Politica
Diego Garcia, l’altra guerra di Trump
Un altro flop per il presidente degli Stati Uniti? Un’altra pretesa velleitaria destinata a sgonfiarsi?
Probabile, perché le proteste dell’inquilino della Casa Bianca contro il trasferimento a Mauritius delle isole Chagos, che nelle ultime ore si sono trasformate in un vero e proprio stop all’accordo, sono basate sul nulla, o piuttosto solo sulla smania di dettar legge ovunque. L’oggetto del contendere, stavolta, è l’isolotto o atollo di Diego Garcia, il più grande dell’arcipelago (44 km²), composto da più di mille isole, situato tra l’Africa e l’India, già territorio britannico, indipendente dal 12 marzo 1968, al cui interno è situata un’importantissima base militare concessa dal Regno Unito agli Stati Uniti fino al 2036 (ma la data è verosimilmente prorogabile).
Londra continuerà a controllare quel piccolo territorio per altri novantanove anni, e, malgrado ciò lasci presagire che non muterà nulla nella gestione della base, Washington teme che questo cambiamento di sovranità possa rendere più complicato il controllo di Diego Garcia, in quanto Mauritius è entrato nell’orbita economica cinese, sebbene i rapporti con gli Usa non solo siano solidi ma si stiano rafforzando: segno della volontà del governo locale di costruire intese economiche multilaterali. In realtà, i rapporti con Pechino non sono affatto una novità.
“Nel 2004 – sostiene “The Epoch Times”, testata cino-americana oppositrice del governo cinese e vicina ai repubblicani – la banca centrale mauriziana e la Banca popolare cinese hanno sottoscritto un accordo bilaterale di swap valutario, ossia un accordo a lungo termine per lo scambio di capitale e degli interessi in due valute diverse; i due Paesi hanno inoltre concluso un trattato di libero scambio entrato in vigore nel 2021”. Questa querelle tra le due potenze anglosassoni va avanti da decenni.
Le preoccupazioni di Trump, già espresse al primo ministro britannico Keir Starmer e che ora si sono trasformate in una sorta di “dichiarazione di guerra”, sono tutte collocabili all’interno del complicato scacchiere geopolitico internazionale. Se gli Stati Uniti dovessero aggredire di nuovo l’Iran, la base di Diego Garcia, che – ripetiamolo – continuerà a essere operativa, potrebbe diventare di cruciale importanza per neutralizzare una risposta di Teheran.
Il legame tra quella che può essere definita una vera e propria portaerei americana e le operazioni in Medio Oriente non è una novità. Da lì sono partiti attacchi contro le milizie Huthi nello Yemen e missioni “umanitarie” dirette verso la striscia di Gaza.
Cruciale il suo utilizzo, nel 2001, in occasione dell’attacco contro i talebani e al-Qaida in Afghanistan, oltre che nella guerra contro l’Iraq nel 2003. Ed è altresì un punto di arrivo delle missioni a lungo raggio dei B52 e dei B2, con tanto di rifornimento in volo e poi sosta sull’isola.
Non si esclude la presenza all’interno di Diego Garcia di carceri per ospitare prigionieri jihadisti da parte della Cia. A oggi, l’isola ospita circa 2.500 militari e personale in prevalenza americano.
Importante anche il suo utilizzo per operazioni in Africa orientale e nell’area indo-pacifica. Trump considera la cessione un atto di debolezza da parte di Downing Street, notato, secondo il presidente, da Mosca e da Pechino.
Il tycoon ha anche espresso la volontà, qualora fosse necessario, di rafforzare la presenza militare nell’isola, mostrando ancora una volta i muscoli, in questo caso contro un governo laburista con il quale si è già scontrato su altre questioni – per esempio sulla Groenlandia (vedi qui) –, mentre i conservatori britannici, di fatto, condividono le preoccupazioni del leader repubblicano a stelle e strisce, così come l’estrema destra di Reform Uk di Nigel Farage, e come gli stessi abitanti dell’arcipelago, che preferirebbero restare sotto il controllo britannico. In questa contesa, è presente anche un elemento importante che vede Londra tenere in considerazione il diritto internazionale, in quanto, come ha dichiarato lo stesso premier, diversi organismi giurisdizionali internazionali avevano ritenuto il permanere dello status quo precedente non più sostenibile.
Starmer ha fatto riferimento al 2019, quando la Corte internazionale di giustizia affermò che l’amministrazione britannica dell’arcipelago non fosse conforme al diritto internazionale. E nello stesso anno l’Assemblea generale dell’Onu approvò, con 116 voti a favore e sei contrari, una risoluzione che chiedeva al Regno Unito di lasciare le isole entro sei mesi: cosa che, come abbiamo visto, sta accadendo solo ora.
La storia di questo fazzoletto di terra è oltremodo curiosa. L’origine del suo nome non è chiara.
Potrebbe derivare da un Diego Garcia de Moguer, navigatore spagnolo del Cinquecento. Oppure da un altro esploratore, questa volta portoghese, tale Pedro Mascarenhas, che scoprì l’isola nel 1512 e la chiamò Dom Garcia in onore del suo patrono Dom Garcia de Noronha.
Ma resta più probabile la seconda ipotesi. Al momento dell’arrivo degli europei, l’isola era disabitata.
I primi a occuparla furono appunto i portoghesi, sostituiti poi dai francesi, e infine dai britannici, che nel 1965 trasformarono tutte le Chagos in Territorio britannico dell’Oceano Indiano, malgrado le Mauritius le rivendicassero come territorio proprio, dopo l’indipendenza del 1968. Negli anni immediatamente successivi, esattamente dal 1968 fino al 1973, i chagossiani subirono ogni forma di vessazione per “convincerli” a trasferirsi nelle vicine Mauritius o Seychelles, dove furono deportati perché bisognava collocare in loco una base militare.
Com’è facile immaginare, la presenza di un esercito, con dotazioni varie, ha colpito pesantemente l’ambiente dell’isola. Tra combustibili, scarichi nella laguna, presenza di plastica, gestione dei rifiuti, questo piccolo territorio, pur dichiarato incredibilmente area protetta dal 1970, si è trasformato in una discarica da cui partono missioni di morte, in questo caso tutte anglosassoni.
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