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“Il filo del ricatto”: se il torturatore diventa in diretta televisiva la vittima del sistema

Giovedì 26 febbraio 2026 ore 10:53 Fonte: Strisciarossa
“Il filo del ricatto”: se il torturatore diventa in diretta televisiva la vittima del sistema
Strisciarossa

Indianapolis, febbraio 1977. Il nevropatico quarantenne Tony Kiritsis sequestra in ufficio Richard, figlio del banchiere da cui si ritiene truffato e se lo trascina a casa.

Vuole un risarcimento da cinque milioni di dollari, altrimenti addio ostaggio. Da coatto consumatore televisivo si trasforma così in protagonista di una storia ideale per colonizzare stampa, televisione e radio, diventando uno dei simboli più ricorrenti nell’imagerie americana: l’uomo solo che combatte contro il sopruso del potere.

Non è un virtuoso della colt e non siamo al di là del Pecos, ma il brodino di coltura è quello. Con “Il filo del ricatto”, basato su una vicenda reale, Gus Van Sant, settantatré anni, esplora da par suo un altro angolo sovraesposto quanto buio dell’America contemporanea, classista e senza più sogni, serbatoio di frustrazione sociale alimentato da una società paranoicamente competitiva e mediatizzata.

Si potrebbe aggiungere depressa e divisa, stando agli ultimi rilevamenti statistici. Titolo originale:

“Dead man’s Wire”, il cavo dell’uomo morto Il titolo originale “Dead man’s Wire”, il cavo dell’uomo morto, spiega meglio l’ingegnoso sistema escogitato da Tony (Bill Skarsgård, figlio di Stellan: senza il trucco di Penny Wise in “It” mostra tutta la sua caratura) per sottomettere Richard (Dare Montgomery), responsabile dell’ufficio mutui nella banca del padre (un Al Pacino ruvidamente yankee, castrante e impositivo). Gli avvolge il collo con un filo di ferro collegato a un fucile a canne mozze puntato sulla nuca e poi se lo gira a sua volta attorno al collo.

Se Richard cade il fucile spara, se cade Tony, magari colpito da un poliziotto, idem. La giovane cronista Linda Page (Myha’la Herrold) fa lo scoop della vita quando, un po’ per fiuto un po’ per buona sorte, riesce a filmare in esclusiva i due all’uscita dalla banca e quando si allontanano verso la casa di Tony su un’auto della polizia, impotente benché assai numerosa, compresi capi, capetti, tiratori scelti e, di lì a poco, un profiler dell’Fbi.

Bill Skarsgård in una scena del film – Foto fi Matt Mur7 – https://www.youtube.com/watch?v=wfBrT2eUpAE, Copyrighted, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=10854278 Da apprendista incaricata ai riempitivi, Linda passerà a reporter degna del prime time mentre il rapimento dilaga sui giornali alimentandosi con le telefonate tra Tony – che pretende pure le scuse di M.L. Hall, il padre di Richard –  e i dirigenti delle forze dell’ordine. Il circo di telecamere e taccuini piazza le tende davanti al palazzo di periferia dove il sequestratore tiene sotto tiro il prigioniero e col fiato sospeso una città.

Kiritsis racconta la sua verità, parla di un mutuo fondiario con cui ha acquistato un terreno destinato a diventare, grazie a un investitore amico, un centro commerciale, e delle manovre dell’avido banchiere, lesto a distogliere il potenziale socio di Tony per diventare, tramite pignoramento, proprietario dell’area. Delirio?

Verità? Passare da torturatore a vittima del sistema in un Paese intossicato dal populismo, dai predicatori, da politici che spacciano speranza e redenzione, è un attimo.

Tony, intanto, è diventato un personaggio, un rappresentante dei vessati, dei perdenti, numerosi e perfettamente funzionali alle insaziabili performance governate dal dollaro. E come mediatore la polizia ha scelto Fred Temple (Colman Domingo), fascinosa voce della radio locale, apprezzato da Tony, galvanizzato dal ritrovarsi “alla pari” con un suo idolo.

Fred è quasi un calco di Super Anima, il dj di “Punto Zero” (1971). Nel film di  Richard Sarafian il cieco afroamericano Super Soul trasmette dalla sua piccola stazione radio le informazioni captate sulle frequenze dalla polizia per aiutare la fuga disperata di Kowalski (Barry Newman) da Denver a Los Angeles a bordo di una Dodge Challenger bianca e definisce l’ex pilota entrato nel giro dello spaccio l'”ultimo eroe americano”.

Pure il nostro Tony entra nel Pantheon e al culmine della suspence per le sorti del prigioniero, quando tutto è pronto per firmare gli accordi davanti alle telecamere (una trappola, ovvio), arriva a interagire con la tv che trasmette un western con un protagonista speciale: “Non è giusto, me la devo vedere con John Wayne”.

Teme che qualcuno cambi canale e dimentichi il suo show: la pervasività dei media che separano dal principio di realtà e ne formano una parallela è vertiginosa. A differenza di Kowalski, Tony salverà la la pelle insieme a Richard, uscito incolume della brutta avventura, e si godrà la fama di giustiziere, categoria sempre in auge da quelle parti come confermano le recenti cronache spesso nere, vedi Luigi Mangione, il giovane assassino non così esecrato di Brian Thompson, AD della società statunitense di assicurazioni sanitarie UnitedHealth Group.

Kiritsis era stato davvero fregato dal banchiere Hall? Ed è andato in galera?

Non sveliamo l’esito del processo. Anni dopo – viene spiegato nei titoli di coda, da non perdere – l’istituto finanziario Hall fallirà, si suppone per una crisi reputazionale non rimarginabile.

La ricostruzione d’epoca di un fatto realmente accaduto Con “Il filo del ricatto”, splendidamente fotografato da Arnaud Potier, Gus Van Sant propone una ricostruzione d’epoca curata per tutti i 105 minuti con mano artigianale, fedele ai crismi di  un cinema della realtà in grado di restituire inquietudini e allucinazioni made in Usa come in presa diretta, attitudine quasi naturale per un regista cresciuto nell’ambiente del cinema indie e poi passato a robuste produzioni senza dimenticare sguardo critico, gusto del montaggio ritmico e camera a mano. Ci era già riuscito molto bene in “Elephant”, gelida rievocazione del massacro compiuto da due studenti, Eric e Alex, alla Columbine High Scholl del’99 e poi in “Paranoid Park”, ancora adolescenti, stavolta skaters sbandati, e in “Milk” con Sean Penn superlativo nei panni di Harvey Milk, politico e militante per diritti dei gay nella San Francisco di fine anni Settanta, mentre al conflitti tra sensibilità ambientale e di coscienza aveva dedicato “Promised Land” con Matt Damon protagonista e sceneggiatore, forse il più scontato nel lotto.

In questo ultimo lavoro, che è in sé una citazione d’epoca, proliferano i rimandi filmici, come in una divertente camera degli specchi. Storia della società e storia del cinema si fondono e Tony Kiritsis funziona come archetipo del loser amaro e violento che cerca i riflettori e ne trova in abbondanza.

Proviamo a giocare con la memoria. Il riferimento più aderente è a “Money Monster – L’altra faccia del denaro”, thriller del 2016 diretto da Jodie Foster.

Durante una diretta, Lee Gates-George Clooney conduttore di un programma di economia e finanza viene preso in ostaggio in studio da Kyle Budwell (interpretato da Jack O’Connell), un giovane spettatore con giubbotto esplosivo che ha perso i risparmi di una vita seguendo un consiglio finanziario sbagliato dato in tv da Gates. Ma attenti anche a “Re per una notte” (1983) di Martin Scorsese, dove Robert De Niro è Rupert Pupkin, ossessionato dall’idea di diventare un comico tv senza averne le doti.

Il megalomane riesce a entrare nella residenza di Jerry Langford (Jerry Lewis), conduttore del programma “The King of Comedy” e lo sequestra con l’aiuto dell’amica Marsha intimando: o appaio nello show o lo uccido. Andrà in onda esibendo la sua pochezza artistica e poi verrà arrestato, ma diventerà celebre, con tanto di autobiografia.

E arriviamo al “Joker” (2019) di Todd Phillips. Il clown fallito Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) assiste allo show di Murray Franklin (Robert De Niro, passato adesso da carnefice a vittima), che deride un suo malriuscito provino mandato crudelmente in onda.

In Fleck, già discretamente frustato dalla vita, esplode un immenso rancore verso Murray, il suo idolo d’infanzia, che lo vuole però come ospite nello show. Il Joker accetta con l’intento di suicidarsi in diretta mentre invece alla fine fa secco il conduttore a favore di telecamere, sfugge alla polizia e diventa un eroe maledetto nella rivolta dei disperati di Gotham City.

Il gran cinema ha lo sguardo lungo, sempre. Presentato fuori concorso a Venezia, “Il filo del ricatto” è distribuito da BIM.

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