Politica
Apologia del no
È capitato anche a me, come a molti di noi, di discutere in questi giorni su quale voto dare nel prossimo referendum: discussioni che si fanno fra amici o in famiglia, perché quello della giustizia è un tema certamente complicato, che merita di essere approfondito anche attraverso una discussione leale e aperta. Mi è successo l’altro giorno, a proposito di questo, di parlare con un vecchio amico molto intelligente, il quale mi ha chiesto come avrei votato; gli ho risposto che ero a favore del no, che l’avevo dichiarato pubblicamente e che ero pienamente convinto di questa scelta per le varie questioni che ho sottolineato anche su Strisciarossa.
Il mio amico ha replicato svolgendo questo tipo di argomento: bisogna votare per il sì perché è sbagliato rimanere sempre fermi e bloccati, bisogna fare le cose, bisogna spingere nella direzione del mutamento e il sì gli sembrava la scelta più adatta per fare questo. Il mio amico faceva quindi un discorso di tipo generale, che andava al di là della questione del referendum e che appunto per questo mi è sembrato interessante.
In questa argomentazione il no viene configurato come conservazione dell’esistente; il sì diventa invece la scelta che guarda al futuro, favorisce il mutamento e ha per sé, per così dire, l’avvenire. Mi è capitato di riflettere su questo ragionamento, e mi è sembrato che sia fondamentalmente inconsistente per un motivo molto semplice, che appare chiaro se si studia la storia.
È vero il contrario di quello che dice il mio amico. Il no non coincide in alcun modo con la difesa dell’esistente, ma rappresenta la critica dello stato attuale delle cose – delle forme e delle strutture esistenti del potere.
Facevo prima riferimento alla storia: la fo rza di Lutero fu per l’appunto nel dire no alla Chiesa di Roma: «qui sto», disse, «e non mi muovo»; la forza di Bruno fu nel dire no all’Inquisizione romana e nello scegliere di morire piuttosto che arrendersi e dire sì; ma questo discorso si potrebbe fare riferendosi a tanti eretici, ribelli, riformatori, che a costo della loro vita hanno lavorato per contestare l’esistente e per cercare di individuare un futuro diverso. E questo dimostra un’altra cosa: il fondamento della libertà non sta, in genere, nel sì, ma nel no: si è liberi quando si è in grado di dire no, di non accettare la situazione per quale essa è.
Da questo punto di vista, quelli che hanno il futuro, l’avvenire a cuore dovrebbero fare un’apologia del no. La forza del no sta nella capacità di aprire la strada al futuro, contestando la realtà attuale, di intrecciarsi a una spinta verso il nuovo, verso il futuro, verso l’avvenire.
Sta qui la forza del no, che non coincide in alcun modo con la conservazione, bensì è la via per rovesciare l’esistente, a qualunque costo, anche a costo della vita. Naturalmente sono problemi complessi, che trascendono, l’ho detto, il tema del voto al referendum.
Servono per sottolineare, però, un punto importante: le forze schierate a favore del no non devono configurarsi come difensori dello stato di fatto, di una casta; devono essere capaci di intrecciare il no alle esigenze di novità, di futuro, che sono presenti nel nostro Paese: se il no coincidesse con la difesa dello status quo, non avrebbe futuro. Può averlo se si intreccia, come è giusto che si faccia, alla lotta per un mondo diverso, per una società diversa, assumendo come punto di riferimento le forze degli sfruttati, degli esclusi, degli emarginati che bussano alle porte della storia.
È un discorso generale, lo ripeto, ma anche il voto di domani deve inscriversi in una prospettiva che vede nel no la forza che spinge al cambiamento, a un futuro diverso, all’avvenire – per tutti, anche per i magistrati. L'articolo Apologia del no proviene da Strisciarossa.