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Paul Richardson: Le bugie delle mappe. Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia
Paul Richardson, professore associato di Geografia umana presso l’Università di Birmingham, ha scritto nel 2024 un libro molto interessante e dal titolo particolarmente accattivante: Le bugie delle mappe.
Il sottotitolo, Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia, chiarisce bene l’intento dell’autore: mettere in luce l’esistenza di un gigantesco equivoco. Le mappe geografiche, con la loro definizione di continenti, confini e nazioni, non riproducono il mondo com’è ma come pensiamo che sia; non lo rispecchiano per come è in realtà ma per come noi ce lo raffiguriamo. «Questo libro assegna a noi, alla nostra immaginazione e alla nostra creatività il giusto posto nella geografia, dimostrando che non ci vincola come crediamo e che nelle mappe e negli atlanti su cui da sempre studiamo a scuola non c’è nulla di accurato e ineluttabile.
La verità, piuttosto, è che siamo prigionieri di certi modi di pensare e rappresentare il mondo». Il primo mito preso in considerazione da Richardson è quello dei continenti.
L’autore ne ripercorre la storia e arriva a dimostrare che la definizione di ogni confine continentale non è tanto prodotto dalla geografia fisica quanto dalle idee e dalle fantasie umane influenzate da ragioni politiche e commerciali (basti pensare che solo all’inizio del XX secolo i cartografi sono giunti alla separazione dell’Oceania dall’Asia e che solo alla metà del secolo scorso i geografi americani hanno deciso di considerare l’America settentrionale e quella meridionale come due continenti distinti). I confini dei continenti, così come oggi li vediamo tracciati su mappe e atlanti, risultano spesso in conflitto se teniamo conto di fauna, flora e biogeografia.
Ma lo schema continentale odierno sembra ormai definitivamente affermato, condiviso e resistente a ogni nuova eventuale teoria scientifica. E’ un «costrutto politico e culturale tenuto in vita, spesso inconsciamente, dal lavoro di insegnanti, scrittori, artisti, politici e giornalisti, al pari di quello di geografi e cartografi.
La sua infinita ripetizione è diventata un modo di vedere il mondo come entità naturale e immutabile, per quanto inadatta al terreno fisico e umano cui i confini dovrebbero adeguarsi». I continenti non rappresentano altro che un modo di ordinare il mondo frutto di «un’immaginazione geografica iperattiva che rinnega la geografia fisica, sorvolando sulla complessità della realtà interconnessa e caotica in cui viviamo».
Richardson si occupa poi di sfatare il mito dei confini, spesso arbitrari e causa di imprevedibili conseguenze. L’odierna visione di un mondo suddiviso in spazi circoscritti da difendere con barriere e muraglie si è ormai radicata al punto da influenzare persino la nostra concezione dello scopo e delle finalità di alcune fra le più famose e conosciute fortificazioni erette dall’uomo in passato, quali il Vallo di Adriano e la Grande Muraglia cinese.
In entrambi i casi il loro ruolo difensivo (o comunque esclusivamente difensivo) non è più riconosciuto da archeologi e studiosi mentre è ormai accertata la loro destinazione come luoghi di commercio, punti di incontro e di contatto fra comunità diverse, centri di scambio di valori e conoscenze. Ciononostante la leggenda del Vallo di Adriano e della Grande Muraglia cinese come Il muro che separa Tijuana (Messico) da San Diego (USA).
Foto Tomascastelazo Wikimedia Commons sbarramenti militari resiste ancora oggi. Così come ancora oggi si investe sulla costruzione di muri di confine (nell’ultimo mezzo secolo ne sono stati innalzati più di sessanta!) quasi sempre allo scopo di prevenire l’immigrazione.
L’esempio più recente è il muro fortemente voluto da Donald Trump per delimitare e ‘difendere’ il confine tra Stati Uniti e Messico. Ma «ogni decisione riguardante il posizionamento di un confine richiede dei compromessi per stabilire chi o cosa starà dentro o fuori di esso e chi sarà autorizzato ad attraversarlo.
E nonostante siano spesso erette in nome della protezione, le barriere di separazione alla fine ottengono spesso l’effetto contrario, fomentando paure e insicurezze tra il ‘noi’ da un lato e il ‘loro’ dall’altro». La costruzione di muri di confine e di barriere che si vorrebbero invalicabili non può fermare i flussi migratori né il traffico di stupefacenti così come l’influenza dei mercati finanziari globali sulle economie nazionali o la diffusione di malattie infettive.
E tuttavia il mondo sembra intrappolato nell’idea di considerare i confini come unica soluzione per assicurare protezione e sicurezza. «Interpretare i muri in modo semplicistico come barriere difensive statiche e invalicabili significa fraintenderli. […] i confini sono punti di attrazione e sistemi di comunicazione tanto quanto presunte barriere impenetrabili che affascinano e al contempo respingono e l’autorità che rappresentano non attenua né l’ansia né l’insicurezza né la propensione alla trasgressione che suscitano». Il terzo mito che Richardson si propone di analizzare in modo critico è quello della nazione.
L’autore ci dimostra che «per come le concepiamo oggi, le nazioni non sono entità prestabilite o predeterminate. Si tratta piuttosto di realtà contestate e costruite, con confini spesso arbitrari».
Il mito della nazione si fonda quasi sempre su una supposta antica origine, su un legame tra passato e presente spesso inesistente e frutto di un’illusione studiatamente ricercata e coltivata. Ecco spiegata l’attenzione dei governi per un’architettura sempre più ispirata alla tradizione e al classicismo con la conseguente condanna di ogni modernismo in materia e il costante ricorso all’invenzione di tradizioni millenarie per rafforzare l’immagine di una nazione fondata nell’antichità.
Ma «ogni volta che si pone l’accento sulla continuità di una nazione rispetto al passato probabilmente ci troviamo nel campo dell’invenzione». Il concetto di nazione così come oggi lo conosciamo è relativamente recente e ‘moderno’, frutto di diversi fattori più o meno concomitanti quali i cambiamenti economici, sociali e tecnologici scaturiti dalla rivoluzione industriale, la standardizzazione della lingua e la diffusione della stampa, lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione. «Nella storia dell’uomo la nazione rimane un’idea relativamente nuova e plasmata con facilità dal potere, che siano monarchi provenienti da terre straniere, ex funzionari di sicurezza governativi o star dei reality show.
Ognuna di queste élite ha riconosciuto il potere della nazione, il suo appellarsi al senso di sicurezza e di identità, e sa usarlo per mobilitare le persone. Dietro questi sforzi possono nascondersi strategie che puntano ad assicurare potere, ricchezza e influenza a quelle stesse élite, a danno della maggioranza».
A questo punto Richardson si chiede se non sia proprio il nazionalismo a contribuire alla crisi globale, con il suo ricorso sempre più frequente a guerre per la conquista di territori e alla persecuzione delle minoranze, e con la sua comprovata incapacità di affrontare problemi gravissimi che affliggono il mondo intero quali pandemie ed emergenze climatiche. E con una buona, quanto forse ingiustificata, dose di ottimismo, l’autore, nonostante l’idea di nazione e il nazionalismo appaiano ancora in auge, confida nella possibile futura emersione di nuovi modi per riordinare la società, di nuove forme di governo che sappiano porre l’accento sulle relazioni e sui legami locali, nazionali e sovranazionali e sul riconoscimento di identità più fluide che i privilegi dello Stato-nazione hanno cercato di distruggere.
Un altro mito che Richardson si propone di sfatare è quello della sovranità, comunemente intesa come controllo esclusivo di uno Stato su un territorio. L’autore ripercorre le varie vicende che hanno portato alla fuoriuscita dall’Unione Europea da parte del Regno Unito.
I sostenitori della Brexit ritenevano che in tal modo si sarebbe facilmente riaffermata la sovranità e l’indipendenza di quest’ultimo. Ma ben presto ci si è resi conto che un’immagine idealizzata della sovranità è oggi praticamente impossibile perché ogni paese vive ormai in un mondo globalizzato soggetto a crisi finanziarie, a flussi di capitale spesso incontrollabili o incomprensibili, a politiche commerciali aggressive da parte di altri paesi e a una competizione non sempre equa (non a caso il Regno Unito, pur essendo uscito dall’Unione Europea, resta firmatario di circa settecento trattati internazionali in virtù dei quali si trova a dover cedere una certa dose di indipendenza e sovranità in cambio del riconoscimento di una maggiore influenza o di irrinunciabili benefici economici).
Nel 2019, l’allora cancelliere Sajid Javid ebbe modo di evidenziare che l’accordo sulla Brexit presentato all’epoca dal governo non era basato su analisi e dati precisi e razionali ma piuttosto sulla generica affermazione che fosse di evidente interesse. Un chiaro esempio di vittoria del mito della sovranità sulla realtà.
E nei mesi precedenti il referendum l’allora primo ministro David Cameron mise in guardia dai rischi derivanti dal perpetuare il mito della sovranità dichiarando: «L’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea potrebbe darvi una sensazione di sovranità, ma dovete chiedervi se questa sensazione è reale… Avete un’illusione della sovranità ma non avete potere, non avete controllo». In effetti gli artefici della Brexit sembrano non aver considerato «che la sovranità statale non è mai stata assoluta e che ha sempre convissuto con forze concomitanti, dagli imperi ai signori della guerra, così come con l’influenza delle potenze vicine e delle autorità religiose.
Oggi è sempre più minata e riconfigurata dai tratti moderni della globalizzazione, che includono gli interessi transfrontalieri delle multinazionali, le fluttuazioni dei mercati dei capitali, l’avvento di istituzioni sovranazionali e persino le attività delle reti criminali internazionali. Insomma, la sovranità assoluta è di fatto irraggiungibile e sfugge al controllo di un solo Stato».
E ancora una volta Richardson conclude la propria analisi con un’ottimistica speranza: «Forse un giorno riusciremo a cancellare l’attuale concetto di sovranità, proprio come abbiamo fatto con gli imperi e con la natura divina dei sovrani. Abbattendo i muri che dividono gli Stati ‘sovrani’ forse saremo in grado di dare al mondo un assetto più giusto, sostenibile ed equo».
Il quinto mito di cui si occupa Le bugie delle mappe è quello della misurazione della salute economica e della crescita di un paese sulla base esclusiva del PIL (Prodotto Interno Lordo) cioè del valore totale di tutti i beni e servizi finali prodotti all’interno di un paese in un dato periodo. Il moderno concetto di PIL fu concepito e sviluppato negli anni 30 dall’economista bielorusso-statunitense Simon Kuznets su richiesta del Congresso degli Stati Uniti per misurare la forza economica del paese durante la Grande Depressione e si è rapidamente imposto nel mondo come l’unico strumento in grado di misurare correttamente l’economia di un paese esprimendone così il benessere relativamente al suo livello di sviluppo e progresso.
Nonostante i suoi innegabili ed evidenti difetti (basti pensare che il PIL è misura della quantità dei beni e servizi prodotti e non della loro qualità e quindi valuta sullo stesso piano il denaro speso in prodotti nocivi per il benessere e quello speso per cultura e istruzione) il PIL è considerato «il barometro del progresso, l’essenza stessa del successo o del fallimento di una nazione. Tramite la classifica delle economie nazionali, il PIL influenza e modella i comportamenti e le azioni umane in vari modi.
Premia in egual misura comportamenti virtuosi e deleteri, incentiva lo sfruttamento delle nostre risorse più preziose, scoraggia dall’agire in modo sostenibile e non dice nulla su chi tragga benefici dalla sua crescita». Ma fortunatamente oggi comincia a prospettarsi un ripensamento in merito al PIL e ad affermarsi la necessità di individuare nuovi indicatori per misurare il benessere degli Stati.
Negli ultimi anni è emerso perfino un movimento radicale a favore della decrescita, basato sull’idea che quanto più velocemente i beni vengono prodotti e consumati tanto più l’ambiente viene danneggiato. I premi Nobel per l’economia del 2019, Abhijit Banerjee e Esther Duflo hanno sostenuto che un aumento del PIL non è necessariamente correlato alla crescita del benessere.
Come ebbe modo di affermare già nel 1968 Robert Kennedy, all’epoca candidato alle presidenziali degli Stati Uniti, il PIL «non misura l’arguzia, il coraggio, la saggezza, il sapere o la compassione». Appare quindi inspiegabile la fiducia ancora oggi riposta in uno strumento che non ci dice nulla sulla reale ricchezza, sulla salute e soprattutto sull’uguaglianza e sul benessere dei paesi.
Gli ultimi tre miti affrontati ne Le bugie delle mappe riguardano tre grandi aree geografiche che l’Occidente non sembra ancora esser riuscito a comprendere a fondo: la Russia con il mito del suo espansionismo; la Cina con il mito della Nuova Via della Seta; l’Africa con il mito del continente da salvare. In merito alla Russia Richardson affronta un tema di scottante attualità: l’espansionismo russo, di cui l’invasione dell’Ucraina è solo l’ultima sanguinosa espressione, e la volontà di ricostituire lo status di superpotenza globale.
Per secoli (e spesso ancora oggi) si è ritenuto di individuare nella supposta necessità di impadronirsi di porti in acque temperate, liberi dai ghiacci anche in inverno, la motivazione della costante ricerca di estensione territoriale da parte della Russia. Ma tale interpretazione, più volte smentita nei fatti, è solo un modo pratico e semplicistico per spiegare e perfino giustificare la sua geopolitica.
In realtà la rivendicazione di nuovi territori sembra più correttamente riferirsi a un sempre più diffuso e mai del tutto sopito sentimento nazionalista e revanscista così come, in tempi recenti, al bisogno di far fronte alla frammentazione territoriale e al declino del potere e del prestigio geopolitico. Oggi è sempre più chiaro che lo scopo principale della politica estera russa «non è più favorire gli interessi nazionali, quali che siano, ma serve a Putin per la propria autoconservazione e per continuare a detenere il potere e ad avere la ricchezza che ha rubato e che lo rende immune dai procedimenti giudiziari o peggio.
Più che espansionismo, è il programma di sopravvivenza di un regime autoritario paludato di revanscismo». Quanto alla Cina si rileva come la Nuova Via della Seta, con i suoi numerosi mega progetti e con lo stanziamento di miliardi di dollari per interventi di portata gigantesca non solo in Asia ma anche in Africa e in Sudamerica, sia ritenuta da accreditati opinionisti come una campagna volta ad affermare la presenza geopolitica della Cina nell’intera scena mondiale.
Ma in realtà questa importante iniziativa può (forse deve) essere letta come una risposta alle debolezze che stanno minando l’economia cinese dall’interno. Secondo questa diversa e più attenta interpretazione gli svariati mega progetti posti in essere sarebbero un rimedio d’emergenza a fronte del preoccupante rallentamento dell’economia cinese, un modo per impiegare la sovrapproduzione verificatasi a causa del calo del tasso di crescita con conseguente surplus di capitale, esubero di manodopera ed eccedenza industriale.
La Nuova Via della Seta dovrebbe essere più correttamente intesa non come una strategia geopolitica di dominio quanto piuttosto come una mossa resasi necessaria per conquistare nuovi mercati capaci di accogliere capitali e merci cinesi. Ma il successo o il fallimento, il futuro stesso della Nuova Via della Seta, sarà determinato non da ciò che desiderano i governanti cinesi bensì dagli esiti che i progetti che la riguardano avranno a livello locale.
Emergono infatti in modo sempre più conflittuale, problemi di integrazione e di discriminazione fra la mano d’opera cinese e quella dei diversi paesi interessati, problemi di carattere economico e finanziario con conseguenti episodi di corruzione sempre più diffusi e, soprattutto, problemi riguardanti le questioni ambientali, l’inquinamento e la cementificazione. L’ultimo mito preso in esame da Richardson è quello dell’Africa considerata, secondo un vecchio mito figlio del colonialismo e dell’imperialismo europeo, un paese uniforme e sottosviluppato.
Viene così ricondotto a un’unica unità geografica un territorio enorme che comprende oltre cinquanta diversi paesi e oltre mille gruppi linguistici. La riduzione delle pluralità e delle diversità presenti in Africa a un’unica entità ha finito per giustificare lo stereotipo di un paese incapace di affrontare da solo i propri problemi e per alimentare il complesso del ‘salvatore bianco’.
Sono state (e sono ancora oggi) oscurate e non considerate alcune delle meravigliose vestigia delle antiche civiltà africane. Si pensi, ad esempio, alle rovine dell’antica città di Great Zimbabwe, un insediamento fulcro di una civiltà sviluppatasi dall’undicesimo secolo agli inizi del sedicesimo e centro di una vasta rete di commerci e culture con legami e contatti in varie parti del mondo, come testimoniano reperti riferibili alla Cina, alla Persia e all’Oceano Indiano.
I coloni bianchi, a riprova della propria ideologia razzista, sono giunti ad attribuirne la costruzione a commercianti arabi e persino a una perduta e mitica ‘civiltà bianca’ pur di non riconoscerne la paternità agli antenati degli odierni zimbabwesi (il politico e imperialista Cecil Rhodes, magnate dell’industria mineraria da cui prese il nome la Rhodesia, giunse a sostenere che le sculture dell’undicesimo secolo rubate dal sito di Great Zimbabwe fossero troppo sofisticate per essere state realizzate da una cultura africana attribuendole, del tutto erroneamente, a una non meglio precisata civiltà mediterranea). Sono numerose le testimonianze di società, regni e imperi africani che comprovano l’esistenza di sofisticate e raffinate civiltà risalenti a un lontano passato.
Basti ricordare, oltre alle famose piramidi di Giza, la città di Meroe in Sudan, gli scavi di Kerma in Nubia, il sito archeologico di Gebel Barkal, la stele di Axum, l’isola di Kilwa Kisiwani al largo della costa meridionale dell’attuale Tanzania, i Bronzi del Benin. Ciononostante, dopo l’ignominia della tratta degli schiavi con tutte le sue tragiche e devastanti conseguenze, la colonizzazione e la presunta missione civilizzatrice degli imperi europei hanno comportato, al fine di giustificare la divisione e sottomissione delle società indigene, la corruzione, il furto di ricchezze e risorse nonché la conquista di interi stati, la totale cancellazione e riscrittura del passato e la considerazione dell’Africa come luogo sottosviluppato e bisognoso dell’intervento degli stranieri.
La situazione di debolezza della maggior parte degli stati africani è da considerare un’eredità del colonialismo e degli sconvolgimenti sociali provocati dalla schiavitù sulla quale il presunto ordine coloniale si fondava. E incredibilmente le ex potenze coloniali dimostrano ancora oggi una pericolosa e vergognosa nostalgia del periodo imperiale e pretendono di giustificarlo enfatizzandone gli aspetti positivi.
E’ sconcertante notare che oltre il 90 per cento dei reperti appartenenti all’Africa sono conservati in musei ben lontani dalla terra d’origine (a Bruxelles, a Londra, a New York) e che i curatori di questi tesori, politici e studiosi, sostengono piuttosto spudoratamente di esserne i custodi più affidabili. La decolonizzazione è un processo di cambiamento lungo e faticoso, spesso disordinato e caotico, e sarebbe fondamentale conoscere e capire ciò che è veramente accaduto in passato. «Purtroppo, piuttosto che affrontare il passato coloniale, in cui c’è ancora molto da risolvere, pur di superare il disagio e la vergogna si sceglie l’oblio. […] Il risultato è un’amnesia collettiva, aggravata dalla cancellazione e dalla chiusura degli archivi coloniali».
L’Africa dovrebbe finalmente essere percepita, più che come una terra povera e bisognosa di interventi e aiuti caritatevoli, «come un territorio dinamico, dai colori accesi e intensi, vivo, pulsante e multiforme. Parliamo del luogo che ospita alcune delle meraviglie delle antiche civiltà e che ha dato i natali al genere umano».
La conclusione alla quale Richardson perviene nel suo Le bugie delle mappe è che «i miti sui quali abbiamo fondato la nostra esistenza sono palesemente inadatti al nostro tempo. Di fronte al disastro ecologico e geopolitico planetario i miti geografici dominanti, che in passato hanno plasmato la nostra concezione del mondo, sono stravolti da nuove crisi.
Un insieme di miti alternativi e adatti a un mondo postmoderno dovrebbe condurci a un ritrovato rapporto con le forze della natura, facendoci riprendere contatto con la Terra e spingendoci ad averne maggior rispetto». Questo mio riassunto per sommi capi dei contenuti de Le bugie delle mappe rende giustizia solo in minima parte alle numerosissime informazioni, notizie e considerazioni con le quali Richardson arricchisce il suo libro rendendolo di piacevolissima, oltre che utile, lettura.
Non mi resta pertanto altro da fare che consigliarvelo caldamente. GianLuigi Bozzi Paul Richardson Le bugie delle mappe.
Gli otto miti della geografia che capovolgono la storia Traduzione di Nausikaa Angelotti e Daniela Marina Rossi Marsilio editori 2025 Universale Economica Feltrinelli 2026 Pagg. 238 Euro 11,00 The post Paul Richardson: Le bugie delle mappe.
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