Politica
Amrun, il cuore della tragedia nazista con gli occhi e le gesta di un ragazzino
Quanta forza devono custodire a volte i bambini per sopportare e sopravvivere nel mondo dei grandi? Il dodicenne Nanning (Jasper Billerbeck), protagonista di “Amrum.
L’isola dei ricordi” di Fatih Akin, vive nell’omonima, desolata terra emersa davanti alla costa dello Schlewig-Holstein, sparse case contadine, un cielo a volte troppo alto. È iscritto alla Hitlerjugend e il nazismo sta crollando per la disperazione della madre Hille Hagener (Laura Tonke), fervente nazionalsocialista e consorte di un alto ufficiale in missione chissà dove.
Là, sotto allo Jutland danese, la guerra ha mietuto vite dei chiamati alle armi e mutilato corpi, ma è stata come un’eco sorda e cupa, avvertita per i lutti e la penuria di generi alimentari, anche se le campagne hanno scongiurato la carestia. I bombardieri inglesi scaricano nel mare davanti all’isola le bombe inutilizzate, Nanning guarda all’insù mentre la sua giovane esistenza inizia a cambiare.
Tra pericolose alte maree, crepe familiari, faccia a faccia con la morte, scrive pagine decisive di formazione nello scenario algido e desolato del Nord mentre va in cerca di farina bianca, miele e burro per la madre, fiaccata da una nuova maternità e dal suicidio di Hitler, il 30 aprile del’45. Alla definitiva capitolazione tedesca mancano otto giorni.
Dopo galoppate registiche mai banali a conferma di uno degli sguardi più incisivi e attenti del cinema europeo contemporaneo, dal dramma alla commedia, dal biografico al thriller, il classe ’73 Akin, amburghese di genitori turchi immigrati negli anni Sessanta, con “Amrum” si è immerso nella storia, nel cuore della tragedia tedesca, accompagnato in sceneggiatura da Mark Bohm, attore spesso arruolato da Fassbinder e regista molto amato in Germania. Nato ad Amrum, doveva dirigere lui questa personale rievocazione, ma si è ammalato ed è stato costretto a passare la mano al suo antico compagno di avventure cinematografiche.
E prima di morire, a 86 anni, ha potuto salutare per l’ultima volta – interpretando un Nanning ormai anziano – il mare dell’isola nella scena di chiusura del film. Un ragazzino e l’urto di una guerra: il biondo Nanning ricorda anche fisicamente il Buddy di “Belfast”, alter ego del regista Kenneth Branagh, che la guerra civile tra cattolici e protestanti nell’Irlanda del Nord l’ha vista nascere.
Ma “Amrum” ha più vibrazioni “interne”, dettate dai vuoti delle spiagge, dai campi sterminati, dal nitore quasi boreale, quella austerità geografica e luterana meravigliosamente sigillata nel bianco e nero di “Ordet”, il mistico film trascendente di Dreyer. Se si va in cerca di suggestive assonanze per luce e asciutta severità recitativa e senza voler azzardare paragoni indebiti, spunta pure un altro capolavoro, “Il nastro bianco” di Haneke, ambientato alla vigilia della Prima Guerra Mondiale in un villaggio protestante maledetto della Germania del Nord, dove il piccolo biondo Gustav subisce l’ossessione fanatico-religiosa del padre, pastore nella locale chiesa protestante.
Il nostro Nanning, per contro, è un piccolo nazista irreggimentato, senza contraddizioni perché Hille lo ha plasmato secondo i deliranti dettami del regime e lui alla mamma vuole bene, mostra completa dedizione. Al punto da sfidare alta marea e sabbie mobili per recarsi in uniforme e berretto d’ordinanza alla lontana sede della Hitlerjugend dove abita lo zio, responsabile dei giovani nazi locali, per chiedere un po’ di burro.
Nanning vive in mezzo a contadini e pescatori lontani dalla terminale follia suicida del Terzo Reich, nonno Arjan (Lars Jessen) ascolta la radio americana e s’inebria di swing, a sua zia Ena (Lisa Hagmeister) Hitler sta sulle scatole ed è contenta delle voci sull’imminente tracollo della Wehrmacht, come pure la contadina Tessa (Diana Kruger), denunciata da Hille per disfattismo. Immerso in un clima familiare di ortodossa obbedienza, Nanning inizia forse a capirci qualcosa quando i compagni di scuola, dopo aver trattato con disprezzo un gruppo di ragazzini dell’Est sfollati ad Amrum, sporchi e affamati, ma soprattutto diversi, viene messo a sua volta in mezzo perché non è nato ad Amrum, non è un isolano di razza pura.
In realtà, ha vissuto ad Amburgo diversi anni ma viene da un’insigne famiglia del luogo, i suoi antenati hanno fatto fortuna con la caccia alla balena. Akin coglie l’enorme rivolgimento d’Europa nei particolari del quotidiano, nelle figure femminili, in chi non ha piegato la schiena davanti al nazismo.
Le donne si stagliano con una dignità antica e la solennità contadina di chi ha imparato da secoli a distinguere la benefica pioggia dalle tempeste della paranoia. E in 93 minuti ci scorre davanti un mondo arcaico, reso con essenzialità e dialoghi scarni, un avvicendarsi di emozioni fredde sostenute dalla notevole fotografia di Karl Walter Lindenlaub.
Il destino riporterà ad Amburgo Nanning, attraversato da fertili dubbi mentre, dopo aver salvato dall’annegamento uno dei bulletti che lo perseguitavano, si allontana da casa su un povero carretto, simbolo della Germania accasciata. Pure nei suoi film più drammatici, il regista ha sempre evitato effetti facili, alzando il tono solo quando era necessario, come in “Otre la notte” (2017), sceneggiato con Bohm, protagonista la brava Diana Kruger nel ruolo di Katja, demolita dall’uccisione del marito turco e del figlio a opera di una banda di estremisti bombaroli di destra.
Un revenge nobilitato da una ficcante analisi politica sui rigurgiti nazisti in Germania. Da Cannes a Berlino a Venezia, Akin ha mietuto premi in abbondanza, rimanendo ancorato al milieu culturale e sociale di Amburgo, in cui ha maturato una poetica antiborghese e lo sguardo attento alla compresenza di tedeschi e immigrati turchi, retaggi tradizionali e nuove realtà.
Giovinezza nel difficile quartiere di Altona poi gli studi in comunicazione visiva e la prima Super8, Akin ha esordito nel ’98 con “Rapido e indolore”, protagonisti tre ragazzi ai margini, un turco, un greco e un serbo, le traversie del carcere e una sfida tra passione e tradimento. La notorietà è arrivata nel 2004 con “La sposa turca”, storia dell’amore impossibile tra un quarantenne immigrato turco e una ventenne tedesca figlia a sua volta di immigrati, seguito dal crudo “Ai confini del Paradiso”.
Decisamente virato sulla commedia il brillante e felicemente scorretto “Soul Kitchen” del 2009, dove uno strano ristorante in un ex magazzino di Amburgo diventa crocevia di delusioni e riscatti, tra uno chef fuori di sesto, vecchi marinai e funzionari delle tasse. Archiviati due film di genere d’aurea mediocrità, “Il mostro di St.
Pauli” su un serial killer del popolare quartiere amburghese e “Rheingold”, biopic del rapper ed ex criminale curdo Xatar, Akin nel misurato, potente “Amrum” ha ora offerto una prova di compiuta maturità espressiva. Il film è prodotto da Warner Bros Germany, in sala con BIM Distribuzione.
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