l’ostinazione del suo sguardo, quella che Redenta aveva amato, quella che l’aveva resa sicura del mondo, si annacqua in una tristezza senza fondo. L’abbandono non ha redento nessuno dei due: ha solo consumato entrambi in direzioni diverse.

La forma più profonda di coraggio della protagonista non è l’ardimento eroico, ma una presa d’atto lucida, quasi placida, dell’esistenza nella sua interezza, inclusa quella parte della realtà che gli altri non vedono o non vogliono vedere. Il suo sguardo sbilenco penetra in ciò che gli altri ignorano.

Scorrendo le pagine si costruisce una figura di donna che non è mai soggetto: il suo corpo, la sua vita, sono stati oggetto di decisioni altrui, è stata il punto di arrivo di scelte maschili. E lo sa.

Questa sua lucidità nel vedere le cose non è mai pienamente rivendicata, arriva di sbieco, per sogno, per voce dei morti, come se la sua intelligenza del mondo fosse costretta a camuffarsi, a passare di nascosto, perché lo scenario in cui vive non le concederebbe spazio se arrivasse a testa alta. La vulnerabilità non è debolezza: è la forma che la forza deve prendere per sopravvivere in un tempo che non la tollererebbe altrimenti.

Il racconto si intreccia con le vicende che accadono in Romagna e non potrebbe essere altrimenti, perché questa è la terra dove è nato Benito Mussolini, a Predappio nel 1883, cresciuto in un’Italia che cercava ancora di capire cosa fosse. A pochi chilometri da Predappio sorge Castrocaro Terme: qui, nel 1938 si tenne una riunione cruciale che avrebbe segnato l’agonia del regime; sempre qui, nel luglio del 1943, il Gran Consiglio del fascismo aprì la crisi che portò alla caduta di Mussolini; ancora qui, nelle settimane e nei mesi seguenti, si posero le basi per ciò che sarebbe diventata la Repubblica Sociale Italiana, la Salò dei carnefici e delle stragi.

L’arco temporale va dagli anni Venti alla guerra partigiana, un tempo lungo abbastanza per mostrare come la dittatura non sia stata un fulmine a ciel sereno, ma un processo di sedimentazione, di normalizzazione progressiva della violenza: il fascismo fu un metodo che trovò nella Romagna uno dei suoi laboratori più feroci e insieme uno dei suoi avversari più tenaci. Lo squadrismo degli anni Venti nasceva da un paese che aveva vinto una guerra ma si sentiva defraudato della vittoria, da un ceto medio impaurito dal biennio rosso, da un’industria agraria che nei braccianti organizzati vedeva il demonio.

In Romagna, dove le leghe contadine erano forti e radicate, la reazione fascista fu proporzionalmente brutale: tra il 1921 e il 1922, le squadre d’azione devastarono cooperative, circoli operai, redazioni di giornali. Ma I giorni di Vetro non è un romanzo storico, o lo è marginalmente, infatti non si ferma alla violenza politica, sceglie di mostrare come il regime abbia colonizzato anche lo spazio privato, domestico, fisico.

Le donne, tra cui le due voci narranti, di Redenta e di Iris, subiscono una violenza che precede il fascismo e che il fascismo non fa che rafforzare e legittimare: per loro la famiglia è la prima esperienza di sottomissione al potere, il loro corpo un dominio da possedere, le loro parole un lusso concesso o negato; è attraverso questi meccanismi che la dittatura si riproduce prima ancora che nelle piazze. Redenta viene consegnata in moglie al gerarca Vetro, un personaggio di invenzione, che personifica ciò che il fascismo ha prodotto: un uomo che esercita ogni forma di sevizia per capriccio e per volontà di potenza, un sadico istituzionalizzato, uno che ha trovato nel regime la cornice perfetta per la propria patologia.

Ma l’autrice non si limita al mostro, incarnazione palese del male, ci racconta anche del padre di Redenta, il piccolo fascista quotidiano, quello invasato di ideologia e perdutamente innamorato del suo duce: egli rappresenta il male ordinario, quello che obbedisce, che approva, che si scappella davanti al potente, la base della vera architettura del totalitarismo. Vetro ha perso un occhio nella guerra d’Etiopia e quel vuoto orbitale è il marchio di una violenza coloniale che poi è tornata a casa, ha indossato l’uniforme del potere locale, ha trovato nuove vittime più vicine.

Il colonialismo fascista, uno dei capitoli più rimossi della memoria italiana, è inserito nella storia a latere, come un’anamnesi necessaria perché la violenza ha le sue radici, viaggia, si trasforma, e trova sempre un corpo su cui scaricarsi. I riferimenti alla brutalità coloniale, disseminati nel racconto, sono inevitabili: durante la guerra d’Etiopia, condotta tra il 1935 e il 1936 , il regime fece uso sistematico dell’iprite e del fosgene contro le popolazioni, bombardò ospedali della Croce Rossa, distrusse villaggi.

Pietro Badoglio, poi presidente del Consiglio dopo il 25 luglio, firmò gli ordini. Rodolfo Graziani, poi comandante delle forze della RSI, organizzò i massacri.

Nessuno dei due pagò. La storia italiana del dopoguerra ha preferito la comoda narrazione degli italiani brava gente, e quella polvere è rimasta sotto il tappeto.

Poi è venuta la guerra aerea, la guerra che cambia tutto. Il 26 aprile 1937, la Legione Condor nazista e l’Aviazione Legionaria italiana radono al suolo Guernica, città basca, nel giorno del mercato.

È il primo bombardamento a tappeto della storia moderna su un centro abitato: milleseicento morti, una città cancellata. Picasso la trasforma in urlo cosmico, ma il messaggio militare consegnato è che i civili non sono più il contorno della guerra, ne sono il bersaglio.

La Romagna lo imparerà sulla propria pelle: tra il 1944 e il 1945, la Linea Gotica attraversa l’Appennino e trasforma l’intera regione in campo di battaglia; Forlì, Faenza, Ravenna vengono bombardate, i civili muoiono sotto le macerie delle proprie case.

Uno degli episodi storici, che il romanzo incorpora facendocene sentire tutto l’orrore e il peso senza esibirli, è la strage di Tavolicci: il 22 luglio 1944, in questo piccolo borgo vicino a Verghereto, si è consumata la raccapricciante strage di sessantaquattro persone trucidate, donne, vecchi, bambini, ad opera del IV Battaglione di volontari di polizia italo-tedesca. Iris cresce a Tavolicci, e quando apprende che i nazifascisti hanno annientato la sua famiglia e l’intero paese, elabora un piano di ritorsione.

La vendetta, nel romanzo come nella Storia, non è mai solo personale, è l’unica risposta che chi ha perso tutto può concepire: non la giustizia richiesta alle istituzioni, ma l’equilibrio primordiale del contrappasso, la rabbiosa reazione di chi sa che la resistenza armata nasce dal punto esatto in cui la legge si è ritirata e ha lasciato soltanto la violenza. È in questo contesto che la Resistenza diventa l’altro grande nodo del romanzo: sono narrate le azioni della banda Diaz, frutto di invenzione, ispirate a quelle delle brigate partigiane romagnole, a cui si unisce Iris, personaggio plasmato sulla figura storica della partigiana Iris Versari, coraggiosa e intrepida, unica donna della banda che ha preso parte attiva a numerose azioni di guerriglia, battendosi duramente e sapendo che la cattura si sarebbe tradotta in tortura e morte.

La guerra e la Resistenza sono narrate sfuggendo a ogni retorica: Nicoletta Verna racconta gli esseri umani con le loro passioni, i loro amori, le loro insicurezze, sono queste, più che il coraggio, a fungere da leva per combattere.

La mappa dei rapporti personali che l’autrice disegna è una sorta di sistema gravitazionale: corpi che si attraggono e si distruggono, orbite esistenziali che si stringono fino allo schiacciamento, distanze che proteggono e distanze che abbandonano; questo è ciò che più avvince il lettore: ogni relazione affettiva replica, in piccolo, la stessa struttura di potere che, nella Storia, la guerra, il fascismo, la Resistenza, esercitano in grande. I giorni di Vetro sono la storia della Violenza: la violenza domestica, la violenza di Stato, la violenza della superstizione contro i corpi femminili, la violenza del consenso che non vuole vedere, tutto questo attraversa il romanzo come una corrente sotterranea che poi improvvisamente emerge, inonda, travolge.

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